venerdì, Febbraio 26, 2021

Fabrizio Barca: “Il Recovery plan? Tanti pezzi che ancora non costruiscono la macchina”

Il coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità descrive il Piano italiano un ‘cerchio da chiudere’ e dà suggerimenti: dalle condizionalità per i finanziamenti ai tavoli di partenariato fino alla rigenerazione della PA. "Così cesserà di essere un gelido documento burocratico per diventare visionario"

Fabrizio Barca
Fabrizio Barca
Statistico ed economista, è oggi coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità. È stato dirigente di ricerca in Banca d’Italia, responsabile delle previsioni macroeconomiche, di indagini sulle imprese e di progetti di studio sugli assetti proprietari delle imprese e Capo Dipartimento della politica pubblica per lo sviluppo nel Ministero Economia e Finanze. Come presidente del Comitato OCSE per le politiche territoriali e advisor della Commissione Europea, ha coordinato amministratori pubblici e studiosi nel disegno di un metodo nuovo di intervento per i territori in ritardo di sviluppo: il “place-based approach”. Questa esperienza lo ha condotto a diventare Ministro per la Coesione territoriale nel Governo Monti di emergenza nazionale 2011-2013. Ha avanzato una proposta di riforma dell’organizzazione dei partiti: “Luoghi ideali”. Ha insegnato in Università italiane e francesi ed è autore di molti saggi e volumi

La metafora che utilizza Fabrizio Barca per descrivere il punto di vista suo e del Forum Disuguaglianze e Diversità sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, il cosiddetto Recovery plan italiano, è presa in prestito dal gioco delle costruzioni: “Il modo più semplice per dirla è: i pezzi ci sono tutti o quasi… non si capisce però che macchina compongano!”. Durante il colloquio con il coordinatore del Forum, EconomiaCircolare.com tenta di comprendere come si possano ricomporre i pezzi, perché il cosiddetto Recovery plan italiano è “un cerchio da chiudere”. Guardando al piano, infatti, il tema della circolarità non riguarda tanto e solo l’allocazione dei fondi per le tecnologie dedicate, quanto piuttosto la visione e l’approccio metodologico da mettere in campo per realizzare la transizione ecologica. Una visione e un metodo senza i quali la vita quotidiana di tante italiane e tanti italiani, di oggi e di domani, non potrà migliorare.

Leggi anche: La rubrica In Circolo sul Recovery Plan ed economia circolare

Professor Barca, al nostro giornale piace dire che l’economia circolare è un orizzonte culturale, non un pezzetto dell’economia che funziona diversamente dal resto. E che bisogna partire dal riprogettare i processi per mettere in campo questa idea. Sotto questo profilo come giudica il Piano italiano?

Guardi… il modo più semplice per dirla è: i pezzi ci sono tutti o quasi… non si capisce però che macchina compongano! Il mio eterno ottimismo rimane, perché essendoci tutti i pezzi la macchina si potrebbe comporre, anche rapidamente. Il contrario invece non potrebbe avvenire: cioè se io non ho i pezzi posso avere tutte le visioni di questo mondo ma non ci sarebbe speranza. Ci sono le intuizioni, tutti i pezzi di un ragionamento su un’economia nuova –  circolare e reciproca, perché la circolarità che ci interessa è ambientale, sociale, umana. In questo senso la circolarità è fatta di consapevolezza che c’è sempre un ritorno, c’è un’uscita e un’entrata e c’è una tenuta complessiva di sistema – e di ecosistema – che riguarda anche le relazioni umane.

Quindi nel Piano del governo lei ritrova una consapevolezza delle questioni da affrontare…

Come le dicevo, è “a pezzi” ma c’è un’attenzione non usuale ai profili territoriali ad esempio. C’è la consapevolezza delle criticità che il bacino padano vive dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico, una consapevolezza delle aree interne, delle periferie, delle aree sismiche. Dal punto di vista della mappatura delle condizioni di vita ci sono i pezzi di una lettura non omogenea del Paese vero. Ci sono gli interventi che riguardano le condizioni delle città, un’attenzione alle tre dimensioni del vivere: abitare, vivere negli spazi comuni e spostarsi.

Se si cercano questi tre aspetti della vita umana si trovano, inusualmente, 20 miliardi di euro per la casa, 15 miliardi di euro per la scuola… E si trova un’attenzione pervasiva alla transizione soprattutto energetica. Questi pezzi però mantengono una forte separazione gli uni dagli altri, addirittura sotto il profilo territoriale. Ad esempio c’è un intervento sulle aree interne e un intervento sui borghi: in che modo si parlano? Ci sono tre interventi distinti per le periferie: sono tre progetti che poi arrivano a terra in maniera separata l’uno dall’altro?

Come si supera questa separazione che rischia di diventare inefficiente sovrapposizione?

Parlando alla pancia del Paese, nel senso del sollecitare i buoni istinti: questo Piano non usa il linguaggio dei risultati attesi, l’unico che interessa in questo momento alle persone che stanno ricostruendo i loro piani di vita. E l’unico contributo che lo Stato può dare a questi piani di vita, al di là del garantire la sopravvivenza delle persone che è una dimensione ovviamente importante, è dare loro delle certezze in termini di prospettive, una visione unitaria delle ricadute concrete che si intende produrre. Attraverso il Piano bisogna dire ai cittadini “non vi preoccupate, perché in questo territorio faremo questi interventi”. Se io spiego che in un dato quartiere accanto al Superbonus 110% lavoro alla riqualificazione della piazza, al potenziamento della raccolta differenziata e alla modifica del sistema di trasporto urbano, ad esempio, metto insieme dimensioni che il Piano tocca in punti diversi. L’unico anello di congiunzione fra i prezzi e il complesso della macchina, per tornare alla metafora iniziale, sono i risultati attesi.

Sul fronte dell’impresa quali possono essere i risultati attesi?

I 19 miliardi del piano Transizione 4.0 potrebbero consistere ad esempio nel prefiggersi l’obiettivo del rinnovamento manageriale. Può apparire strano come obiettivo, ma se ci pensa va al cuore di una delle debolezze delle nostre piccole e medie imprese, centrali per la nostra economia e per la tenuta deli livelli di occupazione. La natura familiare di queste imprese, che sono un asset fondamentale per l’Italia, porta con sé che spesso le famiglie proprietarie, anche quando non capaci, esercitano una funzione manageriale, specie a esito del trasferimento generazionale. In questo settore, la forza della Germania rispetto a noi è che come noi ha tante imprese familiari, ma il 75% di queste è gestito da un management esterno. Il capitalismo familiare è prezioso, è un modo ad esempio di tenere investiti i risparmi degli italiani assecondando l’istinto italico a fare gli imprenditori. Però dobbiamo anche assicurare un sistema in cui quando l’impresa raggiunge certi livelli ci sia un rinnovamento manageriale. Allora uno degli obiettivi del trasferimento di fondi alle imprese dev’essere quello di assicurare un rinnovamento del management: questo però nel Piano di ripresa e resilienza non c’è.

Non basta dunque parlare di investimenti, ma servono idee concrete su come utilizzarli: è così?

Se nell’impianto del piano ci fosse un riferimento al rinnovamento del management delle piccole e medie imprese, questo farebbe intravedere il futuro, raccontando un pezzettino della nuova Italia nella quale a giovani capaci che escono dall’università viene data la chance di diventare manager di impresa. Cambiando poco, io faccio vivere 4.0 e lo aggiusto, perché a questo punto devo mettere delle condizionalità e dire: ricevi gli sgravi “se vai in questa direzione”. Se invece leggo che l’obiettivo è fare investimenti quello non è un risultato atteso ma una realizzazione: è ovvio che i soldi servono a quello! E questa finalità non spiega in che direzione stai orientando il Paese.

E qui entra in gioco la necessità di una visione unitaria.

Esatto, se fosse inserito, quel riferimento al rinnovamento del management farebbe intravedere il futuro a giovani, università, istituti tecnici e così via. Tutti noi cittadini sapremmo che aumenterà la domanda di figure professionali a cui è offerta la possibilità di diventare manager, mentre oggi anche i giovani più preparati sono spesso “castrati” dalla famiglia imprenditrice che li assume e poi non li fa crescere.

Passiamo ai territori: sulle aree interne lei giustamente dice che c’è consapevolezza di dover intervenire. Come si arriva in questo caso a definire i risultati attesi?

Sulle aree interne le faccio un altro esempio. Ho accolto con molta soddisfazione che il Piano espliciti l’intenzione di rendere meno rigidi alcuni standard che riguardano i servizi fondamentali – salute, mobilità e scuola – e che sono quasi sempre commisurati alla dimensione urbana. Ecco prendiamo il caso del numero minimo di alunni per aprire nuovi corsi di studi liceali e dei ragazzi e ragazze della Val Chiavenna che in virtù di questo limite non possono avere un indirizzo di scienze della terra, che è esattamente quello che serve in un territorio con problemi legati allo smottamento del terreno. Un istituto con quella specializzazione potrebbe fornire tecnici agli esperti che arrivano di tutto il mondo per studiare il fenomeno, ma non si può fare perché gli standard nazionali sono bloccati. Ecco, nel Piano c’è scritto che questi standard verranno modificati: è importantissimo! Ma bisogna dettagliare e portare nel vissuto concreto delle persone quel passaggio. Il Piano deve dire cosa farà per le persone su scuola, mobilità, rifiuti… Se questo accadrà improvvisamente quel documento diventa parlante e visionario. Nel caso contrario, resterà un gelido documento burocratico. Se milioni di persone non sono raggiunte da quelle informazioni e il governo chiude e nega questo passaggio i tanti pezzi non costruiranno la macchina.

E facciamo ancora in tempo a costruirla secondo lei?

La visione complessiva – ora parliamo di metodologia – si articola attraverso i risultati attesi. Io non sono rigido però: anche se non si è partiti dalla visione per poi individuare i risultati attesi il processo è sia deduttivo sia induttivo, quindi siamo ancora in tempo a fare il contrario: partiamo dai progetti, mettiamo a terra i risultati attesi per definire la visione.

Qui entra in gioco la fase che si apre proprio adesso: Parlamento, corpi intermedi e cittadini diranno la loro in questo processo che dovrà portare a definire da una parte il dettaglio dei progetti, dall’altra quella visione d’insieme che sembra mancare ancora.

Entrambe le espressioni della democrazia, gli eletti al Parlamento in quanto nostri rappresentanti, e i cittadini con la democrazia deliberativa, possono e devono contribuire a finalizzare il percorso. Sono funzioni attuabili nel giro di pochissime settimane, quelle che restano in attesa dell’invio del piano a fine febbraio e della successiva interlocuzione con Bruxelles. E sono attuabili proprio perché i famosi pezzi per costruire la macchina ci sono.

Come si fa concretamente in tempi così stretti?

Una traccia su come procedere è contenuta nel documento che noi del Forum abbiamo inviato al presidente Conte cinque ore prima dell’adozione del piano in Consiglio dei ministri: basta tematizzare i diversi capitoli ricorrendo a un linguaggio comprensibile dai cittadini, mettendo ad esempio insieme tutte le misure che riguardano la mobilità, o la casa che è trattata in 4 o 5 punti diversi del documento. Mi auguro che in Parlamento ci possa essere, come accaduto tante volte in passato, il confronto sui temi nelle commissioni competenti. L’opposizione in quella sede può esercitare un ruolo importante: in passato le commissioni parlamentari riuscivano a trovare spesso le convergenze che poi portano molto più di oggi l’opposizione a votare in Aula insieme alla maggioranza.

E associazioni e cittadini come entrano in questo processo?

Qui entra in campo quello che l’Europa chiama partenariato e che si articola proprio secondo il Codice europeo di condotta del partenariato. Se si apre un tavolo sull’intero Piano è inutile: avremo buttato il tempo a disposizione. Se invece, ad esempio sulla casa si individuano gli individuano gli interlocutori giusti – rappresentanti dei proprietari, inquilini soggetti che rappresentano chi è senza casa come la Rete dei numeri pari – quattro ore di riunione e pochi minuti per raccogliere ciascun contributo sono più che sufficienti. Se, ad esempio, dalla riunione di partenariato emerge la proposta di correggere alcuni aspetti del Superbonus 110% e di lavorare anche al contesto pubblico in cui si calano gli interventi privati previsti dall’incentivo, i dirigenti dello Stato che vi partecipano prendono qualche giorno per valutare e poi in un secondo incontro motivano la loro scelta di accogliere o respingere la proposta.

Già conosce la contestazione che arriverà a questa proposta: non c’è tempo…

Se la stessa procedura avviene contemporaneamente per altri temi su tavoli paralleli si può fare! L’alibi che sento già girare – per cui c’è fretta di consegnare il Piano a Bruxelles – al meglio dimostra ignoranza: chi vi ricorre non sa che abbiamo a disposizione questi strumenti già sperimentati per fare presto e bene. Al peggio, dimostra una chiusura che danneggia la qualità del Piano e il Paese. La rabbia, non solo mia ma di tanti, nei confronti di queste posizioni deriva dalla consapevolezza che i famosi pezzi ci sono e manca soltanto un passo per unirli nel disegno complessivo. Se non ci fossero sarei più rassegnato, penserei “vabbè spendete i soldi come vi pare e almeno ne vien fuori un po’ di domanda aggregata”. Invece il risultato è a portata di mano e non cogliere quest’opportunità sarebbe un atto suicida per il nostro Paese!

Lei propone anche di rigenerare la pubblica amministrazione cogliendo l’occasione del Recovery plan. Intervenire sulla burocrazia italiana è una specie di mission impossible: come si fa?

Quello che abbiamo chiesto con il senatore Monti, il Forum PA e Movimenta è un’operazione di considerare la rigenerazione della PA uno dei grandi impegni da assumere. Esito a usare la parola riforma, anche se il regolamento europeo chiede di accompagnare ogni investimento con una riforma. Noi chiediamo degli interventi molto mirati, che hanno in primo luogo a che fare con la qualità dei bandi con cui sono e saranno reclutati i dirigenti e funzionari che entreranno nella Pubblica amministrazione e dovranno attuare i progetti finanziati. Il Piano parla di digitalizzazione della pubblica amministrazione ma ancora una volta non spiega per fare cosa o quali servizi vuole migliorare o come vuole cambiare le modalità di reclutamento. Ecco, sempre per stare al caso concreto del reclutamento, la nostra proposta non richiede l’approvazione di una norma ma soltanto di fare quello che già stanno facendo in questo preciso momento il comune di Bergamo, la Regione Emilia-Romagna, la Asl 1 di Roma e il ministero dell’Economia – ho accuratamente indicato quattro livelli diversi dello Stato – stanno già facendo dei bandi di assunzione che mia nonna avrebbe detto “come dio comanda”. Li hanno già fatti senza impiegare i 16-18 mesi medi del nostro Paese, perdendo così le persone migliori: in 3-6 mesi e – udite udite – abolendo lo scritto, sostituendolo con una lettera di motivazione, che è il modo normale in cui si selezionano le persone da assumere in tutto il mondo.

Quindi si innestano subito degli elementi di innovazione per produrre cambiamenti sul medio e lungo termine.

Sì, e questo vuol dire aver deciso che tipo si figure professionali servono anche a livello centrale, per presidiare ad esempio l’attuazione del Piano. A farlo devono essere i ministeri: per fortuna sembrano archiviati segnali strani di possibili strutture aggiuntive. Ma se si ritiene che certe postazioni sono deboli si possono costituire direzioni ad hoc o rafforzare quelle esistenti, anche assumendo persone esterne, in poche settimane. Racconto spesso che quando Carlo Azeglio Ciampi ritenne che la direzione generale del Ministero dell’Economia fosse debole non chiese a Mario Draghi di fare il consulente: lo nominò capo dipartimento del Tesoro determinando un rinnovamento dello Stato. Questi sono i due passi con cui rigenerare la pubblica amministrazione: un impegno di breve e medio termine sul complesso della PA e un’anticipazione del metodo all’interno del Piano, per rendere credibile la capacità dello Stato di attuarlo. Così la nostra macchina si mette in moto e si chiude il cerchio di una visione costruita mettendo a fuoco i risultati concreti che ci si aspetta di ottenere a beneficio dei cittadini.

(intervista a cura di Raffaele Lupoli)

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