venerdì, Febbraio 26, 2021

Economia circolare non è solo rifiuti. Servono più risorse e più coraggio

Ospitiamo l'intervento di Danilo Bonato, direttore generale di Erion, specie perché arriva da un addetto ai lavori. "L'economia circolare è affrontata in modo (troppo) tradizionale. E, soprattutto, le risorse assegnate a una trasformazione fondamentale della società e dell'economia sono assolutamente insufficienti"

Danilo Bonato
Danilo Bonato
Laureato in Ingegneria gestionale al Politecnico di Milano, MBA presso la San Diego State University. Dal 1° ottobre 2020 ricopre la carica di direttore generale di Erion Compliance Organization, sistema multi-consortile no profit di responsabilità estesa del produttore nato dall’unione delle esperienze Ecodom e Remedia (di cui era direttore) e operante in Italia per la gestione dei rifiuti associati ai prodotti elettronici. Collabora con la Commissione europea nell’ambito di iniziative strategiche in qualità di Membro del comitato di alto livello della EIP materie prime e del Centro di competenza per le terre rare. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche e ambientali, di libri sullo sviluppo sostenibile e tiene corsi universitari di scienza della sostenibilità ed economia circolare.

Non dobbiamo mai stancarci di ricordare che l’economia circolare non rappresenta un settore industriale e neppure un nuovo paradigma per la gestione del ciclo dei rifiuti. L’economia circolare è una trasformazione profonda e irrinunciabile dei modelli socioeconomici, basata su una visione sistemica e su un approccio rigenerativo all’uso delle risorse e dei sistemi naturali del pianeta. Quanto la bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), che dovrebbe portare in dote al nostro Paese circa 210 miliardi, sviluppa questa prospettiva?

Leggi anche: La rubrica In Circolo sul Recovery Plan ed economia circolare

In attesa di una strategia per l’economia circolare

Una delle missioni del Piano, quella denominata Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica, propone “riforme volte a favorire la transizione energetica e la svolta ecologica” fra le quali spicca la definizione di una strategia nazionale in materia di economia circolare. Ma come? Siamo nel 2021 e l’Italia non ha ancora una strategia per l’economia circolare?

Proseguendo nella lettura, scopriamo che la futura  strategia nazionale per l’economia circolare “sarà proposta dal Ministero dell’Ambiente nei prossimi mesi e perseguirà la riduzione dell’uso di materie prime non rinnovabili, la diminuzione del volume di rifiuti, il riutilizzo e il riciclo dei rifiuti, attraverso l’introduzione di sistemi di tracciabilità dei flussi di materiali, l’innovazione tecnologica, la diffusione di buone pratiche e l’adozione di strumenti per favorire la sinergia tra i settori pubblico e privato e pianificare le infrastrutture per chiudere il ciclo dei rifiuti”.

Preso atto che in futuro introdurremo una nostra strategia per l’economia circolare, mentre tutte le principali nazioni europee l’hanno adottata da anni, cerchiamo di capire cosa si intende fare da qui in avanti.

Ecco allora che il Pnrr ci svela che la strategia “si baserà su un intervento di riforma normativa, denominato Circolarità e tracciabilità, volto a promuovere la semplificazione amministrativa in materia di economia circolare e l’attuazione del piano d’azione europeo per l’economia circolare”.

Concentrarsi sui rifiuti è un approccio riduttivo

Cosa non convince in questo enunciato? Primo: fare economia circolare è molto di più che attuare una riforma normativa, cosa che peraltro qui da noi si tenta di fare da anni con risultati piuttosto modesti. Secondo: realizzare il piano d’azione europeo vuol dire comprendere che l’enfasi degli interventi non va messa sui rifiuti. Il piano d’azione europeo per l’economia circolare si concentra infatti sui prodotti, i servizi e i modelli imprenditoriali sostenibili e non sui rifiuti, immaginando un’Europa più pulita e competitiva in co-creazione con gli operatori economici, i consumatori, i cittadini e le organizzazioni della società civile.

Per questo, pensare a un mero intervento di riforma normativa, per di più focalizzato sul “miglioramento dell’organizzazione e del funzionamento del sistema di controllo e tracciabilità dei rifiuti” appare un approccio decisamente riduttivo.

Finalmente si mette mano agli impianti

Vediamo ora più nel dettaglio i contenuti della missione Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica per quanto riguarda il tema dell’economia circolare.

Nella descrizione della missione troviamo una componente denominata economia circolare e valorizzazione del ciclo integrato dei rifiuti. Essa si concentra sull’ammodernamento di installazioni esistenti e la costruzione di nuovi impianti per la valorizzazione e la chiusura del ciclo dei rifiuti e si propone di affrontare le situazioni critiche attualmente esistenti nella gestione dei rifiuti in grandi aree metropolitane del Centro e Sud Italia. Forse si poteva cominciare a lavorarci qualche anno fa ma ben venga se il Pnrr ora ce ne dà l’opportunità.

Grazie al Pnrr finalmente avremo risorse adeguate alla realizzazione di nuovi impianti e l’ammodernamento degli impianti esistenti per il riciclo. Gli investimenti aggiuntivi per questa iniziativa saranno pari a 1,5 miliardi di euro e dovrebbero servire all’adeguamento degli impianti esistenti, alla realizzazione di nuovi impianti, al potenziamento della raccolta differenziata con investimenti su mezzi di nuova generazione e implementando la logistica per particolari frazioni di rifiuti, al superamento di situazioni critiche nella gestione dei rifiuti nelle grandi aree metropolitane del Centro e Sud Italia, alle azioni comunicative per incrementare la raccolta differenziata e la promozione dei centri di raccolta e riuso. Basta una scorsa all’elenco degli obiettivi per rendersi conto che gli stanziamenti previsti da questo Piano (250 milioni l’anno) sono largamente inadeguati.

Un (piccolo) fondo per sostituire le materie prime critiche

C’è poi un’altra iniziativa, sulla carta decisamente interessante, che rientra nel contenitore dell’economia circolare, denominata Progetti di economia circolare per la riconversione di processi industriali. Nella presentazione essa viene descritta come una componente che “mira a supportare con interventi a bando la riconversione di industrie quali la chimica verso la sostituzione di materie prime maggiormente inquinanti con materiali da riciclo”. Di primo acchito pare una definizione un po’ limitata e generica ma forse ne sapremo di più in futuro.

Per ora possiamo leggere che si dovrebbe trattare di un pacchetto d’interventi finanziato attraverso un apposito fondo che, puntando sull’effetto leva e i capitali privati, finanzierà progetti atti a ridurre l’utilizzo di materie prime critiche, sostituendole progressivamente con materiali prodotti da scarti, residui, rifiuti. Anche in questo caso le risorse a disposizione sono davvero limitate, poco più di 350 milioni di euro annui.

Poca ambizione e pochi soldi

Se le premesse generali del Pnrr per quanto riguarda gli obiettivi della Transizione Ecologica e della Rivoluzione Verde sono condivisibili, l’articolazione del Piano pare smarrirsi nella rincorsa a troppi obiettivi di dettaglio, rendendo poco nitida la visione di medio periodo. L’economia circolare è affrontata in modo (troppo) tradizionale, attraverso un approccio che manca di incisività e ambizione. Ma soprattutto, le risorse assegnate a una trasformazione fondamentale della nostra società e della nostra economia sono assolutamente insufficienti. L’auspicio è che la versione finale del Pnrr italiano corregga almeno in parte le criticità rilevate.

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