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mercoledì, Luglio 28, 2021

Nel Recovery Plan italiano 6,3 miliardi per l’economia circolare

La bozza indica linee di intervento e obiettivi economico-sociali anche sull’economia circolare. I fondi maggiori sono destinati alla chiusura del ciclo dei rifiuti e alla riconversione industriale, in attesa della definizione della strategia nazionale. Insoddisfatte le associazioni di categoria

Economia Circolare
Redazione EconomiaCircolare.com

Dovrebbe essere l’ultima bozza del Recovery Plan italiano quella che il governo ha in programma di discutere nel Consiglio dei Ministri previsto per questa sera. In 172 pagine la maggioranza Pd-5stelle-Leu (Italia Viva potrebbe astenersi, come segno di protesta per non essere stata adeguatamente coinvolta nella stesura) indica a grandi linee come intende spendere i 209 miliardi di euro previsti dal Next Generation Ue, lo stanziamento straordinario dell’Unione Europea per sostenere la ripresa post-Covid. Al momento non sono indicati progetti specifici ma linee di intervento e obiettivi economico-sociali.

Come sono distribuiti i fondi

La bozza di Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr) considera l’economia circolare non un settore a sé, ma la integra insieme all’agricoltura sostenibile e all’impresa verde. In questo modo i fondi garantiti sono in totale 6,3 miliardi di euro, in aumento rispetto alle bozze che erano circolate negli scorsi giorni. Come si legge nel documento, si “punta da un lato a conseguire una filiera agroalimentare sostenibile, migliorando la logistica e competitività delle aziende agricole e le loro prestazioni climatico-ambientali, dall’altro allo sviluppo di impianti di produzione di materie prime secondarie e all’ammodernamento e alla realizzazione di nuovi impianti, in particolare nelle grandi aree metropolitane del Centro e Sud Italia, per la valorizzazione dei rifiuti in linea col Piano d’azione europeo per l’economia circolare”.

Nello specifico, 1,8 miliardi andranno a non meglio precisati progetti per l’agricoltura sostenibile, mentre i restanti 4,5 miliardi andranno così suddivisi:

  • 1,5 miliardi per la “realizzazione di nuovi impianti e ammodernamento degli impianti esistenti per il riciclo”
  • 2,2, miliardi per “progetti a bando di economia circolare per riconversione di processi industriali”
  • 800 milioni per la “transizione ecologica nel Mezzogiorno”, con progetti però ancora “da individuare”

La priorità è la chiusura del ciclo dei rifiuti

La “novità” della bozza del 12 gennaio è costituita dalla definizione di fondi specifici per il ciclo dei rifiuti. “Gli investimenti aggiuntivi di questa linea saranno pari a 1,5 miliardi – recita il documento – Si punterà all’adeguamento degli impianti esistenti e alla realizzazione di nuovi impianti per la chiusura del ciclo dei rifiuti con la produzione di materie prime secondarie. Gli investimenti saranno anche finalizzati a potenziare la raccolta differenziata con investimenti su mezzi di nuova generazione e implementando la logistica per particolari frazioni di rifiuti. Gli interventi previsti sono volti in particolare ad affrontare situazioni critiche nella gestione dei rifiuti nelle grandi aree metropolitane del Centro e Sud Italia (ad esempio Città metropolitane di Roma Capitale, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Palermo). Si attueranno azioni comunicative per incrementare la raccolta differenziata e promozione dei centri di raccolta e riuso“.

Si punta dunque a migliorare decisamente l’esistente e a superare le enormi e ataviche difficoltà che gli addetti ai lavori e i cittadini riscontrano da molto tempo, “ fra cui l’incremento della raccolta e del recupero dei Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE); la chiusura del ciclo di gestione dei fanghi di depurazione prodotti dal trattamento delle acque reflue urbane; la creazione di poli di trattamento per il recupero dei rifiuti prodotti da grandi utenze (porti, aeroporti, ospedali, plessi scolastici)”.

L’obiettivo è di superare dunque le criticità soprattutto dei grandi centri urbani, con un orizzonte temporale al 2026, mirando soprattutto a una corretta ed efficace chiusura del ciclo dei rifiuti. Col rischio però che la mancata definizione di come si intende agire possa far rispuntare dalla finestra ciò che l’Europa ha tenuto chiuso dalla porta, ovvero tecnologie obsolete e impattanti come impianti di trattamento meccanico biologico e inceneritori.

Zero spazio, infatti, viene dedicato alla prevenzione della produzione di rifiuti e a un concetto fondamentale dell’economia circolare, quello per cui “il miglior rifiuto è quello che non si produce”.

In attesa di una strategia nazionale

Si presume che quel che non viene espressamente citato sarà successivamente affrontato, magari già nella bozza sottoposta all’esame del Parlamento. Il governo da parte propria fa riferimento a una strategia nazionale in materia di economia circolare, invocata più volte in questi mesi dalle parti sociali, ancora da definire. “Essa si baserà – si apprende ancora dalla bozza – su un intervento di riforma normativa, denominato Circolarità e tracciabilità volto a promuovere la semplificazione amministrativa in materia di economia circolare e l’attuazione del piano d’azione europeo per l’economia circolare. Quest’ultimo punterà a migliorare l’organizzazione e il funzionamento del sistema di controllo e tracciabilità dei rifiuti, per rafforzare l’ecodesign e la simbiosi industriale, riducendo a monte la produzione di rifiuti e per rafforzare la posizione dell’Italia come paese con i più alti tassi di riuso circolare in Europa”.

La strategia sull’economia circolare è però tutta da disegnare, anche se il fatto che venga prevista già nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza fa ben sperare gli operatori. Per il governo, in ogni caso, la strategia sarà “finalizzata a ridurre l’uso delle materie prime naturali, di cui il pianeta si va progressivamente impoverendo, utilizzando ‘materie prime secondarie’, prodotte da scarti/residui/rifiuti. Per incrementare il tasso di circolarità in Italia vengono proposti interventi per la realizzazione di impianti di trasformazione dei rifiuti finalizzata al loro recupero, partendo in particolare dai rifiuti da raccolta differenziata. La strategia sull’economia circolare interviene su un processo lungo e complesso teso a rendere l’Italia meno dipendente dall’approvvigionamento di materie prime e conseguentemente più forte e competitiva sui mercati internazionali. Per potenziare gli interventi verrà costituito un fondo operativo per far leva sulle risorse del PNRR destinato a favorire lo sviluppo dell’economia circolare”.

Toccherà, dunque, nei prossimi mesi al ministero dell’Ambiente delineare la nuova strategia.

I verbi al futuro nella riconversione delle industrie

Anche sul pacchetto di interventi destinati alla riconversione industriale si mira al momento più a disegnare linee guida generali che a definire modalità dettagliate. E anche in questo caso i verbi sono al futuro, al contrario di quel che viene auspicato dalle associazioni ambientaliste e dai giovani dei Fridays for Future e di Extinction Rebellion, i quali da tempo ribadiscono che non c’è più tempo per affrontare adeguatamente il cambiamento climatico in atto e che la transizione ecologica deve essere immediata.

Nella bozza si legge che “questo pacchetto di interventi viene finanziato attraverso un Fondo appositamente destinato a realizzare gli obiettivi dell’economia circolare con la finalità di ridurre l’utilizzo di materie prime di cui il Paese è carente nei processi industriali, sostituendole progressivamente con materiali prodotti da scarti, residui, rifiuti. Gli interventi dovranno essere coerenti con il Piano europeo per l’economia circolare (Circular Economy Action Plan) con l’obiettivo di ridurre la produzione netta di rifiuti e il conferimento in discarica di tutti gli scarti di processo (sotto questa finalità sono presenti tutte le azioni volte alla valorizzazione dei rifiuti e alla produzione di prodotti intermedi da destinare ai vari settori produttivi riducendo progressivamente l’approvvigionamento di materie prime dall’estero)”.

Tra le righe, infine, il governo suggerisce alle industrie che la loro riconversione non può essere tutta sulle spalle dei contribuenti. Si specifica infatti che “verranno finanziati gli interventi attivando, ove possibile in relazione al soggetto attuatore e alla sostenibilità economico-finanziaria dell’intervento, strumenti finanziari atti a massimizzare l’effetto leva e il concorso dei capitali privati e di soggetti finanziatori come la BEI (la Banca europea degli investimenti, ndr).

Le prime reazioni

Se il ministro dell’Ambiente Sergio Costa già ieri si diceva soddisfatto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sottolineando al webinar organizzato dalla deputata M5S Ilaria Fontana sul diritto alla riparazione come “nel PNRR è presente una grande fetta di economia circolare”, le prime reazioni a caldo sulla bozza sono invece negative.

In una nota le associazioni Fise Assoambiente e Fise Unicircular (che rappresentano le imprese che raccolgono, gestiscono, riciclano e smaltiscono i rifiuti urbani e industriali) scrivono che “i fondi ad oggi previsti sono insufficienti a colmare il gap impiantistico che ogni giorno ci costringe a esportare rifiuti, perdendo materia prima, energia e risorse economiche”.

Per gli operatori del settore l’attuale bozza “rischia di essere una clamorosa occasione persa, non individuando strumenti economici per rafforzare il mercato del riciclo e del riutilizzo. Servono misure di incentivazione, anche tramite credito d’imposta, all’utilizzo di prodotti circolari”.

Le associazioni di categoria sottolineano che all’annoso tema dei rifiuti vengono destinati, come abbiamo visto, poco più di un miliardo di euro. “Il Piano si limita ad una serie di interventi estemporanei, non coordinati e privi di un chiaro disegno di stimolo, accompagnamento e supporto alla transizione verso modelli di produzione, distribuzione e consumo ‘circolari’. Siamo ben lontani – evidenzia ancora la nota – dai 10 miliardi di euro di investimenti necessari solo per sanare il gap impiantistico del nostro Paese”.

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