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venerdì, Luglio 30, 2021

L’Ue esporta il 70% in più di rifiuti riciclabili in 15 anni. Perdiamo materie prime preziose?

Eurostat certifica un aumento del 70% nell’export di “rifiuti e rottami riciclabili, nonché materie prime secondarie”. Cerchiamo di capire cosa c’è dietro queste cifre e se l’Europa sta rinunciando a materiali preziosi

Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

L’economia circolare sarà pure circolare ma resta pur sempre economia. Fatta di commerci, di import e export di rifiuti e materie prime secondarie. Qualche settimana fa Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, ha pubblicato i dati che raccontano l’export e l’import di “recyclable raw materials”, materie prime riciclabili – che, chiarisce Eurostat, “includono rifiuti e rottami riciclabili, nonché materie prime secondarie”. Analizziamo allora, con l’aiuto di alcuni esperti, la bilancia commerciale dell’economia circolare europea, e cerchiamo di capire cosa, dove e perché esportiamo.

Saldo import-export di rifiuti riciclabili

La bilancia commerciale dei rifiuti riciclabili europei è negativa: importiamo più di quanto esportiamo. Nel 2020, l’Europa ha esportato verso Paesi terzi 38,4 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili e materie prime da riciclo. L’import invece vale 44,7 milioni di tonnellate. Mentre l’import resta grosso modo stabile negli ultimi 17 anni, l’export è cresciuto del 70% circa dal 2004.

Bilancia commerciale rifiuti riciclabili e materie prime seconde, 2020, Eurostat.

Per avere un’idea della dimensione di questi trasferimenti di materiali, possiamo fare il confronto con l’Italia (dati ISPRA), che importa 7 milioni di tonnellate di rifiuti speciali (2019) e ne esporta 3,9. I dati europei, dunque, non sono bazzecole.

La prima meta dei rifiuti riciclabili europei: la Turchia

Dove vanno i rifiuti che escono dalle frontiere europee? La larghissima maggioranza (14,4 milioni di tonnellate) viene importata dalla Turchia. Uno dei Paesi, insieme ad Indonesia, Malesia, India e altre nazioni asiatiche, che, dopo il bando cinese ai rifiuti del 2018, ha soppiantato il Paese della Muraglia come compratore dei rifiuti riciclabili, o presunti tali, che arrivano dall’Occidente ricco. La Turchia ha un sistema di imprese, come le acciaierie ma anche la filiera della plastica, che le permette di assorbire e trasformare i nostri rifiuti riciclabili. Secondo l’ufficio statistico turco, solo il 12% dei rifiuti urbani vengono recuperati (anno 2018) – e recuperati non significa necessariamente riciclati. Per questo l’industria della plastica nazionale vede l’import come una risorsa: nel 2019 sono state importate 600 mila tonnellate di rifiuti plastici.

Ma la Turchia ha una legislazione ambientale meno rigorosa di quella europea che può lasciare qualche dubbio sul destino delle tonnellate di rifiuti europei – triplicati in 15 anni –  che varcato i confini turchi. Non rassicurano alcuni episodi di cronaca. Nel giugno dell’anno scorso, la BBC ha scoperto rifiuti in plastica provenienti dalla Gran Bretagna scaricati sul ciglio della strada e bruciati vicino alla città di Adana, nel sud-est della Turchia. Nel marzo di quest’anno, Greenpeace ha documentato che rifiuti di plastica, ancora provenienti dalla Gran Bretagna, sono stati bruciati in discariche illegali. L’Interpol, nell’agosto del 2020, ha lanciato l’allarme sulla criminalità che celerebbe i propri affari dietro licenze regolarmente concesse.

Anche per questi motivi la Turchia si sta probabilmente preparando a misure simili al bando cinese: alla fine dell’anno passato il ministero turco dell’Ambiente e dell’Urbanistica ha annunciato che avrebbe limitato le importazioni di rifiuti di carta e plastica a un massimo del 50% della capacità produttiva locale, imponendo agli impianti di soddisfare il resto della loro alimentazione dalle raccolte nazionali.

Bilancia commerciale rifiuti riciclabili e materie prime seconde, i Paesi, 2020, Eurostat

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Il secondo importatore dall’Ue: la Gran Bretagna

La seconda maggiore destinazione è la Gran Bretagna: 4,6 milioni di tonnellate. Qui la ragione pare essere di natura diversa rispetto alla Turchia: alle spalle non c’è un sistema produttivo affamato di materie prima ma piuttosto, parrebbe, un sistema finanziario affamato di guadagni. “Potrebbe essere verosimile – riflette Francesco Di Maria, docente dell’Università degli studi di Perugia – che facciano brokeraggio e poi vendano questi rifiuti all’estero, probabilmente riescono a piazzarli sul mercato in situazioni vantaggiose”.

Un’altra ipotesi – tutta da verificare come sottolinea chi la propone, ma che riportiamo perché conferma che quello dei rifiuti è ormai un mercato e risponde alle regole dei mercati – potrebbe essere legata alle dinamiche innescate del peculiare sistema di responsabilità estesa del produttore vigente nel Paese. “La Gran Bretagna – racconta Antonio Massarutto, docente di economia all’Università di Udine, Research fellow del GREEN della Bocconi e autore di volumi come “Un mondo senza rifiuti” – ha un sistema, diverso dal nostro Conai, che si basa sul meccanismo del cap and trade. A tutti coloro che possono dimostrare di aver trasformato un rifiuto in nuova materia lo Stato dà un certificato, i packaging recovery notes. Coloro che sono obbligati a raggiungere obiettivi di recupero, ad esempio l’industria che produce beni, devono dimostrare ogni anno di avere una quantità di certificati pari al loro obiettivo. Con questi certificati – spiega il docente – si crea un mercato: chi fa riciclaggio li ottiene dallo Stato e li vende a chi li paga meglio”. Questi certificati vanno anche a chi esporta. “Può darsi quindi, ma è ipotesi da verificare, che i prezzi dei packaging notes sono stati sufficientemente remunerativi per cui al sistema inglese è convenuto comprare ad esempio plastica europea per poi rivenderla furi dall’Ue”.

Dopo la Gran Bretagna gli altri Paesi destinatari delle esportazioni europee sono India (2,9 milioni) e l’Indonesia (1,4), che come abbiamo visto sono le nuove mete dei rifiuti riciclabili nel mercato globale; e Svizzera (1,5 milioni di tonnellate) più vicina probabilmente alle dinamiche della Gran Bretagna.

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Cosa esportiamo

La grande maggioranza dei rifiuti riciclabili esportati sono ferro e acciaio (17,4 milioni di tonnellate), che coprono il 45,3% (in peso) dell’export. La seconda categoria è carta e cartone (6,1 milioni di tonnellate, il 15,8% del totale) seguiti da “prodotti animali e vegetali” (4,6 milioni, il 12,1%). Dietro questa etichetta si trovano rifiuti animali di preparazioni alimentari, rifiuti di tessuti animali, miscele di grasso e olio commestibili, rifiuti biodegradabili di cucine e mense e poi rifiuti vegetali della preparazione di prodotti alimentari (lavorazione di frutta, verdura, cereali, oli alimentari, cacao, caffè, tè e tabacco, zucchero, industria lattiero-casearia).

Bilancia commerciale rifiuti riciclabili e materie prime seconde, i materiali, 2020, Eurostat

Tutti rifiuti riciclabili?

Dopo lo stop cinese del 2018 all’import di rifiuti, gli altri Paesi del sud est asiatico che hanno sostituito la Cina come pattumiera del mondo (Vietnam, Thailandia, Malesia, Filippine e Indonesia) hanno progressivamente limitato l’import, quando non rispedito centinaia di container al mittente perché contenevano rifiuti etichettati come riciclabili ma che nel migliore dei casi erano indifferenziati, nel peggiore tossici.

Viene dunque il dubbio che non tutti i 38 milioni di tonnellate spedite nel mondo siano realmente rifiuti riciclabili o vengano in effetti riciclati, nonostante l’’etichetta’ dica questo. Ma, a parte le indagini delle forze dell’ordine, non è semplice scoprirlo. “L’assegnazione del codice CER (Codice europeo rifiuti) oggi EER (Elenco europeo rifiuti) viene da chi produce il rifiuto: non è stabilita da ente superiore”, sottolinea Di Maria. “Le autorizzazioni degli impianti di trattamento dei rifiuti autorizzano solo i rifiuti in ingresso, mentre il codice EER di quelli in uscita lo assegna appunto il gestore”. Con la controindicazione che “delle volte le assegnazioni dei codici sono fatte in maniera non sempre trasparente o decisamente impropria”.

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Il riciclo lo fa il mercato

Senza dimenticare che “il concetto di riciclo non deve prevedere solo che il materiale sia pronto ad essere riciclato: il materiale deve poi entrare effettivamente nel circuito del riciclo”. E sapere cosa effettivamente le imprese faranno dei rifiuti in arrivo – riciclo? incenerimento? discarica? – non è cosa facile. Davanti a tutto però, ci sono le regole del mercato. “Il riciclo – aggiunge ancora Di Maria – lo fa il mercato. Magari un Paese riesce a sopportare costi di lavorazione, grazie a una manodopera più economica, che noi in Europa non potremmo sostenere. E così ricicla anche materiali di basso valore”.

È d’accordo con questa lettura Antonio Massarutto: “Se di materiali per l’industria manifatturiera si tratta, questi materiali andranno là dove c’è l’industria manifatturiera. Non c’è niente di male. Se vogliamo che gli obiettivi europei dell’economia circolare siano raggiungibili dobbiamo accettare che ci sia movimentazione dei materiali: economia circolare è simbiosi industriale, è economia del reuse e del riciclo che necessariamente deve portare le materie dove vengono usate”.

Il caso acciaio

Non molto d’accordo invece Flavio Bregant, direttore generale di Federacciai, associazione confindustriale direttamente interessata a quei 17,4 milioni di tonnellate di ferro e acciaio che se ne vanno fuori dal continente per prendere soprattutto la via turca. Bregant propone subito una necessaria notazione di contesto: il 70% dell’acciaio prodotto in Europa deriva dal minerale di ferro (ciclo integrale, con altiforni del tipo di quello dell’Ilva di Taranto). Il restante 30% è prodotto da rottame (ciclo elettrico). In Italia la proporzione è invertita: produciamo l’80% dell’acciaio da rottame. La Turchia, che importa dall’Europa 11,5 milioni di tonnellate di rottami, come l’Italia ha acciaierie prevalentemente a forno elettrico (e produce poco più dell’Italia: circa 25 mila tonnellate). Insomma il competitor perfetto. Un competitor che pesca la sua materia prima in casa nostra. Ma anche altrove: secondo il Bureau of International Recycling (BIR) nel 2020 la Turchia si conferma il primo importatore mondiale di rottame d’acciaio, con i principali fornitori USA, Paesi Bassi, Russia e il Regno Unito (probabile conferma del fatto che che la Gran Bretagna importa rottami per fare trading).

“L’Europa produce solo il 30% circa del proprio acciaio con rottame. Tutto il resto del rottame lo esportiamo”, afferma Bregant. Questo, secondo il direttore generale Federacciai, è “un grande paradosso europeo: l’Ue dice di spingere verso la decarbonizzazione. Il ciclo integrale è un grande emettitore di anidride carbonica, e una delle principali modifiche per decarbonizzare la produzione – verso cui puntano i Paesi europei ma anche il resto delle acciaierie mondiali – è il passaggio a ciclo elettrico: dal minerale al rottame”. Un processo in corso anche in Europa e nel quale l’Italia è già la punta di diamante. “Nonostante questo facciamo uscire 17 milioni di tonnellate di rottame, di cui 11, 5 verso la Turchia”. C’è poi, aggiunge il direttore generale di Federacciai, un paradosso nel paradosso. “Il rottame che deriva da prodotti europei che arrivano a fine vita è realizzato con normative ambientali molto più restrittive rispetto a resto del mondo, in particolare alla Turchia. È quindi un rottame che ha un valore intrinseco di compatibilità ambientale decisamente alto”. Questo rottame, prosegue, “lo esportiamo verso Turchia che produce acciaio coi nostri rottami senza avere stringenti norme ambientali”.

Il problema è che il processo di transizione dall’altoforno al forno elettrico negli altri Paesi europei è ancora in corso, e l’Italia è la principale vittima di questa emorragia di rottame. L’Europa, auspica Bregant, “si dovrebbe interrogare sull’export di questo materiale prezioso verso Paesi che non hanno le nostre normative ambientali. Proviamo invece a pensare di esportarlo solo in Paesi che abbiano almeno le stesse prescrizioni ambientali dell’Unione europea. Rappresenterebbe anche una spinta per quegli stessi Paesi a contribuire maggiormente alla salvaguardia dell’ambiente”.

Illegalità e segreti di pulcinella

Se anche quando parliamo di riciclo è il mercato a guidare, “ci sono numerosi elementi su cui occorre fare la massima attenzione”, sottolinea ancora Antonio Massarutto: “Molto spesso questi rifiuti vanno verso Paesi con norme ambientali molto più leggere delle nostre e poi cosa accade in quei Paesi non lo sa nessuno. Basti pensare al segreto di pulcinella dei rifiuti elettronici: raccogliamo questi rifiuti per poi inviarli in qualche Paese africano con la scusa di farli sottoporre a lavorazioni per estrarre metalli preziosi ma quello che avviene veramente in Nigeria o Costa D’Avorio ce lo raccontano decine di servizi giornalistici di denuncia”. Torna dunque il concetto che il riciclo deve essere non solo teorico, sulla carta, potenziale, ma effettivo. “Per questo – aggiunge Massarutto – sostengo che il principio di responsabilità estesa del produttore su certe frazioni di rifiuti dovrebbe estendersi anche a quello che accade al di fuori dei confini dell’Unione”.

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L’import

Da dove arrivano invece i 44,7 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili che i Paesi Ue importano? Il Brasile è il primo esportatore: 8, 6 milioni di tonnellate. Seguono Argentina (7,3), Russia (4,7), UK (4,1) e USA (3,1).

Nell’import sono proprio questi prodotti animali e vegetali a farla da padrone, con 25 milioni di tonnellate: il 56% di tutto l’import dei rifiuti riciclabili. Seguono rifiuti legnosi (5,8 milioni di tonnellate, il 13,1%) e poi metalli ferrosi (acciaio e ferro), 4 milioni di tonnellate (il 9,1%).

Quanto ai rifiuti di prodotti animali e vegetali, si tratta probabilmente dei sottoprodotti/coprodotti dell’impresa olearia: farina di soia che la filiera europea dei mangimi importa soprattutto dal Brasile (circa 40 milioni; 2 milioni l’Italia, secondo Assalzoo-Associazione Nazionale tra i Produttori di Alimenti Zootecnici)

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