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lunedì, Febbraio 26, 2024

Qatar 2022, la Coppa del Mondo del greenwashing

Il 21 novembre prende il via il primo campionato mondiale di calcio disputato in inverno. Pesano come un macigno le ombre sul rispetto dei diritti umani legati all’evento. Il mondiale vorrebbe essere poi, almeno secondo le parole dei suoi organizzatori, il primo ad emissioni zero. Sarà davvero così?

Antonio Carnevale
Antonio Carnevale
Nato a Roma, giornalista pubblicista dal 2012, autore radiofonico ed esperto di comunicazione e new media. Appassionato di sport, in particolare tennis e calcio, ama la musica, il cinema e le nuove tecnologie. Da qui nasce il suo impegno su StartupItalia! e Wired Italia, dove negli anni - spaziando tra startup, web, social network, piattaforme di intrattenimento digitale, robotica, nuove forme di mobilità, fintech ed economia circolare - si è occupato di analizzare i cambiamenti che le nuove tecnologie stanno portando nella nostra società e nella vita di tutti i giorni.

I Campionati del Mondo di calcio 2022 in Qatar – i primi della storia a disputarsi nel corso della stagione invernale e in Medio Oriente – sono ormai alle porte. Un torneo che nasce sotto il segno delle polemiche, a partire dalle ombre sul rispetto dei diritti umani, come quelli dei lavoratori stranieri morti per costruire stadi e infrastrutture. Oltre 6.500 persone, secondo un’inchiesta del quotidiano britannico Guardian. A questo proposito, Amnesty International è tornata a sollecitare la Federazione internazionale delle associazioni calcistiche (Fifa) e il suo presidente Gianni Infantino affinché s’impegnino a risarcire i lavoratori migranti per i danni – assunzione illegali, salari non pagati, ferimenti e decessi – subiti durante la preparazione del torneo, ma senza ricevere alcuna risposta.

Sono di pochi giorni fa, poi, le dichiarazioni dell’ambasciatore dei Mondiali, il 60enne ex calciatore Khalid Salman, secondo cui l’omosessualità sarebbe “una malattia mentale”. Un’affermazione aberrante che ben si inserisce in un contesto di negazione dei diritti non solo per i lavoratori, ma anche per le minoranze nel Paese, come donne e comunità Lgbtq+. Notizia di minor conto ma non meno significativa: la Fifa non ha concesso l’autorizzazione all’uso in Qatar delle maglie d’allenamento della nazionale danese su cui campeggiava la scritta “Diritti umani per tutti”: la squadra indosserà comunque una terza maglia nera, in segno di lutto per i lavoratori morti nella costruzione delle infrastrutture. D’altronde questo mondiale, già a partire dalle modalità dalla sua assegnazione in Qatar, presenta numerose ombre: tra queste un’indagine per corruzione in cui sarebbe coinvolto persino l’ex presidente francese Nicolas Sarkozy, come reso noto dall’inchiesta di Report andata in onda pochi giorni fa.

In questa cornice a dir poco problematica, anche i tifosi europei stanno prendendo posizione sull’evento e invitano a boicottarlo, esibendo enormi striscioni in curva, soprattutto negli stadi tedeschi, usando sui social l’hashtag #BoycottQatar2022.

Al netto della gravità di quanto avvenuto nella costruzione delle infrastrutture e delle violazioni dei diritti umani, la rassegna non parte sotto i migliori auspici neanche per quanto riguarda la sostenibilità ambientale.

Eppure, l’obiettivo dichiarato dagli organizzatori era di tutt’altro segno. Il Qatar si è impegnato nella realizzazione della prima Coppa del Mondo a emissioni zero della storia. Ma sarà davvero così?

L’impatto ambientale di un mondiale

Già in passato la Fifa si era preoccupata degli oneri ambientali causati dai mega eventi sportivi, sia sul Paese ospitante che sulle regioni circostanti. È stato con il torneo di Germania 2006 che si è iniziato a parlare per la prima volta di sostenibilità. Per limitare gli impatti ambientali legati all’organizzazione della Coppa del Mondo era nata l’iniziativa Green Goal, concentrata principalmente su cinque aree chiave: acqua, gestione dei rifiuti, energia, trasporti sostenibili e neutralità ai cambiamenti climatici. Successivamente, le rassegne del 2010 e del 2014 in Sudafrica e Brasile avevano fatto segnare un arretramento dal punto di vista ambientale, riservando maggiore attenzione agli aspetti sociali ed economici, tra realizzazione di infrastrutture, creazione di posti di lavoro e incremento del turismo. Durante Russia 2018 era stata costruita una strategia di sostenibilità basata sulla triple bottom line, vale a dire sociale, economica e ambientale.

La sostenibilità ambientale è, almeno nelle intenzioni, anche un obiettivo fondamentale della competizione ai nastri di partenza in Qatar, per garantire che l’evento lasci un’eredità positiva al Paese ospitante e ai suoi residenti. Il comitato organizzatore e la Fifa avevano annunciato che la rassegna qatariota sarebbe stata a zero emissioni. Sono stati spesi oltre 200 miliardi di dollari per adeguare tutte le strutture sportive ad accogliere i tifosi in arrivo da tutto il mondo.

Tra queste c’è anche lo stadio Ras Abu Aboud, meglio noto come Stadio 974, perché composto da 974 container riciclati che, al termine della competizione, verranno smantellati e riutilizzati per altri scopi. È la prima volta che un’infrastruttura modulare così imponente viene costruita per un’occasione del genere. Secondo uno studio sull’impatto ambientale dell’innovativo stadio Ras Abu Aboud, questa pratica di economia circolare può offrire vantaggi socioeconomici a lungo termine alla città ospitante e ai paesi vicini, prima, durante e dopo la Coppa del Mondo. Ad esempio, attraverso il riutilizzo, riciclo e riallocazione dei container per costruire scuole, centri per l’infanzia, strutture sportive e ospedali in altri Paesi, riducendo l’impronta di carbonio e andando nella direzione della sharing economy.

Altro pilastro della strategia ambientale di Qatar 2022 è l’energia solare: è stato realizzato un impianto di 800 megawatt su un terreno di 10 chilometri quadrati per produrre energia, non solo per il periodo del Mondiale, ma anche per i decenni a seguire. Nonostante questo però, è stata la stessa Fifa a mettere nero su bianco un dato: la rassegna mondiale genererà comunque 3,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, considerando le emissioni dirette e indirette degli alloggi, della costruzione delle infrastrutture e dei viaggi. Una quantità notevolmente superiore a quella prodotta dall’edizione russa (2 milioni di tonnellate) e alla rassegna itinerante di Euro 2020 (450mila tonnellate).

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Un’operazione di greenwashing mondiale?

Secondo uno studio dell’Investment Promotion Agency Qatar, attraverso la corretta attuazione di un’economia circolare, a partire proprio da progetti di sostenibilità come la Coppa del Mondo a emissioni zero, il Qatar arriverebbe a generare affari per 17 miliardi di dollari entro il 2030, corrispondenti al 10% del suo Pil, oltre a creare fino a 19mila posti di lavoro e attrarre più investimenti.

Molte organizzazioni però, bollano ormai le promesse del Qatar sui mondiali come greenwashing. Tra queste c’è l’ong Carbon Market Watch che, dati alla mano, contesta punto per punto le roboanti dichiarazioni sul primo torneo “carbon neutral” della storia.

Il motivo? In primis, la Fifa avrebbe calcolato il livello di emissioni di C02 prodotte dagli impianti prendendo in considerazione solamente le giornate effettive in cui si disputeranno le partite e non l’intero ciclo di vita delle strutture. In realtà, non ci sono certezze circa il destino di infrastrutture che, come è avvenuto ad esempio nel Mondiale in Brasile, potrebbero trasformarsi in vere e proprie cattedrali nel deserto. Basti pensare alla città di Doha, che nella sua storia ha sempre utilizzato un solo impianto sportivo per il calcio e, alla fine del torneo, se ne ritroverà otto.

La strategia messa in campo per limitare l’impatto ambientale prevede anche l’acquisto di crediti di carbonio per compensare le emissioni, distanze ridotte per limitare i trasporti e soluzioni tecnologiche per ridurre i consumi degli impianti, gestire al meglio i rifiuti ed evitare sprechi di acqua. Secondo lo studio però, questo non sarà sufficiente ad evitare che le emissioni della Coppa del mondo siano superiori a quanto previsto dagli organizzatori. Inoltre, “è improbabile – si legge – che i crediti di carbonio acquistati per compensare queste emissioni abbiano un impatto sufficientemente positivo sul clima”, sia perché calcolati sulla base di uno standard creato appositamente per il torneo, sia per il basso numero di progetti attivi.

Per Carbon Market Watch, la reale impronta ambientale di queste infrastrutture è di almeno 1,4 milioni di tonnellate di CO2, l’equivalente delle emissioni prodotte in un anno da 180mila famiglie statunitensi per il consumo di energia. Le emissioni in Qatar nel solo mese di novembre 2022 saranno otto volte superiori a quelle che si hanno in Islanda in un intero anno.

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Promesse non mantenute

I dati, dunque, presentano, un quadro ben più complesso rispetto a quanto prospettato dalla Fifa e dagli organizzatori. E la neutralità carbonica appare soltanto una promessa irrealizzabile, per almeno tre motivi principali.

1 – Stadi e infrastrutture

Come detto, gli stadi, gli alloggi e tutto ciò che è stato costruito per questa manifestazione ha una propria impronta di CO2. Un problema non da poco perché, come si legge nel rapporto di Carbon Market Watch, queste strutture “sono state costruire appositamente per la Coppa del mondo e il futuro uso estensivo di così tanti impianti in uno spazio geografico così ristretto è incerto”. Le stime della Fifa in merito all’immissione in atmosfera di 3.6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, appaiono dunque assolutamente al ribasso.

Un’analisi di IrpiMedia e Placemarks ha, inoltre, rivelato che per i nuovi stadi e gli edifici o piazze di pertinenza sono stati cementificati circa 1,4 milioni di metri quadrati. Da questo punto di vista, quello con un impatto maggiore è lo stadio di Al Bayt che occupa una superficie di 440 mila metri quadrati ed è circondato da ben 1,2 milioni di metri quadrati di nuove aree dedicate ai parcheggi.

2 – I trasporti

Per ridurre al minimo il numero dei voli aerei, tutti gli stadi sono stati collocati nel raggio di 70 chilometri dal centro di Doha, la capitale del Qatar. In questo modo, sono raggiungibili attraverso le linee della metro e i bus elettrici e ciò dovrebbe ridurre l’inquinamento. Non è però un caso che tra gli sponsor ufficiali della Coppa del Mondo ci siano realtà come Qatar Airlines, Hyunday e QatarEnergy. Tra il mese di novembre e dicembre, si attende infatti l’arrivo di oltre 1,5 milioni di tifosi e appassionati, che si muoveranno a bordo di inquinanti aerei e che non potranno soggiornare tutti nelle vicinanze di Doha.

Il Paese, infatti, dispone solamente di 30mila camere d’albergo, escluse le strutture che saranno destinate alle squadre e allo staff Fifa. Dove andranno tutte queste persone? Oltre a sette fan village, dove si può dormire in un minuscolo container per 200 euro a notte, è stata anche stretta una partnership con MSC Crociere, la quale metterà a disposizione le motonavi “Poesia” e “World Europa” per un totale di 3.898 cabine disponibili. Molti potranno soggiornare nel vicino emirato di Dubai, dove proprio Qatar Airways ha organizzato un servizio navetta operato da compagnie aeree regionali per i giorni delle partite, inclusi almeno 60 voli giornalieri da e per Dubai. Qualcuno aveva detto carbon neutral?

3 – Il problema dell’acqua

Infine, si prevede che il Qatar avrà bisogno di almeno 10mila litri di acqua al giorno per l’irrigazione di otto stadi, più oltre 130 campi di allenamento. Il Paese però non ha accesso all’acqua dolce e dovrà quindi contare sul processo di desalinizzazione, con elevati costi ambientali, sia per l’utilizzo di combustibili fossili durante il processo che per i danni causati all’ecosistema marino. La tecnologia della desalinizzazione dell’acqua marina implica infatti l’utilizzo di grandi quantità di combustibili fossili – in particolare petrolio e gas – e produce un fluido salino di scarto contenente sostanze chimiche come la clorina, metalli pesanti e agenti antischiuma, che viene rilasciato nel mare. I danni per i coralli, per gli organismi marini e per la biodiversità rischiano di essere incalcolabili.

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