giovedì, Maggio 26, 2022

“Se l’Europa vuole derussificare il gas serve una politica energetica comune”. Intervista all’esperto Massimo Nicolazzi

Dopo l'annuncio della Commissione europea di voler interrompere le forniture di carbone dalla Russia, sarà il turno di petrolio e gas? L'analisi del professore di Economia delle risorse energetiche presso l’Università di Torino ed ex manager di Lukoil ed Eni. "Nell'immediato non c'è un piano B"

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Derussificare il fossile che ci resta”: quella che agli inizi del 2022 sarebbe sembrata un’espressione astrusa e astratta ora, a poco meno di due mesi dalla guerra russa in Ucraina, è la rotta che l’Europa ha annunciato di voler intraprendere. A coniare la formula è stato per primo Massimo Nicolazzi, docente di Economia delle risorse energetiche presso l’Università di Torino ed ex manager di Lukoil ed Eni.

Appena tre anni fa Nicolazzi pubblicava per Feltrinelli il libro “L’elogio del petrolio”; oggi si definisce un “militante della decarbonizzazione” e invoca una politica energetica comune a livello europeo. La sua è una transizione pragmatica. Data la sua esperienza decennale nel campo degli idrocarburi, in questa intervista per Economiacircolare.com abbiamo posto al professor Nicolazzi una serie di domande per capire la reale consistenza della strategia europea in primis, nonché di quella italiana, per liberarsi dalla dipendenza del gas russo.

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Partiamo dalla più stretta attualità. Dopo la scoperta del massacro di Bucha, l’Europa ha deciso di attuare le prime sanzioni alla Russia sull’energia, mettendo sotto embargo il carbone. Come giudica questa presa di posizione, a più di 40 giorni dall’avvio del conflitto?

Vale la pena ricordare che l’Europa ha avviato le prime sanzioni contro la Russia proprio con l’intenzione di escludere l’energia, e anzi venivano esclusi in maniera più specifica istituti bancari come GazpromBank. Quello a cui abbiamo assistito nei giorni scorsi è un annuncio molto graduale. Diamo qualche cifra: l’anno scorso dall’esportazione di greggi (petrolio, ndr) la Russia incassava circa 110 miliardi di euro, dall’esportazione di gas naturale 57,5 miliardi di euro e da quella di carbone 17,5 miliardi. Di fatto il carbone rappresenta per la Russia poco meno del 7% delle esportazioni di fonti fossili. È vero che il maggior importatore di carbone russo è l’Europa ma è altrettanto innegabile che l’Europa non ha nessuna difficoltà ad approvvigionarsi altrove e la Russia non ha nessuna difficoltà a vendere altrove, penso per esempio alla Cina. Siamo di fronte a un segnale, dagli effetti economici e commerciali abbastanza limitati.

A partire dai dati che ha citato, la conferma è che su petrolio e gas la vicenda è più complicata. Lei parla spesso dell’imperativo della derussificazione del fossile che ci resta. Cosa vuol dire? 

Se la rinuncia al petrolio russo dovesse diventare la prossima scelta europea, si aprirebbe una partita devastante, sia per noi che per loro. Oltre il 70% degli introiti russi derivanti dalle risorse naturali viene proprio dal petrolio. Il tema qui è che, a differenza del gas allo stato gassoso, il petrolio è mobile. Vuol dire che viaggia per nave e, potendolo spostare da una destinazione all’altra, dopo un inevitabile periodo di turbolenze si potrebbe arrivare a un riequilibrio di mercato. Per cui arriverebbe molto più petrolio russo in Cina, che è già il secondo acquirente al mondo proprio dopo l’Europa, e cambierebbero di molto le importazioni da parte dell’Europa. Ben diverso è il discorso sul metano, perché questo arriva tramite gasdotti e i tubi non si possono girare in una destinazione o nell’altra, lì la destinazione è obbligata. Il gas va dove lo portano i tubi.

Ecco, a proposito di gas: il recente pacchetto europeo Repower EU mira principalmente a sostituire il gas russo con altro gas. Lo stesso fa l’Italia, appoggiandosi soprattutto a Eni per aumentare le forniture di Paesi come Algeria, Congo, Mozambico ed Egitto. Lei come giudica questa strategia? E’ davvero a breve termine o c’è la possibilità che si inneschino rapporti duraturi nel tempo?

Specifichiamo una cosa: nel breve termine, se chiudiamo i rubinetti del gas domani mattina, non c’è un piano B. L’unica cosa che possiamo fare nell’immediato è tentare di sostituire il gas russo con gas non russo. Non è che possiamo mettere in pista fonti alternative non fossili dall’oggi al domani; dobbiamo farlo ma si tratta di un processo. La ricerca in giro per il mondo di gas sostitutivo di quello russo va fatta con la consapevolezza, rafforzata da tante analisi accreditate, che non esiste una sola ipotesi in cui si possa sostituire tutto il gas russo entro il prossimo inverno. Per cui la chiusura del rubinetto russo implica anche la necessità di una diminuzione dei nostri consumi, in aggiunta alla sostituzione per quanto possibile di gas diverso da quello russo. Siccome non esiste allo stato attuale un fornitore che possa da solo compensare la Russia, bisogna fare di necessità virtù.

Abbiamo appreso che la volatilità del prezzo delle fonti fossili è strutturale. Come si può combattere, se anche il ministro della Transizione Ecologica ha parlato recentemente di “truffa”? Ha senso la proposta del premier Draghi di acquisti e stoccaggi comuni di gas, in modo che l’Europa parli con una sola voce?

Meglio rispondere un pezzettino alla volta. Partiamo da Cingolani: usare la parola “truffa” serve forse ad attirare consenso popolare ma a un ministro si raccomanderebbe una più profonda analisi di come funzionano i mercati. Sapendo anche che nei mercati ci sono le imprese e non i governi. E sapendo anche che la modalità in cui funziona il mercato è quella per cui il prezzo di equilibrio è determinato da una giostra velocissima di coperture e ricoperture delle posizioni aperte. Non a caso i maggiori trader d’Europa hanno mandato una lettera alle banche centrali dicendo “o ci fate credito illimitato o qui salta tutto il sistema”. Per quanto riguarda la proposta di Draghi, io sono un po’ scettico sul tema degli acquisti comuni perché alla fine della catena sono sempre le imprese che comprano. A meno che non si voglia dire che saranno le amministrazioni statali a farsi carico degli stoccaggi. Il tema sul quale sarebbe tempo di ragionare, rinunciando a un po’ di sovranità nazionale, in direzione di un unico governo e soprattutto di un’unica politica, è quello sulle infrastrutture energetiche.

Dunque non solo gli stoccaggi?

Esatto. Va posto il tema di una rete energetica comune. Credo che se riuscissimo a costruire in Europa l’equivalente di Snam, cioè una società unica dei gasdotti, o di Stogit, cioè una società unica per gli stoccaggi, avremmo fatto un grandissimo passo in avanti nella capacità di integrare le risorse e di gestire una politica energetica comune. Per fare questo occorre però che gli Stati cedano un po’ di sovranità e la conferiscano all’Europa. Già in passato le istituzione europee avevano avanzato un piano di stoccaggio della rete energetica, a livello regionale e non nazionale, che non a caso è finito nel dimenticatoio.

Lei definisce l’idrogeno “Godot”, come il noto protagonista dell’opera teatrale di Samuel Beckett: davvero non ci crede? Non potrebbe sostituire petrolio e gas almeno nei settori hard to abate e nei trasporti?

Finora l’idrogeno non è arrivato, ma non escludo che sia un Godot che prima o poi può arrivare. Probabilmente lo farà, ma arriverà gradualmente. Se ad esempio guardiamo la Strategia europea sull’idrogeno le prime indicazioni riguardano la fine del prossimo decennio. Poi vorrei un po’ di dibattito laico di quale idrogeno parliamo quando parliamo di idrogeno. Perché se parliamo solo ed esclusivamente di idrogeno verde ci vorrà davvero tantissimo tempo prima di arrivare a una produzione reale e magari persino economica e non in perdita.

Quindi dovremmo appoggiare il tentativo di Eni di creare una produzione di idrogeno blu a Ravenna?

Guardi, indipendemente da Eni i colori e dunque i vari tipi di idrogeno sono tanti. C’è l’idrogeno turchese, ad esempio, quello prodotto dalla pirolisi del metano e che sta attirando alcune imprese. Oppure c’è l’idrogeno viola, quello che si ricava dal nucleare, e che è pure a zero emissioni.

Ma lei sa meglio di me che al momento l’idrogeno viola non si potrebbe realizzare…

E lei sa che quello che non si può produrre si può importare. Lei dice giustamente che il nucleare in Italia non esiste ma io mi limito a constatare che ancora oggi su 10 lampadine che accendiamo una va a nucleare, perché il 10% è la quota di acquisto dall’energia nucleare francese sui consumi italiani annuali.

Mi pare di capire che non intravede grandi opportunità per un idrogeno che sia solo verde, o sbaglio?

Su settori specifici, per i quali l’idrogeno potrebbe dare un importante contributo, va sviluppato in fretta. Faccio un esempio: la sostituzione dell’idrogeno grigio con l’idrogeno verde nel settore della raffinazione si può fare rapidamente. Sull’uso diretto dell’idrogeno nel settore hard to abate qualcosa si può fare, anche perché su questo ci aiuta la crescita dei prezzi di emissione. Però francamente la sostituzione per usi civili e quant’altro del metano con l’idrogeno verde mi sembra qualcosa di difficile. A questo punto meglio l’elettrificazione. Anzi, dirò di più: non capisco perché su tutto ciò che può essere elettrico, e dunque alimentato al 100% da fonti rinnovabili, si vuole ripescare l’idrogeno.

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