giovedì, Maggio 26, 2022

Quanto costa comprare con un click? Il peso ambientale e sociale dell’e-commerce

Tutti gli aspetti da considerare per calcolare l'impatto ambientale degli acquisti online: dall'imballaggio alla logistica dell'ultimo miglio, dall'instant delivery alle merci distrutte. Ma non è solo questione di impronta climatica

Nicoletta Fascetti Leon
Giornalista pubblicista, allevata nella carta stampata. Formata in comunicazione alla Sapienza, in giornalismo alla Scuola Lelio Basso, in diritti umani all’E.ma (European Master’s Programme in Human Rights and Democratisation) di Venezia. Ha lavorato a Ginevra e New York nella delegazione UE alle Nazioni Unite. Vive a Roma e da nove anni si occupa di comunicazione ambientale e progetti di sostenibilità

La prima cosa da sapere sull’e-commerce è che, una volta comparso nelle nostre abitudini di acquisto, difficilmente sarà abbandonato a favore di un ritorno a metodi tradizionali. Sul suo largo successo, specie nel nostro Paese, certamente ha pesato la complicità degli ultimi due anni di crisi sanitaria che ha fatto dell’acquisto online non solo il più sicuro, ma a volte anche l’unico possibile.

Tuttavia, anche ben prima della pandemia, l’e-commerce contava in Italia oltre 48 miliardi di fatturato nel 2019, a fronte di quasi 3.000 miliardi di dollari globali. Anche se il primato dell’e-commerce risiede nell’area asia-pacifico, con la Cina che occupa la più larga fetta di mercato (855 miliardi di dollari nel 2018), non c’è dubbio che il suo trend è in rapida crescita anche in queste latitudini. E per constatarlo basta uno sguardo alle nostre strade cittadine, letteralmente invase dai furgoni delle consegne.

Shopping comodamente seduti in poltrona

Comprare on-line è rapido veloce e per molti aspetti appagante. Prendiamo l’acquisto di un paio di scarpe: le vedo, mi piacciano, clicco e mi arrivano a casa anche domani. Se non mi piacciano più quando le metto ai piedi, o non sono della misura giusta, non c’è problema: le rimando indietro e ne ordino un altro paio. Sembra comodo e semplice, ma è anche chiaro che non può essere a costo zero.

Oggi, secondo uno studio COOP, la digitalizzazione è diventata parte dello stile di vita degli italiani permettendo all’e-commerce di continuare la sua crescita, seppur meno rapida  (+18% nel 2021 rispetto al +45% nel 2020). Secondo un’analisi delle tendenze di consumo europeo svolta nel 2021 da Packlink –  azienda di spedizioni – circa nove italiani su dieci (l’87,6% degli intervistati) affermano di aver effettuato acquisti online nel mese precedente. Il profilo del consumatore digitale italiano tracciato dallo studio descrive un giovane di meno di 40 anni, che effettua più di due acquisti online al mese (61%) spendendo tra i 50 e i 150 euro prevalentemente per prodotti tecnologici (55,18%) e abbigliamento (57,95%), seguiti da articoli come videogiochi o libri (52,02%).

Quanto pesa sull’ambiente lo shopping online

La scalata irreversibile del commercio on line ci porta alla fatidica domanda sul suo peso per l’ambiente. È bene premettere subito che una semplice e univoca risposta è difficile da dare, considerata la complessità delle variabili connesse, specie in uno studio comparativo degli impatti tra acquisti off-line e on-line.

Nel 2020, il B2c Logistic Center, tramite un modello che quantifica i chilogrammi di CO2 equivalenti generati dalle attività commerciali, sostiene che l’e-commerce sarebbe in media più sostenibile dell’acquisto tradizionale. Dati analoghi sono emersi dall’analisi della società di consulenza Oliver Wyman, effettuata su dati europei del 2019. Anche il Sustainability Report 2020 di Amazon, prevedibilmente, sostiene che lo shopping online genera il 43% in meno di gas a effetto serra per ogni oggetto acquistato rispetto allo shopping nel punto vendita.

Più prudente è lo studio, basato su letteratura e analisi di alcuni casi, condotto dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, secondo il quale lo shopping online risulta conveniente soltanto se il singolo cliente, per recarsi al punto vendita, debba percorrere una distanza significativa, stimata intorno ai 15 chilometri. In caso contrario, sarebbe il tradizionale shopping in negozio ad essere più leggero per l’ambiente. Questo risultato punta i riflettori sull’ultimo miglio di viaggio di un prodotto. Per tornare al nostro esempio, se invece di aspettarlo in poltrona, posso comprare il mio paio di scarpe facendo una passeggiata a piedi o in bicicletta, magari aggiungendo qualche altro acquisto, potrei abbassarne il costo in termini di emissioni.

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Volere tutto e subito pesa sull’ambiente

A complicare il quadro c’è il sevizio di spedizioni veloci introdotto da Amazon con “Prime”, arrivato anche in Italia nel 2011, e ora diffuso in quasi tutti i tipi di consegne. Garantire il così detto instant delivery alza di molto il peso ambientale del sistema e-commerce, cambiando radicalmente anche la logistica delle consegne nelle città. Dover recapitare al cliente il suo pacchetto il giorno dopo il suo ordine, significa far viaggiare più furgoni semivuoti nella stessa direzione, invece di uno solo quando è pieno. In alcuni casi, la consegna immediata può voler dire anche, ad esempio, per un prodotto made in China, un viaggio in aereo anziché in nave, annullando in un sol colpo la convenienza ed efficienza ambientale del sistema logistico.

Ma è il trasporto locale il problema più evidente. Solo in Italia viaggiano su gomma 20.000 furgoni ogni giorno per portare più di 300 milioni di pacchi a domicilio ogni anno. Josué Velasquez Martinez, direttore della Sustainable logistics initive al MIT di Boston –  intervistato nella puntata “Vite a domicilio” della trasmissione televisiva “Presa diretta” nel 2020  – ha stimato che servirebbero da 20 a 300 alberi al giorno per assorbire l’anidride carbonica dovuta alle consegne veloci.

La nota dolente del packaging

Un altro degli aspetti considerati critici per il commercio elettronico è l’impatto ambientale del packaging. Gli imballaggi dei prodotti ordinati online implicano, infatti, un forte utilizzo di cartone e plastica. Secondo il consorzio Corepla già nel 2016 l’e-commerce rappresentava il 15% del totale della plastica immessa al consumo in Italia: il 200% in più rispetto a dieci anni prima. Fa eco a questi dati la ONG Oceana, secondo la quale 270mila tonnellate equivalgono ai rifiuti di imballaggi in plastica che Amazon avrebbe generato nel 2020, il 5% dei quali sarebbe finito in mare.

Lo smaltimento dei diversi imballaggi di un prodotto ordinato online può arrivare a causare un’emissione di CO2 quasi 20 volte superiore rispetto alla stessa operazione fatta per la classica shopper del negozio. E non è tutto. Le abitudini di acquisto generate dalla pandemia hanno provocato, per esempio, un aumento dell’e-commerce in settori come quello alimentare che negli Stati Uniti è passato da essere quasi marginale a occupare il 17% degli acquisti online. Questa tendenza è destinata a determinare un cambiamento nelle scelte di packaging dei prodotti. Si pensa infatti che si prediligerà in futuro la plastica al vetro per molti alimenti, per ragioni di costo e di agilità del trasporto. Tutto da verificare sarà, invece, il vantaggio per l’ambiente.

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Pacchetti che vanno pacchetti che vengono

Nonostante i colossi dell’e-commerce si dicono pronti a tagliare le proprie emissioni – Amazon promette, con il suo “Shipment Zero”, di abbattere del 50% le emissioni di CO2 prodotte dalle sue consegne entro il 2030 e, con “Climate Pledge”, di raggiungere l’azzeramento delle emissioni del proprio business entro il 2040 – i nodi al pettine degli acquisti digitali rimangono molti. Uno di questi è dato dai prodotti resi, molto comuni specialmente nel settore abbigliamento, che raddoppiano il viaggio, e quindi il danno ambientale, di ogni pacchetto. Nello stabilimento logistico italiano di Zalando, colosso tedesco dell’abbigliamento online, solo per fare un esempio, transita una media di 20.000 pezzi di resi al giorno, parte dei quali, quando non destinati agli outlet o alle donazioni, vengono addirittura distrutti.

Sul tema della distruzione dei beni perché invenduti o difettosi è stata fatta luce nell’inchiesta “Amazon, uno smaltimento al di sopra di ogni sospetto” vincitrice del Premio Mani Tese per il Giornalismo Investigativo e Sociale 2019, poi ripresa anche da “Presa diretta”.

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Non si tratta solo di ambiente

Mettendo da parte la bilancia dei pesi ambientali, l’e-commerce genera riflessioni anche di altra natura. Ad indagare gli aspetti sociali della gig economy ci ha già pensato Ken Loach nel suo film “Sorry we missed you” del 2020, che racconta di corrieri schiavizzati e costretti a tour de force per rispettare scadenze, orari e consegne, che si tramutano in vere e proprie pratiche disumane, spesso invisibili e non considerate da chi acquista con un semplice click. Un gesto facile che può tramutarsi in consumismo sconsiderato. E non si tratta solo di questo.

Specie in un paese come il nostro, fiero dei suoi borghi e dei centri storici, delle produzioni artigianali e delle piccole botteghe, dei negozi di prossimità e dei mercati rionali, l’acquisto mediato da uno schermo rischia di promuovere una deriva solipsistica e asociale, che fa il paio con le pratiche di lavoro standardizzato ripetitivo e al limite del parossistico dei grandi centri logistici. Nell’immenso stabilimento di 130.000 metri quadri, a Nogarole Rocca (Verona), snodo per le consegne di Zalando nell’Europa meridionale, tra i 1.000 e 2.000 operatori, guidati da rigide regole di performance, pratiche ripetitive e standardizzate, ricevono merci, stoccano, inscatolano, e spediscono pacchi 24 ore su 24: un sistema che, in vesti tutte nuove, ricorda ancora la fabbrica di Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”.

Come premesso, non faremo più a meno del commercio on line, che in molti casi può essere anche una scelta vantaggiosa, ma abbiamo di che riflettere, prima del nostro click in poltrona.

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