sabato, Maggio 28, 2022

Solo la circolarità può “guarire” la carenza di materie prime. Il Rapporto 2022 Cen-Enea

Il quarto rapporto del Circular Economy Network, con un contributo ad hoc di ENEA sulla simbiosi industriale, si incentra sulla difficoltà di reperimento delle materie prime e dell'energia. Per raggiungere l'autosufficienza serve puntare sul disacoppiamento tra crescita e risorse

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Redazione EconomiaCircolare.com

La carenza di materie prime e il loro prezzo che va alle stelle. Governi e imprese e di tutto il mondo fanno i conti con un problema la cui soluzione è a portata di mano: si chiama economia circolare. Prima la pandemia e ora la drammatica crisi ucraina hanno distolto l’attenzione dalla crisi dell’economia lineare. Eppure la circolarità è anche almeno in parte una risposta a questi fenomeni, purché ci sia la capacità di rimettersi in discussione.

È quanto emerge dal Rapporto nazionale sull’economia circolare in Italia 2022, giunto alla sua quarta edizione. Lo studio è realizzato dal Circular Economy Network (CEN), la rete promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile assieme a un gruppo di aziende e associazioni di impresa, in collaborazione con Enea, ed è stato presentato oggi dal presidente CEN, Edo Ronchi, e dal direttore del Dipartimento sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali Enea, Roberto Morabito, alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Andrea Orlando e di Paola Migliorini, vice capo unità economia circolare, DG Ambiente della Commissione Europea. La conferenza è patrocinata dal Ministero della Transizione ecologica e dalla Commissione Europea.

“La crisi climatica e gli eventi drammatici degli ultimi due anni, con l’impennata dei prezzi di molte materie prime, dimostrano che il tempo dell’attesa è finito. È arrivato il momento di far decollare senza ulteriori incertezze le politiche europee a sostegno dell’economia circolare”, ha dichiarato Edo Ronchi, in passato ministro dell’Ambiente nel governo Prodi I e nel D’Alema I e II. “Le nostre economie sono fragili perché per aspetti strategici dipendono da materie prime localizzate in larga parte in un ristretto gruppo di Paesi. È un nodo che rischia non solo di soffocare la ripresa, ma di destabilizzare l’intera economia con una spirale inflattiva. Ed è qui che l’economia circolare può fare la differenza trovando all’interno del Paese le risorse che è sempre più costoso importare. L’obiettivo che l’Italia si deve porre è raggiungere il disaccoppiamento tra crescita e consumo di risorse“.

Gli spunti che derivano dal rapporto e dalla conferenza del Cen sono comunque tanti: sono stati individuati più di 50 indicatori, attraverso un procedimento di ricerca innovativo. La presentazione del rapporto si è svolta questa mattina sia in presenza presso il Nazionale Spazio Eventi di via Palermo, a Roma, che in streaming, per un totale di oltre 2000 iscritti.

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I numeri dell’economia circolare in Italia

I dati globali, sotto questo profilo, parlano chiaro: tra il 2018 e il 2020 il tasso di circolarità è sceso dal 9,1% all’8,6%. Negli ultimi cinque anni i consumi sono cresciuti di oltre l’8% (superando i 100 miliardi di tonnellate di materia prima utilizzata in un anno), a fronte di un incremento del riutilizzo di appena il 3% (da 8,4 a 8,65 miliardi di tonnellate). La diminuzione dei consumi durante la prima fase della pandemia, nel 2020, è già un ricordo. Così come i buoni propositi: sprechiamo ancora una gran parte dei materiali estratti dagli ecosistemi.

In questo senso il Vecchio Continente va a velocità molto diverse. In media in Europa nel 2020 sono state consumate circa 13 tonnellate pro capite di materiali. Ma tra le cinque maggiori economie al centro dell’analisi del quarto Rapporto del Cen – vale a dire Italia, Francia, Germania, Polonia, Spagna – le differenze sono consistenti: si va dalle 7,4 tonnellate per abitante dell’Italia alle 17,5 della Polonia. La Germania è a quota 13,4 tonnellate, la Francia a 8,1, la Spagna a 10,3.

Nel 2020 per nessuno dei cinque Paesi europei esaminati si è registrato un incremento nella produttività delle risorse. In Europa nel 2020, a parità di potere d’acquisto, per ogni kg di risorse consumate sono stati generati 2,1 euro di PIL. L’Italia è arrivata a 3,5 euro di PIL (il 60% in più rispetto alla media UE).

Il tasso di utilizzo di materia proveniente dal riciclo misura il contributo dei materiali riciclati alla domanda complessiva di materia. Nel 2020, ultimo anno disponibile a livello di dati, il tasso di utilizzo di materia proveniente dal riciclo nell’UE è stato pari al 12,8%. In Italia, sempre nello stesso anno, il valore ha raggiunto il 21,6%, secondo solamente a quello della Francia (22,2%) e di oltre 8 punti percentuali superiore a quello della Germania (13,4%): un risultato che da questo punto di vista ci pone ai vertici europei.

Notizie positive per l’Italia anche sul fronte rifiuti. In Italia la percentuale di riciclo di tutti i rifiuti ha raggiunto quasi il 68%: qui siamo in presenza addirittura del dato più elevato dell’Unione europea. Tra le cinque economie osservate, l’Italia è quella che al 2018 ha avviato a riciclo la quota maggiore di rifiuti speciali (quelli provenienti da industrie e aziende): circa il 75%. Per quanto riguarda i rifiuti urbani (il 10% dei rifiuti totali generati nell’Unione europea) l’obiettivo di riciclaggio è del 55% al 2025, del 60% al 2030 e del 65% al 2035. Nel 2020 nell’UE 27 è stato riciclato il 47,8% dei rifiuti urbani; in Italia il 54,4%. Sempre nel 2020 i rifiuti urbani avviati in discarica in tutta l’UE sono stati il 22,8%. Dopo la Germania, le migliori prestazioni sono quelle di Francia (18%) e Italia (20,1%).

Ci sono invece settori in cui l’Italia è in netta difficoltà. Uno è il consumo di suolo: nel 2018 nella UE a 27 Paesi risultava coperto da superficie artificiale il 4,2% del territorio, mentre l’Italia viaggia al 7,1% (seconda sola alla Germania). Anche per l’ecoinnovazione siamo agli ultimi posti: nel 2021 dal punto di vista degli investimenti in questo settore l’Italia appare al 13° posto nell’Unione europea con un indice di 79 (la Germania quasi ci doppia con un indice di 154. Infine la riparazione dei beni: in Italia nel 2019 oltre 23mila aziende lavoravano alla riparazione di beni elettronici e di altri beni personali (vestiario, calzature, orologi, gioielli, mobilia, ecc.). Siamo dietro alla Francia (oltre 33.700 imprese) e alla Spagna (poco più di 28.300). In questo settore abbiamo perso quasi 5.000 aziende (circa il 20%) rispetto al 2010.

Facendo le somme risulta che l’Italia e la Francia sono i Paesi che fanno registrare le migliori performance di circolarità, totalizzando 19 punti ciascuno.  Tutto bene, dunque? Non proprio.

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Disaccoppiare crescita economica e uso delle risorse

Se è vero che l’Italia è in testa per i trend di circolarità, basta pensare che raddoppiando l’attuale tasso di circolarità, a livello globale si potrebbero tagliare ben 22,8 miliardi di tonnellate di gas serra. Il rapporto del Circular Economy Network illustra alcuni esempi pratici. “Per i metalli ferrosi – si legge – il riciclo comporta un impatto stimato tra il 10 e il 38% rispetto a quello derivante dalla produzione del ferro/acciaio da materie prime vergini e tra il 3,5 e il 20% rispetto a quello generato dalla produzione dell’alluminio da materia prima vergine. La maggior parte delle plastiche è riciclabile e il corretto riciclaggio potrebbe comportare una riduzione fino al 90% delle emissioni rispetto a quelle dovute alla produzione di nuova plastica. Le emissioni del settore delle Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche potrebbe dimezzarsi se aumentasse il riutilizzo”.

Per sintetizzare: pur occupando una buona posizione nel campo dell’economia circolare, in particolare su alcuni settori, il nostro Paese non può crogiolarsi ma anzi deve accelerare. L’aumento dei prezzi delle materie prime, unite alle difficoltà energetiche, è solo l’ultimo campanello d’allarme, mentre la crisi climatica è già realtà. Lo sviluppo dell’economia circolare, da intendersi come cambio di paradigma, può dunque portare al raggiungimento del reale obiettivo da perseguire, già accennato sia nel Piano d’azione europeo per l’economia circolare che nella prima bozza della Strategia nazionale per l’economia circolare. Vale a dire il disaccoppiamento della crescita economica e dell’uso delle risorse.

Nel 2021 – si legge nel report del Cen – il rimbalzo dell’economia è stato molto più positivo delle aspettative, con una crescita del PIL italiano del 6,6% rispetto al 2020. Ma, inserita nel vecchio modello di economia lineare, questa crescita è andata a sbattere contro il muro della carenza di materie prime. In buona sostanza quello che è mancato è stato il disaccoppiamento tra crescita del PIL e uso di materie prime. Uno slancio consistente e tecnologicamente maturo in direzione dell’economia circolare avrebbe potuto creare un secondo, ampio mercato per le materie necessarie alla ripresa; evitando la crisi che stiamo vivendo e che rischia di protrarsi. Ma questo slancio non c’è stato”.

La necessità di un’inversione di rotta, basata sull’economia circolare, si fa più urgente. Anche perché al momento, come fa notare il rapporto del Cen, “Pil e consumo di materiali viaggiano in parallelo; la ripresa del 2021 mostra come i due valori si stiano riportando sugli stessi livelli precedenti alla pandemia”.

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Come avere più materie prime ed energia

Anche se la guerra in Ucraina ha assorbito ogni nostra attenzione, non va dimenticato che neppure un anno fa i governi di tutta Europa consegnavano i propri Piani nazionali per la ripresa post-Covid. Fino al 2026 l’Italia riceverà la quota maggiore dei fondi del Next Generation Eu, attraverso il proprio Pnrr. Insomma, i soldi per favorire un maggiore e più diffuso sviluppo dell’economia circolare. Lo stesso vale per la legislazione, sia europea che italiana. Serve però agire immediatamente.

In che modo? Il rapporto del Cen parte dall’analisi della normativa per poi andare a specificare nel dettaglio una serie di proposte concrete. “Tra le iniziative previste per lo sviluppo della circolarità nei processi produttivi, particolare rilievo hanno quelle riguardanti due campi – si legge – Il primo è la progettazione ecocompatibile dei prodotti: ampliando la direttiva sulla progettazione; estendendo i criteri di ecodesign; puntando sulla durabilità e riutilizzabilità dei prodotti, sull’incremento dell’uso di materiali riciclati e sulla limitazione di prodotti monouso. Il secondo è la circolarità dei processi produttivi: agevolando la simbiosi industriale; sviluppando la bioeconomia rigenerativa; promuovendo l’uso delle tecnologie digitali per la tracciabilità delle risorse; incrementando il ricorso alle tecnologie green; supportando la circolarità attraverso la revisione della direttiva sulle emissioni industriali e la definizione delle BAT; promuovendo la circolarità nelle piccole e medie imprese. Dal punto di vista dei consumi si punta a garantire che i consumatori ricevano informazioni attendibili sulla durata di vita e riparabilità dei prodotti. Si parla di un nuovo diritto alla riparazione per contrastare l’obsolescenza prematura dei prodotti e garantire obiettivi minimi obbligatori in materia di appalti pubblici verdi (GPP)”.

Come accennavamo, la possibilità concreta per l’Italia non può non partire dai fondi del Next Generation Eu. Dopo l’emanazione dei bandi, a breve comincerà l’elargizione dei finanziamenti. Intanto è fondamentale creare norme ad hoc che favoriscano ulteriormente l’economia circolare in ogni settore. “Il PNRR indica tra gli altri i seguenti obiettivi: arrivare entro il 2030 a un tasso di utilizzo circolare dei materiali pari almeno al 30%; ridurre del 50% la produzione di rifiuti entro il 2040 – spiega il rapporto – È necessario ora dare rapida e piena attuazione alle misure contenute nel Piano: definire un’efficace Strategia nazionale per l’economia circolare, realizzare gli investimenti per gli impianti, semplificare le procedure per l’end of waste, rafforzare gli strumenti di politica industriale a sostegno degli investimenti delle imprese in direzione della circolarità, promuovere il trasferimento tecnologico in particolare verso le piccole imprese, sviluppare la produzione di biometano e la bioeconomia circolare“.

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