mercoledì, Aprile 14, 2021

Come ti rimetto a nuovo stampanti e cartucce

In poco meno di 30 anni l'azienda lombarda si è trasformata da semplice start-up a produttrice riconosciuta tra i primi 5 del settore in Europa. Merito di un'intuizione da parte di un "agronomo fallito", come si definisce l'amministratore unico Franco Ferreri. "Chi compra rigenerato deve avere la percezione di avere tra le mani un prodotto nuovo e non una cosa usata rimessa a punto"

Sara Dellabella
Sara Dellabella
Giornalista freelance. Attualmente collabora con Agi e scrive di politica ed economia per L'Espresso. In passato, è stata collaboratrice di Panorama.it e Il Fatto quotidiano. È autrice dell'ebook “L'altra faccia della Calabria, viaggio nelle navi dei veleni” (edizioni Quintadicopertina) che ha vinto il premio Piersanti Mattarella nel 2015; nel 2018 è co-autrice insieme a Romana Ranucci del saggio "Fake Republic, la satira politica ai tempi di Twitter" (edizione Ponte Sisto).

Nata nel 1993, quando il mondo dell’informatica e della stampa stava sostituendo moduli e timbri, oggi Sapi si trova di fronte ad una nuova sfida, quella che la pandemia sta imponendo al mondo del lavoro, con uffici sempre più piccoli e lo smart working a farla da padrone. A riflettere sul futuro dell‘unica azienda in Italia che rigenera stampanti e cartucce per la stampa, dopo un passato da agronomo e direttore marketing della Braun, è Franco Ferreri. “Sono partito con l’idea che il recupero di questi materiali che si andavano a consumare sempre più fosse un’idea intelligente – racconta – Fin dall’inizio, quando l’azienda era costituita solo da me e mia moglie, mi sono trovato ad affrontare un problema tecnico. Cercare di riportare al nuovo prodotti che non lo sono più perchè ci sono delle parti consumate”.

Sapi è una delle realtà mappata nell’Atlante Italiano di Economia Circolare. Recentemente l’azienda ha pubblicato sul proprio sito Sapi Rigenera, il manifesto dedicato alla sostenibilità, all’econmia circolare e all’innovazione, per raccontare in dieci punti il proprio percorso di crescita che in poco meno di 30 anni l’ha trasformata da semplice start-up a produttore riconosciuto tra i primi 5 del settore in Europa e tra i primi 10 a livello globale.

Una delle parti fondamentali per la rigenerazione delle stampanti è capire quali pezzi si sono consumati, per poi sostituirli, ma con quali parti di ricambio? “Dietro c’è un sacco di lavoro di verifica  – spiega ancora Ferreri – e ogni giorno per le prove tecniche utilizziamo circa un bancale di carta. Lo sviluppo di un prodotto può durare da sei mesi a due anni per raggiungere le stesse performance di un prodotto nuovo”.

I numeri di un successo made in Italy

Sapi, nata dall’intuizione di un agronomo “fallito” come si definisce l’attuale amministratore delegato, impiega complessivamente 70 persone che lavorano nelle varie società del gruppo, in un capannone di 7mila metri quadrati nel comune di San Vittore Olona, alle porte di Milano, e un fatturato che sfiora gli 11 milioni di euro l’anno.

Il 50 per cento delle stampanti rigenerate e delle cartucce viene esportato verso i paesi del nord Europa, Usa, Australia e Sud Africa, ma l’orgoglio “è essere tra i 4-5 player del settore nel mondo”. Sapi oggi ricopre una considerevole quota del mercato delle stampanti e cartucce rigenerate. La clientela è formata soprattutto da grandi banche o istituti assicurativi, ma il vero vulnus è la pubblica amministrazione. Le vendite raggiungono un volume d’affari di circa 350 mila pezzi tra stampanti (circa 2000), copiatori e cartucce.

La mancanza degli enti pubblici

Il primo consumatore di questo genere di prodotti dovrebbe essere l’ente pubblico. “La legge prevede che il 30 per cento degli acquisti della pubblica amministrazione derivi da politiche di riutilizzo” spiega Ferreri. Ma come stanno realmente le cose?

“Negli enti pubblici non c’è traccia di prodotti rigenerati. Alla fine le gare pubbliche le vincono le aziende cinesi perché le loro cartucce costano molto meno delle mie. Manca ogni forma di controllo sull’applicazione della regola”. Nelle gare pubbliche non esistono dunque premialità per chi offre prodotti rigenerati e l’unico criterio di scelta e selezione è quello del massimo ribasso, con tutto quello che scelte del genere si portano dietro sotto molteplici aspetti.

La strada per una seria apertura alla rigenerazione e alla circolarità economica che ridà vita a dei prodotti riducendo sprechi e aumento di rifiuti, rischia di rimanere sola e pura narrazione, nulla di concreto. Se il criterio è quello del massimo ribasso, l’opportunità di un miglioramento del sistema economico si scontrerà sempre con aziende che rimettono sul mercato prodotti provenienti da paesi dove la manodopera è sottopagata e le materie prime costano poco.

L’importanza dei Criteri Ambientali Minimi

Ma perchè accade questo? A spiegarlo è Silvano Falocco, economista ambientale, esperto di contabilità ambientale e acquisti sostenibili, che coordina la rete GPPnet e il Forum Compraverde Buygreen.  “I criteri ambientali minimi (Cam) esistono per legge, ma ci sono tante gare che sono fatte male e non li prevedono” conferma Falocco. Ma allora cosa si può fare? “Le procedure di gara sono delle leggi speciali e gli unici che possono chiedere un correttivo con un ricorso al Tar, sono le aziende partecipanti. Si tratta di una pratica onerosa e che spesso non è conveniente per i fornitori che poi con quella pubblica amministrazione potrebbero avere altri interessi”.

I Cam nascono per dare alle pubbliche amministrazioni dei requisiti minimi da seguire in materia di razionalizzazione dei consumi e degli acquisti. Inseriti all’art. 18 della legge 28 dicembre 2015 n.221 e, successivamente, all’art. 34 recante “Criteri di sostenibilità energetica e ambientale” del D.lgs. 50/2016 “Codice degli appalti” che stabilisce l’obbligo per le stazioni appaltanti  a inserire nei bandi – a prescindere dal valore dell’importo – le specifiche tecniche e le clausole contrattuali individuate dai CAM.

“La soluzione ancora allo studio, potrebbe essere quella che un’associazione portatrice di interessi come la tutela dell’ambiente, provi a porsi come ricorrente terzo contro questi bandi, ma è una strada che ancora non è mai stata tentata” osserva Falocco.

Perché comprare rigenerato?

Rigenerare cartucce e stampanti, per un’azienda come Sapi, richiede uno studio approfondito dei prodotti, quindi “prima di sviluppare un prodotto, come nel caso delle cartucce per stampanti, io ho bisogno di sapere se ci sono i vuoti, sennò inutile che mi metta a svilupparle. In base a quello che segnalano i raccoglitori, si conosce il livello di diffusione di un certo tipo di prodotto e quindi su quale vale la pena investire – afferma Ferreri – a quel punto su quella compro una stampante nuova, mettendo a punto il prodotto rigenerato”.

Ma perché, a parità di prezzo, si dovrebbe comprare una cartuccia o una stampante rigenerata? “Il punto fondamentale è l’elemento psicologico. Chi compra rigenerato deve avere la percezione di avere tra le mani un prodotto nuovo e non una cosa usata rimessa a punto”. Il ragionamento che ispira il lavoro quotidiano di Sapi è che non si può buttare ogni tre anni una stampante perché un piccolo componente è logoro: l’impatto sull’ambiente è devastante. La verità è che quel prodotto, con una piccola riparazione, potrebbe durare ancora molto.

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