sabato, Maggio 28, 2022

Siccità, inverno tra i meno piovosi di sempre, “ma non è (ancora) emergenza”

Parliamo di acqua, siccità, scarsità idrica con Stefano Mariani dell’ISPRA. Che ci spiega come la situazione oggi sia certamente sotto osservazione, e perché non si possa parlare ancora di emergenza. Sul lungo periodo, si riduce la quantità di acqua disponibile nel Paese. Colpa anche della crisi climatica

Daniele Di Stefano
Giornalista specializzato in tematiche ambientali, un passato nell’associazionismo e nella ricerca non profit, collabora con EconomiaCircolare.com, La Nuova Ecologia, Green&Blue di Repubblica, Materia Rinnovabile e Rigeneriamo Territorio

È aprile e già da qualche mese si parla di siccità. Recente l’allarme dell’Anbi (Associazione nazionale dei consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue). Sull’Italia settentrionale, ad esempio, nel periodo settembre 2021-marzo 2022, le piogge sono calate dal 50% al 90%, con un deficit tra i 200 e 400 millimetri. Siamo già al dramma siccità, dunque? Proviamo a capire meglio insieme a Stefano Mariani, ricercatore dell’Area idrologia del Dipartimento per il monitoraggio e la tutela dell’ambiente e per la Conservazione della Biodiversità dell’ISPRA e membro degli Osservatori distrettuali permanenti per gli utilizzi idrici e del relativo Comitato tecnico di coordinamento nazionale.

Cos’è la siccità

La siccità, ci spiega Mariani, “è una condizione meteorologica naturale e temporanea, un evento che accade qualora in un dato territorio e in un dato periodo ci siano meno precipitazioni di quelle che, da un punto di vista climatologico, ci si aspetta”. Il problema, dunque, non è la siccità in sé per sé, che, possiamo dire, è un fatto naturale. Il problema è il perdurare di eventi di siccità: “Quando si prolunga il deficit delle precipitazioni rispetto alla climatologia del periodo e del territorio, questo fa sì che si arrivi a fenomeni di siccità più o meno estremi. A questo punto arrivano gli impatti sull’agricoltura, sulla ricarica degli acquiferi e sulla portata dei corsi d’acqua, nonché gli altri impatti economici-sociali e ambientali”.

Per capire oggettivamente quanto la situazione sia grave, spiega, bisogna osservare “quello che è accaduto nel passato per valutare quanto il deficit sia severo o estremo”.

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Gli Osservatori

La valutazione della siccità a livello nazionale si basa sulle attività degli Osservatori permanenti per gli utilizzi idrici istituiti in linea con la legislazione europea e nazionale a livello di distretto idrografico: sono sette i distretti italiani (Alpi orientali, Fiume Po, Appennino settentrionale, Appennino centrale, Appennino meridionale, Sicilia e Sardegna). Ogni distretto ha un proprio Osservatorio – a cui partecipano tutti i principali attori locali e nazionali – che supporta la gestione sostenibile dell’acqua e valuta la situazione delle risorse idriche, in particolare relativamente ad eventi di siccità o scarsità idrica. Si tratta, ci chiarisce il ricercatore, di due fenomeni distinti: “Una cosa è la siccità, altra è la scarsità idrica. Mentre la prima è legata a condizioni meteo-climatiche, la seconda è quella condizione – determinata perlopiù da fattori antropici – in cui la domanda di risorsa idrica eccede la naturale disponibilità. Una condizione che può essere aggravata da ulteriori fattori antropici (sistemi infrastrutturali insufficienti, inquinamento, ecc.) e da periodi di riduzione di precipitazioni o di siccità e/o da periodi di temperature elevate”. I gradi con i quali vengono descritte le diverse condizioni di siccità, con andamento crescente, sono “normale”, “moderata”, “estrema” e poi “severa”. La scarsità, invece, passa generalmente da una severità “normale” a “bassa” a “media” fino ad “alta”.

Dunque, per indicare una domanda superiore alla naturale disponibilità di risorsa rinnovabile si parla di “scarsità idrica”, mentre il termine “severità idrica” è utilizzato, generalmente, per indicare il grado del problema: ma spesso i due termini sono impiegati come equivalenti.

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La situazione idrica oggi

Sulla zona del distretto idrografico del Fiume Po e, in particolare, sul Piemonte, da inizio anno si registrano “precipitazioni molto basse, prossime ai minimi storici: gennaio 2022 è stato il quinto mese meno piovoso dal 1951 e l’attuale mese di marzo, al netto delle piogge di fine mese, rischia di essere il sesto mese più secco negli ultimi 65 anni”. Mariani sottolinea che “nel mese gennaio in Piemonte piove normalmente di meno rispetto agli altri mesi. L’impatto diventa però più grave se il fenomeno continua anche nei mesi primaverili”. Le previsioni meteorologiche a medio termine, aggiunge, “che presentano per loro natura una maggior incertezza rispetto alle previsioni a breve termine, prevedono delle perturbazioni associate a precipitazioni nelle prime settimane di aprile e in seguito un possibile ritorno a condizioni meno piovose”, sottolinea Mariani.

In conseguenza di queste precipitazioni scarse, si sono potenziate le attività del relativo Osservatorio. Un indicatore non proprio scientifico ma efficace della gravità della situazione è la frequenza degli incontri degli Osservatori. “Di solito si tiene un Osservatorio ogni due mesi”, ci racconta Mariani: “Ad oggi, invece, abbiamo avuto già la quarta riunione dell’Osservatorio per il distretto del Fiume Po dall’inizio dell’anno. Nell’ultimo anno siccitoso per l’intero territorio nazionale, il 2017, con casi di siccità anche estrema, in alcuni casi si è arrivati anche a una riunione ogni settimana”. Gli Osservatori, infatti, servono per decidere quali sono le misure corrette da mettere in atto, sia sul breve che nel lungo periodo, sia nelle situazioni ordinarie sia in quelle legate alla gestione delle conseguenze di eventi di siccità e scarsità idrica, cercando di fare una pianificazione che sia la più efficace e sostenibile possibile.

Come sta, quindi, il Po? “C’è una situazione di grande attenzione ma non ancora emergenziale: un livello di severità idrica media per il distretto idrografico, con precipitazioni previste e quindi una possibile ripresa dei deflussi nelle principali sezioni del Fiume Po. Tuttavia, siccome sta per iniziare la stagione irrigua, con grande domanda di acqua da parte dell’agricoltura, si stano intensificando le riunioni dell’Osservatorio per capire se la mancanza di precipitazioni sarà tale da arrecare problemi nella disponibilità di risorse. In ogni caso, su alcuni territori del distretto, come in Emilia Romagna, sono state avviate campagne di sensibilizzazione verso la popolazione per sottolineare la situazione in corso e l’adozione di buone pratiche nell’uso dell’acqua. Ma non parliamo ancora di emergenza. Se questi livelli di severità dovessero intensificarsi e perdurare e non avessero effetto le misure adottate di prevenzione e mitigazione, determinando quindi sensibili problemi economici e sociali (in particolare per il settore d’uso civile), si potrebbe però arrivare a situazioni di emergenza per deficit idrico, laddove saranno pertanto necessari interventi esterni di carattere operativo e normativo, decretati da provvedimenti delle autorità preposte (quali le Prefetture, la Protezione Civile, ecc.). Queste situazioni potrebbero condurre anche alle deliberazioni dello stato di emergenza da parte del Consiglio dei Ministri e avere effetti dal punto di vista economico, per i risarcimenti”.

Nemmeno negli altri distretti la situazione, ad oggi, appare emergenziale, sebbene sotto stretta osservazione. “L’Osservatorio delle Alpi orientali ha rilevato una severità bassa, con l’eccezione di alcuni territori del distretto. Severità bassa anche per il distretto idrografico dell’Appennino centrale, con alcune aree in cui la severità è più alta, che ha richiesto pertanto la convocazione di una riunione straordinaria a inizio aprile. A fine mese si sono tenute le riunioni dell’Osservatorio per l’Appennino meridionale e per l’Appennino settentrionale. Se nell’Appennino meridionale la situazione sembra tranquilla, senza grossi problemi nel soddisfare la domanda di acqua, nell’Appennino settentrionale la situazione in corso, determinata da scarse precipitazioni, ha richiesto la programmazione di un ulteriore riunione a metà aprile”.

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Il bilancio idrologico si modifica (anche a causa della crisi climatica)

Una recente iniziativa di ISPRA (condotta con il contributo degli uffici idrografici regionali e delle province autonome) ha permesso di valutare il bilancio idrico nazionale e quantificare la risorsa idrica a partire dal 1951 e, ad oggi, fino al 2020 e confrontarla con gli anni precedenti. Questo lavoro, sintetizza Mariani, “ha evidenziato negli ultimi settant’anni una riduzione della disponibilità media annua della risorsa idrica a livello nazionale”.

In particolare, “a fronte di una disponibilità di risorsa idrica media annua di 550 mm (corrispondente a circa un volume di 166 miliardi di metri cubi, per il territorio nazionale) per il periodo 1921–1950, le nostre stime per l’ultimo trentennio 1991–2020 mostrano un valore annuo medio di 445,2 mm (corrispondente a circa 134,5 mld m3)”. Dati che rappresentano “una riduzione media annua di 104,8 mm (–19%) rispetto alla stima per gli anni 1921 – 1950”.

Quando si parla di “disponibilità di risorsa idrica” (o meglio “disponibilità naturale di risorsa idrica rinnovabile”) si intende “l’acqua disponibile sul territorio italiano come differenza tra precipitazione totale (precipitazioni liquide e solide) ed evapotraspirazione, in media sul periodo considerato”.

siccità Se vi state chiedendo se tutto questo dipende (anche) dalla crisi climatica, la risposta è sì. “Impatti sulla disponibilità di acqua legati ai cambiamenti climatici senza dubbio ci sono – chiarisce ancora Mariani – difficile però quantificare questi impatti sulle singole componenti del bilancio idrologico poiché le variazioni sono legate anche a fattori antropici (ad es., l’impermeabilizzazione dei suoli).

Oltre alla riduzione della disponibilità, può essere ricondotto alla crisi climatica anche l’aumento, registrato nell’ultimo ventennio, di eventi estremi: “Sono aumentati i due estremi del ciclo idrologico: le grandi precipitazioni e i lunghi periodi di deficit. Un trend significativo, poi, lo abbiamo trovato nel numero di aree colpite da siccità estrema su scala nazionale” (vedi grafico sotto).

Siccità_estrema_PERCENTUALE_TERRITORIO_ANNUARIO_2021

Gli usi e gli sprechi

La scarsità di acqua, abbiamo detto, è legata alla domanda. Vediamo allora la natura della domanda. Secondo le stime Istat, il 47% del prelievo di acqua è utilizzato per irrigazione, il 28% per uso civile (le città), il 18% industriale, il 4% per usi energetici e il 3% per la zootecnia. Ma, ci fa riflettere il ricercatore, un conto sono i prelievi, un conto gli usi. La differenza tra i due la fanno, ad esempio, le perdite. “Secondo le stime ufficiali, su 16 miliardi di metri cubi di prelievo per uso agricolo, quelli utilizzati sono 13,6. Passando all’uso civile, sui 9,5 miliardi di metri cubi prelevati, solo 5,2 sono utilizzati”. Ogni, anno, dunque, oltre 8 miliardi di metri cubi di acqua si perdono per strada.

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