Il Circular Economy Act non può scordare chi ripara, riusa e riduce

Nel parere del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) sul futuro Circular Economy Act c’è una richiesta che va oltre il mercato delle materie prime seconde: riconoscere le persone, le cooperative, le imprese sociali e le comunità locali come infrastruttura politica della transizione

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

Per anni l’economia circolare è stata raccontata soprattutto come una questione di materiali: meno rifiuti, più riciclo, più materie prime seconde, più efficienza. Una grammatica necessaria, ma insufficiente. È questo il punto più interessante del parere esplorativo del CESE, il Comitato Economico e Sociale Europeo, sul Circular Economy Act, l’atto legislativo europeo che la Commissione vuole adottare tra luglio e settembre di quest’anno. Il CESE non si limita a chiedere più riciclo, tracciabilità o appalti verdi. Dice una cosa dal sapore più radicale: l’economia circolare ha a che fare con l’equità sociale e la transizione giusta deve essere accessibile a tutti i livelli e radicata nei territori. Altrimenti è una riorganizzazione industriale con qualche beneficio ambientale.

Il documento parte da una constatazione ormai evidente. L’accesso alle risorse non è più solo un tema ambientale: è una questione geopolitica, industriale e sociale. Materie prime critiche, catene di approvvigionamento fragili e dipendenza dalle importazioni spingono l’Europa a usare meglio ciò che già possiede. La Commissione europea presenta il Circular Economy Act come uno strumento per costruire un mercato unico delle materie prime secondarie, aumentare l’offerta di materiali riciclati di qualità e stimolare la domanda interna. Dentro il Clean Industrial Deal, la circolarità, quindi, diventa uno dei pilastri della competitività continentale. Ne abbiamo già parlato.

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Molto alle imprese e poco alla società?

Ma proprio qui si apre il conflitto. Se l’obiettivo è soltanto garantire materie prime all’industria europea, la circolarità rischia di essere assorbita da un’agenda che parla molto alle imprese e poco alla società. Il quadro europeo sulle materie prime critiche mostra bene questa tensione: ridurre dipendenze, rafforzare catene del valore, aumentare riciclo e sicurezza degli approvvigionamenti sono obiettivi reali, ma non neutrali. 

Il CESE prova invece a spostare il baricentro: dai flussi di materiali alle reti del valore, dalle metriche agli usi sociali, dalla gestione dei rifiuti alla qualità della vita. Il passaggio chiave è il riconoscimento della società civile e dell’economia sociale come co-artefici della transizione. Cooperative, imprese sociali, associazioni, comunità e territori non sono folklore partecipativo, ma soggetti capaci di costruire filiere circolari, generare lavoro locale e rendere accessibili pratiche che altrimenti resterebbero di nicchia. 

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fonte: Canva

Prodotti più durevoli, riparabili, riutilizzabili e modulari non possono diventare beni premium per consumatori con redditi medio-alti. Se scegliere circolare costa sistematicamente di più, la transizione produce una nuova disuguaglianza: chi può permettersi di consumare meno e meglio, e chi resta intrappolato nell’usa e getta perché è l’unico prezzo disponibile. 

Misure apportabili per un Circular Economy Act che sia anche sociale

Per questo servono strumenti più forti: IVA ridotta sui servizi di riparazione, voucher per famiglie a basso reddito, fondi pubblici per reti territoriali di riuso, spazi comunali per officine sociali, obblighi per la grande distribuzione, appalti riservati o orientati all’economia sociale. Altrimenti l’accessibilità resta affidata al mercato, cioè allo stesso meccanismo che ha reso conveniente sostituire invece che riparare.

La seconda questione riguarda il lavoro. L’economia circolare viene spesso descritta come una miniera di nuova occupazione, ma non è sempre così.  Raccolta, selezione, trattamento, riparazione, logistica inversa e ricondizionamento sono attività ad alta intensità di lavoro e possono riprodurre gerarchie vecchie in settori nuovi. 

Qui il parere del CESE coglie un punto essenziale, ma non lo spinge fino in fondo. Parlare di lavoro dignitoso non basta senza contrattazione collettiva, formazione retribuita, protezione di chi maneggia materiali contaminati, riconoscimento delle competenze tecniche e ruolo effettivo dei sindacati. 

Manca anche una lettura di genere. Riparazione, cura degli oggetti, gestione domestica dei consumi, mutualismo e lavoro comunitario sono pratiche spesso attraversate da divisioni tra uomini e donne. Una circolarità giusta deve chiedersi chi materialmente sostiene queste attività e se la transizione rischia di scaricare nuovo lavoro gratuito o sottopagato sulle donne, sulle famiglie e sulle comunità. 

La terza proposta riguarda i territori. Il CESE insiste sul decentramento, sui poli circolari locali e regionali, sulle aree rurali e remote, sulla cooperazione transfrontaliera. Un decentramento che però può diventare retorica se non è accompagnato da risorse e poteri reali. È un passaggio che rompe con l’idea che la circolarità sia soprattutto un affare metropolitano, tecnologico e industriale. Tenere i materiali in cicli brevi significa costruire infrastrutture di prossimità: centri di riparazione, piattaforme di riuso, biblioteche degli oggetti, reti tra imprese locali, mense e filiere territoriali, servizi pubblici capaci di orientare la domanda. Il rischio però è scaricare sul locale la responsabilità della transizione senza redistribuire potere. 

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fonte: Canva

Gli intermediari

C’è poi una figura che il parere porta alla luce: gli intermediari della transizione. Sono i soggetti che connettono amministrazioni, imprese, comunità, università, gestori dei rifiuti, enti formativi, cooperative. Senza di loro le buone pratiche restano casi isolati, i progetti pilota non scalano, le norme non diventano capacità amministrativa. Il CESE chiede di riconoscerli, professionalizzarli e finanziarli. È una proposta meno appariscente di un nuovo target sul riciclo, ma forse più trasformativa: la transizione avviene se qualcuno ha tempo, competenze e mandato per farla funzionare nei contesti reali.

Anche qui, però, la domanda politica è decisiva: chi finanzia questi intermediari? A chi rispondono? Sono figure pubbliche, cooperative, agenzie territoriali, consulenti privati? Senza una governance chiara potrebbero diventare un nuovo mercato della consulenza, invece che un’infrastruttura democratica della transizione.

Le solite questioni sul Circular Economy Act

Restano le questioni economiche e ambientali più note: responsabilità estesa del produttore, appalti pubblici circolari, criteri comuni per l’end of waste, contrasto all’obsolescenza programmata, responsabilità dei marketplace extraeuropei, tracciabilità delle sostanze chimiche. Sono tasselli necessari. Ma cambiano senso a seconda del progetto politico: un appalto può comprare contenuto riciclato oppure sostenere ecosistemi locali di riparazione e riuso; la responsabilità del produttore può finanziare solo riciclo oppure prevenzione, manutenzione e accesso sociale.

La parola più scomoda è sufficienza. Il CESE la affianca all’efficienza e incrina il racconto dominante. Non si tratta solo di fare meglio le stesse cose, ma di ridurre l’uso complessivo di materiali, prevenire i rifiuti, allungare la vita dei prodotti, cambiare modelli di consumo. Il piano europeo per l’economia circolare del 2020 aveva già spostato l’attenzione sull’intero ciclo di vita dei prodotti. Il nuovo atto legislativo dovrà dire se quel principio resta una formula o diventa una politica. Perché la sufficienza impone di discutere di bisogni, accesso, redistribuzione, servizi collettivi e limiti ecologici. Impone di chiedersi non solo come circolano le risorse, ma per quali fini sociali vengono usate. 

Il futuro Circular Economy Act sarà quindi un banco di prova. Potrà essere una legge per rendere più fluido il mercato europeo dei materiali secondari. Oppure potrà diventare un’infrastruttura di giustizia sociale e ambientale, capace di spostare investimenti, lavoro e politiche pubbliche verso modelli meno estrattivi. 

Il parere del CESE è importante perché impedisce di ridurre il Circular Economy Act a una legge per il mercato delle materie prime seconde. Ma non basta ancora a trasformarlo in una legge per la giustizia ecologica. Per farlo deve uscire dalla zona comoda della competitività verde e nominare il conflitto: chi deve consumare meno, quali settori vanno ridimensionati, quali lavori vanno protetti, quali territori devono ricevere potere.

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