venerdì, Maggio 27, 2022

Come sostituire le caldaie a gas con le pompe di calore. Intervista all’esperto Davide Sabbadin

Se è vero che il cambiamento parte da noi ciò è ancora più realizzabile a partire dai luoghi in cui abitiamo. Per combattere la dipendenza del gas russo come quando e quanto si può fare affidamento alle energie rinnovabili? Ecco tutto quello che c’è da sapere

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“I condomini devono essere la priorità per via del consumo energetico, le case unifamiliari devono essere la priorità per via della facilità di installazione”. Con una formula Davide Sabbadin, senior policy officer per il clima e l’economia circolare presso lo European Environmental Bureau, sintetizza un’attività di sensibilizzazione che da anni lo vede protagonista. Ovvero la sostituzione delle caldaie a gas nelle nostre case con le pompe di calore – miste, elettriche, geotermiche.

Partire dal riscaldamento domestico, dunque, per sostituire l’uso delle fonti fossili con le energie rinnovabili. Sabbadin promuove la decarbonizzazione nel riscaldamento domestico da ben prima della guerra in Ucraina – ha lavorato ad esempio a lungo per Legambiente nel settore dell’efficienza energetica. Ora che l’esigenza di uscire dalla dipendenza del gas russo si è fatta urgente, anche le sue soluzioni si fanno ancora più urgenti. A lui dunque abbiamo chiesto di formulare una serie di consigli pratici su come ciascuno di noi può contribuire al cambiamento, affrontando insieme i dubbi e le perplessità più diffuse.

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Partiamo dal mio caso: io vivo in Abruzzo, in un’area a metà tra l’interno e la costa. Qui molte case, specie quelle nelle contrade e nelle frazioni, vengono riscaldate attraverso il “bombolone”, cioè un serbatoio di GPL esterno che, in assenza del collegamento alla rete nazionale del metano, serve a scaldare l’acqua sanitaria e quella per il riscaldamento. È una pratica molto diffusa nell’Italia delle aree interne, soprattutto per le case più vecchie e malandate, perché è facile e immediata. Davvero qui è possibile immaginare la sostituzione con le pompe di calore?

In passato per Legambiente mi ero occupato dei gruppi di acquisto solare, mettendo insieme le famiglie che volessero comprare in gruppo impianti fotovoltaici. Ho provato a farlo anche in Abruzzo ma non ha funzionato granché. Più in generale ho riscontrato una maggiore resistenza a investire in queste tecnologie nel Centro-Sud Italia rispetto al Nord. Se ci pensiamo è un evidente paradosso, dato che le regioni più soleggiate sono proprio quelle del Centro-Sud. A mio modo di vedere ciò dipende da una maggiore cautela verso l’innovazione tecnologica che va contrastata con l’informazione. Non aiuta poi il fatto che spesso gli installatori sono a volte restii ad abbracciare le nuove tecnologie, perché questo comporta ulteriori necessità di formazione e un nuovo modello di business. Chi per esempio ha installato in passato il solare termico ha avuto qualche problema. Ed ecco perché gli installatori tendono a privilegiare la diffusione della caldaia a gas, col bombolone da interrare: è più facile, più rapido, non necessita di formazione e aggiornamento.

Cosa si può fare allora?

Varie cose, ma prima di entrare nel merito ci sono due elementi nuovi da affrontare. Il primo è che le pompe di calore elettriche migliorano ogni anno, e già oggi arrivano a temperature di mandata molto alte, quindi non è più vero che vanno bene solo per le case nuove, anche se ovviamente nelle case vecchie è comunque preferibile fare prima qualche lavoro di isolamento termico. Le pompe di calore sono dunque già ora una soluzione concreta per le unifamiliari. Qualche fatica in più si fa negli appartamenti all’interno dei condomini, e lì si può fare affidamento alle pompe di calore ibride, quindi un impianto di riscaldamento ibrido che di solito è alimentato dal gas (metano o gpl) e dal fotovoltaico. Quel che più conta è che in ogni caso si può fare affidamento sul Superbonus.

Rispetto alle case unifamiliari nei condomini c’è un’ulteriore difficoltà: a parole sono tutti a favore dell’efficientamento energetico e dei pannelli fotovoltaici, quando però si tratta di mettersi d’accordo la quadra non si trova mai e tutto resta così com’è. Come si supera questo empasse?

Per avere una maggiore adesione delle aree urbane, quelle più densamente popolate, il nostro Paese dovrebbe pensare al teleriscaldamento: è una tecnologia non molto diffusa, che consente di fare arrivare direttamente nelle case, attraverso reti di tubazione coibentate, l’acqua calda attraverso il geotermico. Nei condomini dove c’è il riscaldamento centralizzato si può pensare di sostituire da subito la caldaia a gas con una pompa di calore geotermica. Certo, negli ultimi due casi si tratta di investimenti più corposi ma si può ricorrere sempre al Superbonus e in ogni caso la presenza di più appartamenti ammortizza i costi che altrimenti ciascuno dovrebbe comunque affrontare da solo.

Resta il fatto che le famiglie che possono anticipare decine di migliaia di euro all’istante non sono molte. Così come la rateizzazione delle spese consente comunque rientrare realmente dell’investimento in dieci anni. Non è un po’ troppo?

Quello del costo iniziale delle pompe di calore è un problema vero. Ma anche in questo caso le soluzioni ci sono. Sono infatti le aziende di solito ad anticipare le spese, e quando viene chiesto di rateizzare non si tratta di cifre eccessive. Anzi, quei soldi teoricamente in più da sborsare ogni mese rientrano comunque subito grazie all’abbassamento del costo delle bollette elettriche. Andrebbe poi affrontato seriamente il tema della servitizzazione, che si sta sviluppando molto ad esempio in Germania e Olanda. Le aziende dell’energia ormai non vendono più solo energia ma si stanno orientando verso la vendita di servizi più ampi. Sarebbero dunque le aziende in questo caso a essere interessate a garantirti il calore come un servizio, senza che le persone debbano acquistare i mezzi per garantirselo.

Ci sono a tuo avviso altri esempi in cui la conversione domestica dal gas alle rinnovabili si può fare immediatamente?

Certamente. Penso alle seconde case al mare o in campagna, abitate solo in determinati periodi dell’anno, in cui è la pigrizia a far sì che ci sia il gas, ben più costoso, invece delle più economiche rinnovabili. Sono case in cui di solito il riscaldamento non è necessario, e serve solo garantire l’acqua calda, compito a cui può provvedere un semplice solare termico o una pompa di calore non particolarmente complessa. Penso a molte zone del Sud dove il fabbisogno energetico per il riscaldamento è limitato a pochi mesi all’anno. Anche qui la questione centrale è quella di garantire l’acqua calda, e in questo caso si può ricorrere ai boiler elettrici. Mentre per l’inverno, al posto di quelle stufette a gas che la gente si porta in giro in casa, si può ricorrere alle pompe di calore aria-aria, che garantiscono calore d’inverno e fresco d’estate.

L’aumento dei costi delle materie prime, nonché l’assenza dei materiali edilizi e quelli necessari per le energie rinnovabili, non rischia di inficiare anche la conversione del riscaldamento domestico?

A mio avviso il tema della mancanza dei materiali e dell’aumento delle materie prime è comunque un problema temporaneo. Il problema vero, che si riscontra non solo in Italia ma anche in Europa, è relativo alla mancanza degli installatori, cioè di figure professionali destinate alle pompe di calore, e quando ci sono non hanno sempre le competenze adatte per farle rendere al meglio. Si tratta di una questione che andrebbe risolta a livello comunitario attraverso un piano d’urgenza se si vogliono raggiungere gli ambiziosi obiettivi climatici del Green Deal.

Non intravedi il rischio che la transizione ecologica pesi troppo sulle scelte dei singoli? Insieme alle buone pratiche non servono politiche generali? Come giudichi a questo proposito le azioni del governo per superare la dipendenza dal gas russo e più in generale dalle fonti fossili?

In Italia la produzione elettrica da rinnovabili è a buon punto. Nonostante siamo parecchio indietro sul riscaldamento domestico, nel quale invece facciamo ancora troppo affidamento sulle fonti fossili. Deve essere questa la priorità se si vuole combattere seriamente la dipendenza dal gas russo. Dalla prospettiva di Bruxelles il governo italiano è forse il più amico del gas. Mentre la Germania annunciava l’installazione di un milione di pompe di calore, l’Italia andava alla ricerca di gas alternativo a quello russo, esponendoci ad altre dipendenze comunque da fonti fossili. Si parla raramente e seriamente di efficientamento energetico nei vari decreti legge del governo sull’energia. E ciò nonostante questo sarà un tema sempre più oggetto di nuove disposizioni europee, a partire dal pacchetto RePower EU di cui si sa già che prevede l’installazione di 10 milioni di pompe di calore al 2025. Temo che il nostro Paese dovrà ancora una volta inseguire le strategie europee, invece che anticipare le tendenze.

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