fbpx
domenica, Giugno 13, 2021

“Elettrico da rinnovabili. E l’idrogeno verde dove non ci sono alternative”. Per Nicola Armaroli (Cnr) è la sola transizione possibile

“Al confronto della sfida che ci attende, la campagna vaccinale in corso ci sembrerà una passeggiata”: così lo scienziato e divulgatore scientifico Nicola Armaroli sintetizza l’importanza della posta in palio per la sopravvivenza del pianeta. A lui abbiamo chiesto di analizzare le proposte in tema del Pnrr

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Con la mia auto elettrica, sono giunto a un risparmio nei consumi di trasporto personali superiori al 70%. A casa poi sto installando una pompa di calore geotermica, alimentata dal fotovoltaico, e sono in procinto di staccarmi dalla rete del gas. Il modo per abbattere i consumi c’è, ed è l’elettrificazione. Si può fare, si deve fare”.

Nicola Armaroli è un chimico, dirigente di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), membro della Accademia Nazionale delle Scienze e autore di vari saggi sulla transizione energetica, tra cui il recente “Emergenza energia, non abbiamo più tempo” (Edizioni Dedalo, settembre 2020). Direttore della rivista scientifica Sapere, Armaroli da 20 anni porta avanti una costante attività di studio e divulgazione scientifica sull’energia. Alla diffusione della conoscenza di temi sempre più cruciali, accompagna poi le buone pratiche che ne fanno quasi un pioniere. Ed è a lui che abbiamo chiesto una valutazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). “Di fronte all’enormità della sfida che ci attende per una reale transizione energetica, la campagna vaccinale in corso ci sembrerà una passeggiata” osserva.

Da tempo sosteniamo che non esiste transizione ecologica senza transizione energetica. In questo senso come giudica la transizione energetica proposta dal Pnrr e dal ministro Roberto Cingolani?

Nel Pnrr il governo propone delle linee guida e degli obiettivi, cioè il documento inviato a Bruxelles non indica progetti specifici. Va sottolineato, per affrontare subito il tema dell’idrogeno (al quale EconomiaCircolare.com ha dedicato uno Speciale, ndr), che a livello internazionale le grandi aziende del gas stanno conducendo una battaglia per loro vitale. Si trovano in una situazione analoga a quella dell’industria del carbone 20 anni fa, quando si inventarono il cosiddetto “carbone pulito”, sostenendo che si poteva continuare a bruciare carbone, poiché era possibile confinare l’anidride carbonica nel sottosuolo.

Adesso siamo alle repliche con il cosiddetto idrogeno blu, ove si sostituisce la parola “carbone” con la parola “metano”. In realtà progetti di sequestro della CO2 si sperimentano da quasi 30 anni. In Europa sono pochissimi, e non hanno dimostrato sufficiente affidabilità tecnologica, per non parlare del fiasco economico. L’unico modo per ricavare profitto, per le aziende che vogliono portare avanti i progetti di cattura e stoccaggio di carbonio, è quello di utilizzare la CO2 per spremere giacimenti ormai esangui di petrolio, forzando la fuoriuscita delle quote residue. In tutto questo c’è una forte azione di lobbying da parte delle aziende fossili, che hanno addirittura costituito un network denominato Gas for Climate. Un ossimoro, specie alla luce del report dell’ONU sulle emissioni di metano, appena uscito, che stigmatizza il grande contributo dell’industria dal gas a questo enorme problema, con le loro emissioni di metano fuggitive o intenzionali.

Perché secondo lei il ministro Cingolani si è più volte espresso a favore della transizione energetica basata sul metano? Non era una soluzione che poteva andare bene, forse, 50 anni fa? 

Intendiamoci, l’industria fossile è stata strategica per il nostro Paese per molti decenni. Ma oggettivamente negli ambienti internazionali la tesi largamente condivisa è che si tratta di aziende che debbono cambiare radicalmente e in fretta, altrimenti sono destinate a soccombere. Il punto è questo: vogliamo davvero riconvertirci e andare verso la decarbonizzazione o vogliamo continuare a rimanere legati a un vecchio modello energetico? Il governo è orientato a sostenere alcune grandi aziende energetiche nazionali e questo è del tutto comprensibile e anche condivisibile. Il problema però è che spesso queste non mostrano piani credibili e radicali di decarbonizzazione. L’idrogeno è una prospettiva importante ma, in questa fase, molta narrazione su questo vettore energetico è una strategia per far guadagnare tempo ad aziende che si muovono con colpevole ritardo, magari presentando progetti improbabili come quelli sull’idrogeno blu.

Dobbiamo cominciare ora a pianificare la produzione di idrogeno sostenibile, avendo però ben in mente che – dopo aver perso due preziosi decenni – ora non c’è alcuna possibilità che l’idrogeno contribuisca in modo significativo agli obiettivi di decarbonizzazione fissati per il 2030. L’idrogeno verde al momento non esiste, va costruita una filiera che però non sarà pronta sulla scala richiesta né entro il 2026, la prima data fissata dall’Europa, né tra 10 anni. Certamente vanno costruite ora le condizioni affinché l’idrogeno verde sia conveniente e soprattutto realizzabile dopo il 2030. Per capire meglio la questione: al momento uno dei più grandi elettrolizzatori del mondo alimentato a energia solare ha una capacità di 10 megawatt, mentre noi dovremmo arrivare alla scala dei gigawatt.

E allora, come sostiene sempre il ministro Cingolani, l’idrogeno blu diventa un’opzione praticabile? Durante il DataRoom di Milena Gabanelli il ministro Cingolani ha negato che i progetti di Ccs siano dentro il Pnrr presentato lo scorso 30 aprile ma, allo stesso tempo, non ha chiuso le porte a Eni e al suo contestato progetto a Ravenna.

Indipendentemente da come la si pensi sui vari colori, il punto è che l’idrogeno blu è tecnologicamente più indietro dello stesso idrogeno verde quindi, semplicemente, il piano B non esiste. Ed è improponibile il paragone che viene fatto sul sito norvegese Sleipner. Innanzitutto la Norvegia è lo stato più ricco e prospero del mondo e non ha alcun problema a finanziare un impianto economicamente non competitivo. Ma soprattutto il giacimento di stoccaggio Sleipner è nel bel mezzo del Mare del Nord, a oltre 200 km sia dalla costa scandinava che da quella scozzese. Nel nostro Paese invece si vuole fare grande deposito di stoccaggio sotto il Mare Adriatico, a pochissimi chilometri da una città patrimonio dell’umanità, senza che sinora vi sia uno studio di fattibilità né tantomeno sia stata avviata una procedura di valutazione di impatto ambientale. Stiamo parlando di un’idea sulla carta. Riassumendo: che possibilità abbiamo di produrre quantità significative di idrogeno verde al 2026? Nessuna. E di blu? Ancora meno.

Quel che è certo, viene da dire, è che l’idrogeno è un vettore altamente energivoro. Allo stesso tempo sull’idrogeno le tre grandi compagnie energetiche italiane hanno deciso di giocare partite diverse. Se sul progetto di Eni abbiamo detto, come giudica l’idea di Snam di miscelare l’idrogeno al metano? 

La tesi di Snam è quella di utilizzare la vasta rete di gasdotti che possiede, e che si estende non solo in Italia, per trasportare idrogeno. Ma al momento la rete è compatibile al massimo con un mix del 2% di idrogeno e di 98% di metano, come scritto nero su bianco nello stesso PNRR. Stanno sperimentando quote superiori, fino al 20%, ma di più non si può fare, per una lunga serie di ragioni tecniche, come del resto indicato da vari report britannici, tedeschi  e statunitensi. Ammesso anche che una parte dei tubi dei metanodotti siano certificati per l’idrogeno, la rete del gas è fatta anche di molto altro: valvole, flange, compressori, siti di stoccaggio e vari altri “pezzi” che non sono adeguabili facilmente all’idrogeno e andrebbero cambiati. La cosa migliore sarebbe costruire una rete di idrogenodotti dedicati completamente nuova, ma questo avrebbe costi proibitivi. Io da tempo mi batto per far presente che le perdite dell’infrastruttura italiana del gas non sono adeguatamente misurate e quindi conosciute. Figurarsi se possiamo infilarci dentro quote elevate di idrogeno, la molecola più piccola dell’universo, con questo enorme buco di conoscenza tecnica.

E che ne pensa della posizione di Enel di insistere sull’idrogeno verde? 

La strategia di Enel è oggettivamente più innovativa, anche perché la loro posizione di leader mondiale delle rinnovabili è stata costruita nel corso del tempo ed è ormai consolidata. Però a mio modo di vedere più che all’idrogeno verde la compagnia punta, in prima battuta, sull’elettrificazione dei consumi finali. In poche parole le tre grandi aziende italiane Eni, Enel e Snam conducono partite diverse. Forse un vincitore c’è già, ma non si può dire apertamente.

Tutti sono concordi che l’idrogeno da solo non risolve tutti i mali. Ma allora dove potrebbe essere usato? Perché se è possibile immaginarlo nei trasporti – in quelli pesanti, meno in quelli leggeri – il suo uso si può limitare ai settori hard to abate (quelli altamente energivori)? O è possibile immaginare altri usi?

Sui trasporti leggeri la termodinamica e il buon senso escludono l’utilizzo dell’idrogeno, basti pensare che per fare il pieno di idrogeno al potente modello Toyota a idrogeno oggi in commercio (al momento l’unica grande compagnia automobilistica ad aver investito fortemente in questo settore) occorre oltre quattro volte più energia che caricare la batteria di una Tesla equivalente. Si può invece pensare a un uso dell’idrogeno nel trasporto pesante e nell’industria pesante. I camion, ad esempio, potrebbero andare a idrogeno perché sull’elettrico hanno bisogno di batterie molto grandi, e questo è un problema tecnico non banale. Anche sui treni sarebbe meglio elettrificare direttamente, però i treni a idrogeno possono avere un senso in alcuni contesti particolari. Anche le navi, soprattutto quelle a lunga percorrenza, sarebbe ottimo farle viaggiare a idrogeno. Però, se facciamo i conti di quanto idrogeno servirebbe per solo un viaggio di un megacargo, grande come quello che si è incagliato a Suez di recente, il risultato è piuttosto deprimente: le quantità sono colossali e la produzione rinnovabile collegata enorme. Per questo settore forse dovremmo cominciare a porci un’altra domanda. La butto lì …  Siamo sicuri che nel mondo decarbonizzato potremo permetterci lo spostamento di enormi quantità di merci su queste distanze, senza poter contare sull’ineguagliabile densità energetica del petrolio? Oppure dovremo ripensare e rilocalizzare le produzioni industriali per ridurre al minimo gli spostamenti? Su piccole distanze invece, per esempio sullo Stretto di Messina, un utilizzo dell’idrogeno sarebbe ottimale, anche in termini di drastico abbattimento dell’inquinamento atmosferico. Infine sugli aerei la scelta dell’idrogeno è molto complessa, quindi in questo caso continueremo a utilizzare combustibili liquidi per lungo tempo, magari prodotti da fonti rinnovabili e non ottenuti dal petrolio.

Per quanto riguarda invece l’industria pesante non ci sono grandi alternative, per cui già adesso bisogna spingere per l’idrogeno verde prodotto grazie al surplus di rinnovabili. Bisogna tenere a mente però che per avere un chilo di idrogeno servono 50 kWh di elettricità, vale a dire il consumo medio di una famiglia italiana per una settimana. Ecco perché non possiamo permetterci di utilizzare l’idrogeno a caso: va usato dove non ci sono alternative ragionevoli o pratiche. Anche perchè non ha alcun senso economico fare “concorrenza interna” all’idrogeno, cioè utilizzarne una quota laddove ci sono alternative nettamente migliori, come nell’auto. Questo aumenterebbe i prezzi laddove l’alternativa non c’è.

Quali potrebbero essere altre soluzioni pratiche e immediate per una vera transizione energetica e dunque ecologica?

L’obiettivo primario da raggiungere è l’elettricità rinnovabile. Ovunque e il più possibile. Per avere idrogeno verde, infatti, si deve utilizzare l’energia elettrica in eccesso prodotta dalle rinnovabili. Dobbiamo incrementare immediatamente e senza indugi la nostra capacità rinnovabile, altrimenti di questo passo per cominciare a utilizzare l’idrogeno verde sarà necessario aspettare la fine del secolo. L’obiettivo del governo è di giungere al 2030 a più di 50 GW di produzione di rinnovabili, così come stabilito dal Pniec (il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, ndr). Un traguardo importante (anche se insufficiente) che vuol dire più che raddoppiare la quota attuale, ferma a circa 20 GW, ma come ci vogliamo arrivare? Nel Pnrr questo non è indicato in modo netto. Siamo di fronte a una sfida epocale: in 30 anni dobbiamo realizzare una rivoluzione energetica, cioè un tipo di processo che nel passato – pensiamo ad esempio alla transizione da carbone a petrolio  – ha impiegato almeno il doppio se non il triplo del tempo. Nel frattempo la popolazione mondiale è aumentata da 2 a 8 miliardi di persone. Quindi sarà tutto molto, molto più difficile.

L’altra strada, che davvero in pochi discutono e che purtroppo rimane proposito di movimenti e comitati, è quella della consapevolezza che le risorse del Pianeta sono finite. Ma indicazioni come la diminuzione dei consumi o un’economia circolare sono ancora marginali, o sbaglio?

Anche l’Unione Europea, in realtà, tra i suoi obiettivi ha indicato una diminuzione dei consumi energetici del 32,5% al 2030. Per farlo dobbiamo innanzitutto eliminare ogni possibile combustione, perché è un processo inefficiente. Ecco perché elettrificare è la strada maestra. E il vantaggio è che si può fare adesso. Le energie rinnovabili competitive sul mercato ci sono: si chiamano fotovoltaico ed eolico. Qualunque governo saggio dovrebbe dunque promuovere il fotovoltaico su tutti i tetti d’Italia e, altrettanto importante, adeguare la rete elettrica nazionale, con tutto ciò che ne consegue in termini di pompaggi idroelettrici e batterie per l’accumulo. Di una visione del genere, nel Pnrr, francamente si vede poco.

Per tornare al titolo del suo ultimo libro, non c’è più tempo…

Il dato di partenza è molto semplice: dobbiamo tagliare a più non posso le emissioni di CO2. Qualsiasi altra strada rischia di portarci fuori rotta. Debbo anche dire che la stessa espressione neutralità climatica è ambigua. È venuta fuori dopo lunghe negoziazioni con le aziende fossili, che non volevano assolutamente che passasse la formula zero emissioni. Perché dire zero emissioni al 2050 avrebbe significato la scomparsa di un gigantesco settore industriale. Così ci siamo inventati questo eufemismo, che può nascondere varie insidie.

All’insegna dell’equazione “tanto emetto tanto compenso”. E dunque il mercato delle emissioni, la riforestazione, la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica ….

Esatto. Va ribadito in ogni caso che nella transizione energetica un mercato opportunamente indirizzato continuerà a giocare un ruolo importante. Gli italiani oggi sussidiano in bolletta il nucleare (per la dismissione di impianti chiusi più di 30 anni fa) e il fotovoltaico installato circa 10 anni fa e oggi pienamente operativo. Il secondo, che ha sbaragliato il primo e ora domina i mercati mondiali, è stato evidentemente un incentivo “buono”. Oggi il fotovoltaico può stare in piedi con le sue gambe, mentre il nucleare è morto. Misure come il Superbonus 110% sull’efficientamento energetico vanno nella giusta direzione, e dimostrano che lo Stato, se c’è volontà politica, è in grado di mettere in campo strumenti efficaci per favorire la transizione. Senza una politica lungimirante non andiamo da nessuna parte.

Leggi anche: lo Speciale “Per un’energia del futuro che sia verde e democratica”

© Riproduzione riservata

Scopri la piattaforma ICESP

POTREBBE INTERESSARTI

Ultime notizie