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venerdì, Aprile 19, 2024

Il balletto della Cop27: un passo avanti per la giustizia climatica, due passi indietro sul taglio delle emissioni

Prendere atto dei severi sintomi della malattia, accettare di curarli, ma rifiutandosi di rimuoverne le cause. Potrebbe essere questa la didascalia che definisce le principali conclusioni della Cop27

Marica Di Pierri
Marica Di Pierri
Direttrice responsabile EconomiaCircolare.com. Giornalista e divulgatrice, è co-fondatrice del CDCA - Centro Documentazione sui Conflitti Ambientali, di cui coordina l'equipe di ricerca promuovendo attività di reporting e informazione su ambiente, energia, cambiamenti climatici, conflitti ecologici. Dal 2007 è nel direttivo dell'Associazione A Sud. Autrice di articoli e saggi e co-autrice di diverse pubblicazioni, collabora con quotidiani, riviste, portali di informazione e testate radiofoniche e televisive. Laureata in Giurisprudenza, è Dottoressa di ricerca in Diritti Umani presso l'Università di Palermo, con focus di ricerca su Climate Change and Human Rights.

Dopo febbrili negoziazioni continuate fino alla tarda notte di sabato, all’alba di domenica 20 novembre, con le ormai consuete 36 ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia, la Cop27 ha licenziato l’attesa Cover Decision, lo “Sharm el-Sheikh Implementation Plan”.

Ad accoglierla, la delusione di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, che ha definito l’accordo raggiunto “non sufficiente”, aggiungendo che “troppi paesi non sono pronti a fare  progressi nella lotta contro la crisi climatica“. Dello stesso segno le parole del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che ha commentato: “Il nostro pianeta è ancora nella sala emergenze del pronto soccorso. Dobbiamo ridurre drasticamente le emissioni ora, e questo è un tema che questa Cop non ha affrontato. Il mondo ha ancora bisogno di un gigantesco salto di qualità per quanto riguarda le ambizioni climatiche.

Parole chiare che, dopo aver riconosciuto i passi avanti fatti dalla Cop27 su alcuni temi, come sul meccanismo Loss&Damage, rimettono al centro un dato che non si può trascurare: l’inadeguatezza di quanto deciso rispetto al primo imperativo cui rispondere, che è il repentino e radicale taglio delle emissioni di gas e effetto serra.

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I passi avanti della Cop27

L’accordo sulla creazione di un fondo per il Loss&Damage, ovvero per risarcire perdite e danni prodotti dai cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo è la principale novità che esce dalla Cop27.

Si prevede che il fondo possa diventare operativo tra uno o due anni; serviranno infatti altre tornate negoziali per definire il meccanismo di finanziamento e di distribuzione delle risorse. Ma nonostante il cammino sia appena all’inizio, la decisione è storica e gli Stati più vulnerabili, che si battono per ottenere questo risultato da trent’anni, l’hanno giustamente salutata come tale.

La novità tuttavia è di enorme rilievo non solo per i paesi che ne beneficeranno. Da un punto di vista simbolico – e soprattutto politico – l’accordo consacra infatti il riconoscimento di uno dei principi che fondano il concetto di giustizia climatica: chi meno ha contribuito a produrre l’emergenza ed è costretto a pagare un prezzo altissimo a causa dell’asimmetria degli impatti climatici, ha diritto a essere compensato e risarcito da chi ha responsabilità storiche maggiori, oltre che più mezzi finanziari e tecnologici.

La trattativa, una delle principali sul tavolo della Cop27, è sembrata essere più volte sul punto di saltare. Stati Uniti e Unione Europea hanno inizialmente sostenuto che le risorse previste dal Green Climate Fund potevano essere reindirizzate verso la compensazione del Loss&damage. Soltanto nelle ultime 48 ore c’è stata una inversione di rotta, a patto che a contribuire al fondo fossero tutte le grandi economie, comprese quelle che, nella divisione in gruppi operata nel 1992 alla sigla dell’UNFCCC, erano qualificati come Paesi in via di sviluppo; una su tutti le Cina.

Questa posizione ha rischiato nuovamente di far saltare tutto: il compromesso raggiunto nell’ultimissima fase delle negoziazioni stabilisce che il fondo sarà aperto ai contributi volontari dei paesi inclusi nella lista Pvs della Convenzione quadro, e che i fondi disponibili saranno distribuiti prioritariamente alle popolazioni maggiormente vulnerabili.

Il paradosso è che la decisione raggiunta su Loss&Damage è ancor più fondamentale di fronte all’incapacità, confermata da questa Cop, di prevedere misure concrete di mitigazione. Se i gas a effetto serra continueranno a crescere con i trend attuali infatti, impatti climatici e disastri saranno sempre più frequenti e drammatici.

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I passi sul posto della Cop27

A un certo punto delle negoziazioni si è temuto che per approvare il documento finale venisse sacrificato (ovvero tolto dal testo) il riferimento all’obiettivo dei 1,5°C. Nella versione definitiva invece, come in realtà nelle ultime bozze circolate, il riferimento è tornato. E per fortuna: tornare indietro sull’obiettivo di contenimento, inserito anche nella Cover Decision della Cop26 di Glasgow, avrebbe significato compiere un allarmante, ulteriore passo indietro sul fronte della mitigazione.

L’obiettivo primario previsto nell’Accordo di Parigi di mantenere l’innalzamento delle temperature a fine secolo “ben al di sotto dei due gradi” si è infatti poi tradotto nell’indicazione secondo cui è fondamentale non superare la soglia di sicurezza dei +1.5°C. Ciò sulla base del Report Global warming of 1.5 °C, pubblicato del 2018 dell’IPCC, che ha calcolato l’enorme differenza di impatto che mezzo grado in più di aumento avrebbe su tutti gli indicatori climatici e di conseguenza sui diritti umani.

Alok Sharma, che aveva presieduto la precedente Cop di Glasgow, ha denunciato che l’indicazione del 1,5° come obiettivo, così come gli altri impegni presi – con enorme fatica – alla Cop26 sono stati oggetto di continui attacchi. Attacchi che, seppur in zona Cesarini, sono stati sventati. Nessun passo indietro rispetto alla Cop26 insomma, ma neppure avanti.

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I passi indietro della Cop27

La maggiore delusione che arriva dall’Egitto riguarda il fronte del contrasto all’emergenza climatica. In altre parole, mancano misure per ridurne la causa principale: la combustione di fonti energetiche fossili.

La verità dei fatti, ribadita dalle evidenze contenute nei report presentati poco prima o durante la Cop (come l’Emission Gap Report della Unep e il report State of the Global Climate  della WMO) è che gli impegni attualmente in campo sono nettamente insufficienti a contenere le temperature entro i livelli previsti dall’Accordo di Parigi e che le concentrazioni di Co2 in atmosfera, come pure le emissioni globali, continuano a crescere anno dopo anno. Per questo, rivedere le ambizioni al rialzo non è rimandabile. Elemento che il documento finale della Cop27 ha eluso del tutto.

Nella decisione finale, la sezione sulla mitigazione, che reitera un generico, rituale invito a ridurre i gas serra, ribadisce l’obiettivo (minimo) di tagliare del 43% le emissioni globali entro il 2030 sui livelli del 2019. Tuttavia cita soltanto en passant, tra gli sforzi da accelerare, la riduzione graduale del carbone e l’eliminazione sempre graduale degli “inefficienti” sussidi ai combustibili fossili. L’aggiunta dell’aggettivo inefficienti è una malcelata operazione di equilibrismo. Cosa si intende per inefficienti? Di certo il riferimento all’efficienza non è parametrato sull’utilità dei sussidi al contrasto del riscaldamento globale.

Allo stesso tempo, i tre scarni punti dedicati all’energia fanno riferimento per ben due volte al potenziamento delle energie rinnovabili e “a basse emissioni”. Anche quest’ultima espressione, lungi dall’essere una buona notizia è da leggere, secondo gli analisti, come una moratoria di fatto sullo sfruttamento del gas. Sulle rinnovabili inoltre mancano ancora una volta riferimenti temporali e obiettivi quantitativi.

Una delle proposte sui combustibili fossili su cui nei giorni della Cop27 si era concentrata molta attenzione proveniva dall’India. Per smettere di individuare solo nel carbone (definita “l’energia sporca dei poveri”) il problema da superare, e di fatto esonerare i paesi più ricchi dagli impegni più prossimi a venire, il governo di Modi aveva proposto di inserire nel testo finale anche il phase down di petrolio e gas. Proposta accolta quasi con sdegno dai paesi produttori di petrolio e gas – tra cui l’Egitto – e stralciata di fatto dal testo finale.

Tutto il tema della mitigazione è dunque ai margini dell’accordo, trattato nel testo finale con affermazioni vaghe e generiche. Tra le previsioni su cui si è raggiunto consenso manca ogni riferimento al raggiungimento del picco emissivo entro il 2025, come la necessità di ridurre gradualmente l’utilizzo di fonti fossili o l’indicazione di una road map per il phase out della più inquinante tra queste ultime: il carbone.

L’Egitto ha giocato un ruolo non irrilevante in tal senso. Essendo paese ospitante che, come di prassi, ha presieduto e dettato l’agenda delle giornate di lavoro. Il conflitto di interessi di un paese legato a doppio filo allo sfruttamento del gas, che ha fatto squadra con gli altri paesi produttori di petrolio e gas, ha fatto la differenza sul risultato finale.

L’unico avanzamento riguarda un’iniziativa multilaterale che già a Glasgow era stata degna di attenzione, l’accordo per la riduzione delle emissioni prodotte dal metano, ovvero il Global Methane Pledge passato da 105 a 150 Paesi aderenti nell’ambito della Cop27. Non è molto, e non è neppure abbastanza, ma in una fase di crisi energetica in cui la corsa al metano è la nuova corsa all’oro, è comunque un risultato da citare.

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Dopo la Cop27, cosa?

Al termine di un summit aperto con l’avvertimento “Precipitiamo dalla crisi al disastro climatico, pronunciato dalla direttrice esecutiva dell’UNEP Inger Andersen e all’indomani di un testo finale che tradisce le attese di rafforzamento dell’azione globale, è chiaro che i vertici internazionali non possono essere l’unico luogo a cui guardare in attesa di risposte.

Ancor più che la prossima Cop si celebrerà negli Emirati Arabi, tra i principali produttori mondiali di petrolio e gas. Uno dei fronti di battaglia più importanti restano i contesti nazionali. Sono i singoli paesi infatti, pur nell’ambito di una strategia coordinata a livello globale, a dover rendere più ambiziose le proprie politiche climatiche.

Da questo punto di vista l’Italia non fa eccezione, anzi. Il nuovo governo ha dimostrato tutto il suo disinteresse per la sfida climatica con la totale assenza dai tavoli politici di trattativa del summit di Sharm el-Sheikh, al netto dell’esordio a tutta retorica delle dichiarazioni della presidente Giorgia Meloni.

A ciò si aggiunge la dichiarata volontà di promuovere politiche energetiche a trazione fossile, con l’eliminazione degli ostacoli a nuove trivellazioni formalizzata a 48 ore dall’apertura del vertice Onu. La spinta per azioni climatiche ambiziose a livello nazionale si conferma non solo necessaria ma pure in salita.

Da tenere d’occhio e valorizzare c’è poi, ovunque, il ruolo dei movimenti sociali, che stanno sperimentando forme nuove di organizzazione e pressione, dalle cause legali, alla disobbedienza civile, dalle azioni eclatanti di Last Generation e Just Stop Oil sulle opere d’arte, ai blocchi stradali e alle infrastrutture energetiche, fino alle mobilitazioni oceaniche che hanno come protagonisti i più giovani.

“C’è bisogno di un deciso salto in avanti delle ambizioni climatiche”, ha detto Guterres. E il tempo tra una Cop e l’altra è decisamente troppo lungo per starsene a guardare.

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