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domenica, Febbraio 25, 2024

La Cop28 approva subito il fondo Loss and Damage ma i conti non tornano

Pronti, via: alla giornata di inaugurazione della Cop 28 gli Emirati Arabi Uniti annunciano lo stanziamento di 420 milioni di dollari per il fondo Loss and Damage. L'Italia contribuirà con 100 milioni. "Abbiamo fatto la storia" ha detto il presidente della Cop28 Sultan Al Jaber. Ma è davvero così? Ecco i punti critici

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Nel logo ufficiale della Cop28 non ci sono né trivelle né gasdotti. Ci sono pale eoliche, pannelli fotovoltaici, satelliti e uccelli che svolazzano intorno al sole, ma non ci sono le due infrastrutture energetiche su cui si basa l’economia degli Emirati Arabi Uniti, il Paese organizzatore della ventottesima conferenza annuale sui cambiamenti climatici. Forse la rappresentazione più evidente di come ci sia una Cop ufficiale, fatta di annunci e impegni, e una Cop ufficiosa, che non si vede, fatta di pressioni e accordi.

Cosa aspettarsi, d’altra parte, dal palese conflitto di interessi della presidenza della Cop28, con Sultan Al Jaber che è allo stesso tempo inviato per il clima degli Emirati Arabi Uniti e amministratore delegato dell’azienda petrolifera di Stato? Che le premesse, dunque, fossero critiche è fatto ormai risaputo. Eppure la stessa diplomazia climatica e gran parte degli osservatori hanno mostrato una netta sorpresa dopo il primo giorno a Dubai. In poche e pochi, infatti, si aspettavano che già all’avvio, il 30 novembre, si raggiungesse l’accordo su uno dei capitoli più attesi della Cop28, vale a dire l’approvazione del fondo Loss and Damage con il quale i Paesi più ricchi si impegnano a sostenere “le perdite e i danni” dei Paesi più poveri derivanti dalla crisi climatica.

Dopo appena un’ora dall’inaugurazione, e prima dell’arrivo dei capi di Stato e di governo, attesi per questa mattina, è stato diffuso l’annuncio dello stanziamento di oltre 420 milioni di dollari al fondo L&D. Gli Emirati Arabi Uniti hanno donato una quota di 100 milioni di dollari, il Regno Unito 76, altri 225 arriveranno dall’Unione Europea (di cui 100 dalla sola Germania), gli Stati Uniti hanno donato 17,5 milioni e altri 10 giungono dal Giappone. Una sorpresa positiva arriva dall’Italia: il nostro Paese, secondo l’annuncio appena fatto dalla premier Giorgia Meloni, sarà tra quelli che fornirà il contributo maggiore, cioè 100 milioni di euro. L’obiettivo, si legge sul Guardian, è “tenere il passo con l’aumento dei costi causati da condizioni meteorologiche estreme e disastri a lenta insorgenza come l’innalzamento del livello del mare, l’acidificazione degli oceani e lo scioglimento dei ghiacciai”. L’accordo è stato accolto con una standing ovation da parte delle delegate e dei delegati.

“Abbiamo fatto la storia” ha detto trionfante il presidente di Cop28 Sultan Al Jaber. “È la prima volta che una decisione è stata adottata il giorno 1 di qualsiasi Cop. E anche la velocità con cui lo abbiamo fatto è storica. Il raggiungimento di questo obiettivo dimostra il duro lavoro di tanti, in particolare dei membri del comitato di transizione, che hanno lavorato instancabilmente per arrivare a questo punto. Questa è la prova che possiamo consegnare. La Cop28 può dare risultati“.

Leggi anche: Cop28, sul fondo “Loss and Damage” si parte male: la bozza non piace a nessuno

Cosa non convince del primo risultato della Cop28

Di solito, come ricorda il giornalista Ferdinando Cotugno su Domani, “il primo giorno di una Cop è il più vuoto, serve ai delegati ad accreditarsi”. L’attesa era più rivolta alle giornate di oggi e domani, in cui all’assemblea plenaria – già inaugurata, nel momento in cui scriviamo, dal presidente Al Jaber – verranno analizzati i discorsi dei capi di Stato e di governo, per comprenderne le ambizioni, decifrarne i messaggi velati, tentare di comprendere l’orizzonte che potrebbe avere l’edizione n°28 della Cop.

Ma in realtà, come sottolineava ieri il think thank sul clima ECCO, la decisione sulla bozza dell’accordo, di cui avevamo scritto qui, era piuttosto prevedibile. Nel senso che un testo con i termini dell’accordo esisteva già. Un testo attorno al quale la diplomazia climatica aveva fatto negli anni passati una cucitura fatta di limature e mediazioni. Di certo va riconosciuto alla presidenza della Cop28 di aver ben lavorato, almeno dalla fine della Cop27 in cui il fondo Loss and Damage era stato definito, in modo da poter partire con un risultato netto.

La vera novità riguarda lo stanziamento dei fondi. Che però, a una prima analisi, appaiono largamente insufficienti. Solo per fare un esempio: i 100 milioni di dollari stanziati dagli Emirati Arabi Uniti superano di poco la metà degli utili netti conseguiti nel 2022 da ADNOC (Abu Dhabi National Oil Company), la compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti diretta da Sultan Al Jaber, allo stesso tempo presidente della Cop28. Come a dire che chi ha creato e continua ad alimentare la crisi climatica – ADNOC produce oltre 4 milioni di barili di petrolio e 300 milioni di metri cubi di gas al giorno – si accontenta di mettere una pezza sui drammatici effetti generati anche dalle proprie attività.

Allo stesso modo fa sorridere amaramente la donazione concessa dagli Stati Uniti, appena 17,5 milioni di dollari, per il Paese che storicamente ha più responsabilità nell’attuale collasso climatico. Oppure non si può non notare l’assenza rumorosa di Cina e India, attualmente i Paesi che emettono più gas serra. Più in generale i 420 milioni di dollari sono del tutto insufficienti. L’ordine di grandezza necessario è almeno di miliardi di dollari, se non milioni di miliardi. Secondo lo studio “Finance for climate action – Scaling up investment for climate and development”, redatto dal gruppo di esperti indipendenti di alto livello guidati da Vera Songwe, Nicholas Stern e Amar Bhattacharya, “i mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo diversi dalla Cina dovranno spendere circa 1 trilione di dollari (miliardi di miliardi) all’anno entro il 2025 (4,1% del PIL rispetto al 2,2% nel 2019) e circa 2,4 trilioni all’anno entro il 2030 (6,5% del PIL), su specifiche priorità di investimento e di spesa”.

Inoltre, si legge ancora, “è necessario gestire tre grandi questioni:

• Crescente rischio di problemi di liquidità in molti Paesi
• Un problema di eccesso di debito per un piccolo gruppo di Paesi
• Un problema del debito, che viene usato come un’assicurazione, nei Paesi vulnerabili dal punto di vista climatico che diventa un circolo vizioso sia sul clima che sul debito”.

Si tratta di numeri e problemi che il fondo Loss and Damage non appare adeguato a fronteggiare. Anche perché il meccanismo delle donazioni volontarie – così come richiesto dai Paesi ricchi – si è mostrato già fallace, come dimostrano gli esempi citati in precedenza di Usa e Cina, per citare i casi più eclatanti. Su Valori.it il giornalista Andrea Barolini ha pubblicato alcuni stralci dell’accordo. Oltre alla conferma delle criticità già note – dall’affidamento alla Banca Mondiale, a guida Usa, alla forma prevista dei prestiti (dunque chiedendo riforme in cambio) e non delle sovvenzioni – ai punti 6 e 7 si ribadisce che gli accordi operativi sul fondo “dovranno essere approvati dalla Conferenza delle Parti nella sua ventinovesima sessione (novembre 2024)”, prevista a Odessa, in Ucraina, in uno scenario particolarmente complesso se si considera che la guerra è ancora in corso.

Insomma: la notizia dell’istituzione del fondo Loss and Damage è positiva ma i punti critici restano più numerosi di quelli di forza. Certo, era un passaggio atteso da anni dai Paesi più vulnerabili ma il meccanismo appare ancora uno strumento in mano ai Paesi ricchi.

Leggi anche: Al via la Cop28 negli Emirati Arabi. Cosa c’è da sapere

Come cambiano le prospettive alla Cop28

Probabilmente il vero possibile successo dell’annuncio del 30 novembre sul fondo L&D è quello di indirizzare la Cop28 verso un percorso più netto. Se appare ancora poco plausibile la possibilità che nei negoziati finali venga esplicitata l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, appaiono ora più vicini almeno gli obiettivi di installare il triplo delle rinnovabili, arrivando a 11mila gigawatt a livello globale entro il 2030, e di raddoppiare i miglioramenti annuali di efficienza energetica nello stesso arco di tempo.

È quello che emerge dal documento congiunto della presidenza della Cop28 e dell‘Agenzia Internazionale dell’Energia, diffuso questa mattina. Dove si parla di un generico impegno a “diminuire gradualmente la domanda e l’offerta di combustibili fossili” e a “decarbonizzare le operazioni esistenti aumentando al tempo stesso gli investimenti in fonti rinnovabili e a basso consumo, per raggiungere l’obiettivo ambizioso di ridurre le emissioni di metano entro il 2030″. Allo stesso tempo si ribadisce di voler raggiungere l’orizzonte sancito dalla Cop21 di Parigi, passata alla storia per aver fissato l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature a un grado e mezzo rispetto all’era pre-industriale. Un obiettivo che però allo stesso tempo, come sottolineato dall’Onu, appare già proibitivo se si considera che il 2023 è già stato valutato come l’anno più caldo da quando esistono le misurazioni scientifiche.

Alla Cop28, però, la prima vera giornata di incontri è ovviamente all’insegna della fiducia, seppur sempre più labile. Alla cerimonia di apertura del World Climate Action Summit tale atteggiamento è ben sintetizzato dalle parole di Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu. “Proteggere il nostro clima è la più grande prova di leadership a livello mondiale – ha detto Guterres – Il destino dell’umanità è in bilico. Siamo a chilometri dagli obiettivi dell’Accordo di Parigi e a pochi minuti dalla mezzanotte per il limite di 1,5 gradi. Ma non è troppo tardi. Potete prevenire lo schianto planetario e l’incendio. Abbiamo le tecnologie per evitare il peggio del caos climatico, se agiamo ora. Abbiamo bisogno di leadership, cooperazione e volontà politica. E ne abbiamo bisogno adesso”.

In ogni caso Guterres ha anche provato a ribadire la linea da seguire.”Non possiamo salvare un pianeta in fiamme con un idrante di combustibili fossili – ha aggiunto -. Dobbiamo accelerare una transizione giusta ed equa verso le energie rinnovabili. La scienza è chiara: il limite di 1,5 gradi è possibile solo se alla fine smetteremo di bruciare tutti i combustibili fossili. Non ridurre. Non diminuire. Eliminazione graduale, con un calendario chiaro”.

Intanto alla Cop28 di Dubai arrivano già oggi le conferme delle difficoltà di un mondo lacerato che tenta di mettersi d’accordo su un tema, quello della crisi climatica, che in realtà è trasversale. Da una parte si è appreso che alla tradizionale fotografia di apertura della Cop (quella che trovate in cima all’articolo) i presidenti di Polonia, Lettonia e Lituania hanno rifiutato di parteciperare per via della presenza del presidente bielorusso Alexander Lukashenko, accusato di essere vicino al presidente russo Vladimir Putin. Dall’altra l’agenzia ufficiale iraniana Irna ha reso noto che i rappresentanti iraniani hanno lasciato la sala dove si stavano tenendo i primi colloqui della Cop28 per protestare contro la presenza di una delegazione israeliana (è noto il forte sostegno dell’Iran alla Palestina).

Siamo ancora all’inizio ma questi due episodi sembrano ribadire la fine dell’illusione che le Cop possano restare confinate alla diplomazia climatica, senza tener conto dei conflitti geopolitici, vecchi e nuovi. Bisognerà fare i conti anche con questo aspetto.

Leggi anche: lo Speciale sulla Cop28

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