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domenica, Luglio 21, 2024

Al via la Cop28 negli Emirati Arabi. Cosa c’è da sapere

Dal 30 novembre al 12 dicembre riapre i battenti l'annuale Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, la ventottesima dalla sigla dell'UNFCCC. Quest'anno le delegazioni negoziali si ritroveranno a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, il che è di per sé un pessimo presagio per i destini di questa Cop

Marica Di Pierri
Marica Di Pierri
Direttrice responsabile EconomiaCircolare.com. Giornalista e divulgatrice, è co-fondatrice del CDCA - Centro Documentazione sui Conflitti Ambientali, di cui coordina l'equipe di ricerca promuovendo attività di reporting e informazione su ambiente, energia, cambiamenti climatici, conflitti ecologici. Dal 2007 è nel direttivo dell'Associazione A Sud. Autrice di articoli e saggi e co-autrice di diverse pubblicazioni, collabora con quotidiani, riviste, portali di informazione e testate radiofoniche e televisive. Laureata in Giurisprudenza, è Dottoressa di ricerca in Diritti Umani presso l'Università di Palermo, con focus di ricerca su Climate Change and Human Rights.

La decisione di svolgere la Cop28 nell’emirato del Golfo – 7° produttore al mondo di petrolio, 5° produttore di gas e 6° paese per emissioni di Co2 pro-capite, la cui economia è saldamente ancorata allo sfruttamento di combustibili fossili – è stata da principio fonte di perplessità.

A ciò si è aggiunta la nomina a presidente della Cop28 del sultano Al-Jaber, ministro dell’Industria e delle Tecnologie nonché amministratore delegato e direttore generale del gruppo Abu Dhabi National Oil Company, cui è seguita la designazione di diversi funzionari della compagnia nello staff della Cop.

A scanso di equivoci, Al-Jaber ha chiarito da subito la sua posizione: le politiche climatiche non devono penalizzare la crescita economica, tant’è che nel frattempo l’Adnoc ha annunciato un ulteriore aumento nella produzione di petrolio. Secondo il Guardian, gli Emirati hanno uno dei piani di espansione dell’oil&gas maggiori al mondo, il terzo per la precisione, con la prospettiva di passare da 4 a 5 milioni di barili estratti al giorno.

Nel corso dell’estate un altro scoop, sempre del Guardian ha gettato una luce ancor più cupa sul vertice: la compagnia petrolifera guidata dal sultano avrebbe avuto libero accesso alle mail della Cop28. Il conflitto di interessi tra chi dovrebbe guidare le negoziazioni orientate a contrastare l’emergenza climatica riducendo le emissioni prodotte dalle fonti fossili e al contempo dirige una compagnia petrolifera statale che intende aumentare la produzione di petrolio è dunque lampante. Questo elemento da solo rischia di compromettere le già strette possibilità di un avanzamento negoziale, e ha scatenato le proteste delle organizzazioni ecologiste. Amnesty International ha lanciato un appello pubblico per chiedergli di rinunciare a uno dei due ruoli. La richiesta è caduta nel vuoto.

Altro elemento di preoccupazione riguarda la possibilità di una massiccia presenza di lobbisti delle compagnie fossili, facilitati dalla scelta della presidenza. Già a Sharm el-Sheik era stato osservata e denunciata la presenza di un gran numero di lobbisti, circa 600, con un aumento del 25% rispetto alla media. Il rischio, concreto, è che le Cop diventino per le compagnie fossili una grande occasione per negoziare, parallelamente ai negoziati climatici, accordi multilaterali con i governi proprio sullo sviluppo di progetti oil&gas.

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Grandi assenze e il forfait all’ultimo minuto del Papa

I dati sulle presenze indicano l’arrivo di oltre 70mila delegati, il che renderebbe quella di Dubai una delle Cop più grandi mai celebrate. Oltre al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, strenuamente impegnato sulla questione climatica, e alla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen sono attesi oltre 160 capi di Stato e ministri da tutto il mondo, tra cui il primo ministro indiano Modi, il presidente del Brasile Lula, il premier inglese Sunak e Re Carlo III. Sarà presente anche la presidente Meloni.

Le assenze che pesano di più sono invece quelle del presidente americano Joe Biden e del collega cinese Xi Jinping. Dopo due anni continuativi di presenza, questa volta Biden, impegnato sulla campagna per le presidenziali e sulla guerra in Medio Oriente, si accontenta di inviare l’inviato speciale per il clima John Kerry. Anche la Cina sarà rappresentata dall’inviato speciale Xie Zhenhua, che con Kerry dovrebbe aver già discusso un pre-accordo di cooperazione nel corso della recente visita di Jinping negli Usa.

Il rimpianto più grande, però, riguarda una notizia dell’ultima ora. Nella tarda serata di ieri il Vaticano ha annunciato l’annullamento del viaggio di Papa Francesco a Dubai per la Cop28. Nel tweet di Tv2000, la rete della Conferenza Episcopale Italiana, si legge che “la richiesta è venuta dai medici che lo curano per lo stato influenzale e l’infiammazione delle vie respiratorie”. Papa Francesco, si legge ancora, “con grande rammarico ha accettato”. Un vero peccato, considerato che la presenza al vertice del Papa, prevista fino a ieri mattina, sarebbe stata probabilmente la più grande novità dell’agenda della Cop28. Sarebbe stata la prima volta per un pontefice, con il chiaro intento di ribadire la volontà dell’inquilino della Santa Sede di spingere per una azione climatica condivisa.

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Gli ultimi report scientifici prima della Cop28

Come ogni anno prima della Cop vengono pubblicati, per orientarne le discussioni e le decisioni, alcuni report scientifici i cui contenuti fotografano lo stato dell’emergenza e dell’azione climatica da più punti di vista. L’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha lanciato nel corso dell’ultimo mese tre importanti report.

Il primo a essere pubblicato è stato l’Adaptation Gap Report che stima lo stato delle politiche di adattamento climatico a livello globale. L’edizione 2023, dal titolo “Underfinanced. Underprepared – Investimenti e pianificazione inadeguati per l’adattamento al clima lasciano il mondo esposto” calcola che i progressi nell’adattamento al clima stanno rallentando quando invece dovrebbero accelerare per recuperare il gap rispetto ai crescenti impatti del cambiamento climatico. Secondo il report i fondi per finanziare le politiche di adattamento devono crescere di 10 -18 volte: una cifra necessaria stimata tra i 215 e i 387 miliardi di dollari l’anno fino al 2030.

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A pochi giorni di distanza è stato pubblicato il Production Gap Report 2023, intitolato Phasing down or phasing up? I principali produttori di combustibili fossili pianificano di aumentare le estrazioni nonostante le promesse sul clima”  che analizza le politiche dei 20 principali Paesi produttori di combustibili fossili. Il report denuncia che i governi continuano a fornire «rilevante sostegno politico e finanziario alle fonti energetiche fossili» e che «programmano di produrre nel 2030 circa il 110% in più di combustibili fossili  rispetto a quanto sarebbe compatibile con il contenimento del riscaldamento a 1,5° C, e il 69% in più rispetto a quanto sarebbe compatibile con 2° C».

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Alla vigilia della Cop la UNEP ha pubblicato anche, come di consueto, l’Emission Gap Report, che fa il punto sulle emissioni di gas serra e dunque valuta l’efficacia delle politiche in campo. Sin dal titolo “Broken Record – Le temperature raggiungono nuovi massimi, ma il mondo non riesce a ridurre le emissioni” la UNEP lancia l’ennesimo, drammatico allarme sui tavoli della conferenza. Il rapporto rileva i progressi registrati dalla firma dell’Accordo di Parigi nel 2015 (si è passati da una previsione di aumento al 2030 del 16% all’aumento odierno previsto del 3%) ma avverte che in ogni caso l’attuazione completa degli impegni nazionali porterebbe a un aumento a fine secolo di +2,9°C . “Le emissioni di gas serra previste per il 2030 – calcola il report – devono diminuire ancora del 28% per centrare l’obiettivo 2°C  e del 42% per quello di 1,5°C”.  L’invito ad accelerare la decarbonizzazione è rivolta a tutti i governi dei Paesi riuniti a Dubai, ma sono “i Paesi con maggiori capacità e responsabilità in materia di emissioni  che dovranno intraprendere azioni più ambiziose e sostenere i Paesi in via di sviluppo nel perseguire una crescita a basse emissioni”.

Anche la WMO, Agenzia Meteorologica delle Nazioni Unite, ha da poco pubblicato l’annuale Greenhouse Gas Bulletin, in cui come ormai ogni anno ha comunicato il nuovo record di gas serra in atmosfera, raggiunto nel 2022. Il trend crescente, avverte l’agenzia, non conosce flessioni. Nel 2022 le concentrazioni medie globali di anidride carbonica (CO2) hanno superato per la prima volta di ben il 50% i livelli preindustriali. E nel 2023 è previsto che continuino ad aumentare. Anche le concentrazioni di metano sono in aumento. Aumento record annuale infine per il protossido di azoto, terzo gas a effetto serra per rilevanza.

Ultimo documento che vale la pena citare è quello pubblicato a settembre dalla IEA, Agenzia Internazionale dell’Energia, organismo dell’Ocse. La IEA ha aggiornato la Roadmap del 2021 per il Net Zero al 2050, e avverte: “Il percorso verso 1,5 °C si è ristretto, è la crescita delle energie pulite che lo tiene aperto”. La IEA raccomanderà ai governi riuniti nella Cop 5 azioni fondamentali (per quanto vaghe nella formulazione) indispensabili per mantenere le politiche climatiche in linea con gli obiettivi stabiliti al 2030: raddoppiare l’efficienza energetica; triplicare la produzione di energia da fonti rinnovabili; promuovere strumenti finanziari per sostenere l’implementazione di rinnovabili nei Paesi emergenti e l’impegnare le carbon major nella transizione energetica e nel taglio delle emissioni. Quest’ultima, va da sé, l’azione più complessa da far passare.

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I temi sul tavolo

A Sharm el-Sheik ci si era lasciati un anno fa con l’impossibilità di avanzare sul piano della mitigazione. Nessun accordo era stato raggiunto sull’aumento dei target di riduzione né sulla road map per l’abbandono dei combustibili fossili.

All’inizio del vertice è in agenda il Global Stocktake, la verifica dei piani nazionali di riduzione delle emissioni, incaricata di valutarne l’adeguatezza e la sufficienza. Si tratta del primo bilancio dei progressi fatti da Parigi ad oggi, che dovrebbe orientare i Paesi verso un aumento delle ambizioni. Di conseguenza, potrebbero essere annunciate revisioni agli NDC da parte di alcuni Paesi.

Il punto cruciale della Cop28 resta dunque l’esigenza di rafforzare gli impegni nazionali affinché siano in linea con l’obiettivo +1,5°C formalizzato a Parigi e ribadito nel documento finale della Cop27. Difficile che si avanzi con un accordo sul phase out, viste le contraddizioni già analizzate. È prevedibile che ci si concentrerà maggiormente su efficienza energetica e impulso alle rinnovabili, che andrebbero triplicate entro il 2030, perdendo però tempo prezioso nella road map di decarbonizzazione.

Altro tema rilevante riguarda la finanza climatica ed è l’avanzamento per la creazione del  fondo per il Loss&Damage, ovvero per risarcire perdite e danni prodotti dai cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo, che era stata il principale successo della Cop27. Un comitato transitorio misto, composto da rappresentanti di Paesi sviluppati e in via di sviluppo firmatari dell’UNFCCC ha svolto nel corso dell’anno consultazioni e lavori tecnici per presentare alla Cop28 proposte circa le regole di funzionamento del nuovo strumento. Restano da definire l’ammontare del fondo, quali saranno i Paesi beneficiati (molti Paesi classificati come in via di sviluppo dall’UNFCCC oggi sono tra i principali emettitori al mondo) e, punto importante, le opzioni di finanziamento. È stato invece stabilito che almeno nella prima fase il fondo sarà amministrato dalla Banca Mondiale.

Al netto delle difficoltà di partenza, resta la speranza che le raccomandazioni contenute nei report scientifici prevalgano sugli interessi economici e sugli egoismi nazionali. Nell’attesa di comprendere che piega prenderanno le negoziazioni, nelle prossime due settimane tutti gli occhi saranno puntati sui padiglioni dell’Expo City di Dubai.

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