mercoledì, Dicembre 10, 2025

L’adattamento secondo la COP30: “Adattarsi è sopravvivere”

Sui tavoli della 30° Conferenza delle Parti in corso a Belém l’adattamento al cambiamento climatico non è più un capitolo marginale ma una questione cruciale per la sopravvivenza delle comunità, dei sistemi naturali e dei territori più vulnerabili. A pochi giorni dall'uscita dell'Adaptation Gap Report della Unep, il vertice ha dedicato all'adattamento le prime giornate di lavori. L’intensità delle discussioni e le posizioni in campo mettono in evidenza che, per molte regioni, adattarsi non è più una scelta, ma una necessità per la sopravvivenza

Marica Di Pierri
Marica Di Pierri
Vicedirettrice EconomiaCircolare.com. Giornalista e divulgatrice, è co-fondatrice del CDCA - Centro Documentazione sui Conflitti Ambientali, di cui coordina l'equipe di ricerca promuovendo attività di reporting e informazione su ambiente, energia, cambiamenti climatici, conflitti ecologici. Dal 2007 è nel direttivo dell'Associazione A Sud. Autrice di articoli e saggi e co-autrice di diverse pubblicazioni, collabora con quotidiani, riviste, portali di informazione e testate radiofoniche e televisive. Laureata in Giurisprudenza, è Dottoressa di ricerca in Diritti Umani presso l'Università di Palermo, con focus di ricerca su Climate Change and Human Rights.

(da Belèm)

L’obiettivo centrale della COP30 per quanto riguarda le politiche di adattamento è consolidare e accelerare l’attuazione della Global Goal on Adaptation (GGA), l’obiettivo globale che punta a incrementare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Previsto dall’articolo 7.1 dell’Accordo di Parigi del 2015, il GGA si concentra sul rafforzamento delle capacità di adattamento delle popolazioni vulnerabili, dei sistemi ecologici e delle economie più esposte agli impatti climatici.

Successivamente alla sigla dell’accordo è stato prima attivato, alla COP26 del 2021, il Glasgow–Sharm el‑Sheikh Work Programme on the Global Goal on Adaptation, per definire un quadro strategico operativo; e poi definito, alla COP28 di Dubai, il “UAE Framework for Global Climate Resilience”, che ha avviato l’UAE–Belém Work Programme on Indicators per sviluppare indicatori (anche dimensionali e tematici) utili a misurare i progressi.

In questo decennale percorso, la COP30 è chiamata a sviluppare la versione operativa dell’obiettivo, decidendo sugli indicatori e sugli strumenti per monitorare e finanziare l’adattamento. La proposta del Brasile spinge per un piano di governance climatica multilivello, che colleghi le politiche tra livelli nazionali e subnazionali, in modo tale da produrre risposte integrate e localizzate, in grado di mobilitare tutti gli attori, dalle autorità locali alle comunità.

Più nello specifico, i nodi da sciogliere riguardano la discussione sui cento indicatori in bozza; la definizione degli obiettivi tematici, ad esempio di agricoltura, ecosistemi, infrastrutture, acqua e sanità; la messa a punto dei sistemi di monitoraggio; e ultimo – non per importanza – la mobilitazione di fondi e il trasferimento di capacità e tecnologie, condicio sine qua non di una strategia efficace.

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Lo stato dell’arte

A sferzare i delegati all’opera è arrivata, la settimana prima della COP, l’edizione 2025 dell’Adaptation Gap Report, che come ogni anno fornisce il bilancio della situazione mondiale sull’adattamento analizzando lo stato dell’arte dei diversi aspetti: pianificazione, finanziamento, attuazione.

Il rapporto, dal significativo titolo “Running on empty”  (A corto di risorse) traccia un quadro preoccupante: mentre il mondo accelera verso la resilienza climatica, le risorse economiche restano gravemente insufficienti. Entro il 2035, stima UNEP, i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di 310–365 miliardi di dollari l’anno per adattarsi agli impatti del cambiamento climatico, a fronte di soli 26 miliardi effettivamente mobilitati nel 2023 – un calo rispetto all’anno precedente. Ciò significa che il fabbisogno è oggi 12-14 volte superiore rispetto ai finanziamenti disponibili.

Il documento evidenzia che l’obiettivo del “Patto di Glasgow” di raddoppiare la finanza pubblica per l’adattamento entro il 2025 è lontano, mentre il nuovo obiettivo collettivo di finanza climatica non è sufficiente a colmare il divario.

L’UNEP riconosce alcuni progressi: 172 Paesi dispongono ora di strategie o piani nazionali di adattamento e sono state riportate oltre 1.600 azioni in settori chiave come agricoltura, biodiversità, acqua e infrastrutture. Tuttavia, l’attuazione rimane fragile e molti piani risultano datati o privi di fondi adeguati.

Per questo, l’agenzia Onu raccomanda un rapido cambio di scala e di paradigma: servono maggiori risorse pubbliche e private, strumenti di finanza mista e un’integrazione sistematica della resilienza climatica in tutte le decisioni economiche e di sviluppo. “Investire ora o pagare dopo” è l’avvertimento, che sottolinea come l’inazione rischi di esporre milioni di persone a impatti irreversibili.

COP30 clima
Photo by IISD/ENB | Mike Muzurakis

Cosa sta accadendo alla COP30

Se questi sono i presupposti di fatto cui la COP è chiamata a dare risposta, nei primi due giorni di lavori, in cui l’adattamento è stato al centro delle discussioni, sono emerse diverse novità di rilievo.

Il primo giorno si è aperto con passi concreti sul fronte dei finanziamenti: il Fondo per Perdite e Danni è stato finalmente reso operativo con la prima call da 250 milioni di dollari, destinati ai Paesi più vulnerabili per far fronte a danni e perdite ormai irreversibili come quelli causati da uragani o siccità estreme.

Parallelamente, le Banche Multilaterali di Sviluppo hanno annunciato di aver raddoppiato gli investimenti per l’adattamento dal 2019, destinando oltre 26 miliardi di dollari alle economie a basso e medio reddito nel 2024 e lanciando un nuovo quadro per la finanza della natura, volto a rendere più trasparenti e attrattivi i capitali legati agli ecosistemi.

La campagna Race to Resilience, promossa dal segretariato  UNFCCC sotto il coordinamento dei High-Level Climate Champions e lanciata ufficialmente nel 2020, ha  annunciato che 437 milioni di persone in 134 paesi sono ora più resilienti al clima e che sono stati mobilitati 4,18 miliardi US$ per l’adattamento.

Sul piano politico, la Dichiarazione di Belém sulla Fame e la Povertà, approvata da 44 Paesi, ha lanciato una partnership per la protezione sociale resiliente al clima e per il sostegno all’agricoltura dei piccoli produttori, riaffermando il legame tra giustizia sociale e giustizia climatica

Il secondo giorno ha messo in evidenza il ruolo crescente delle città e dei governi locali. È stato presentato il Piano per accelerare la governance multilivello (PAS), che rende operativa la CHAMP coalition, un’alleanza di alta ambizione per collegare le strategie nazionali all’azione locale. Brasile e Germania ne avranno la co-presidenza, con l’obiettivo di integrare la governance multilivello in 100 Nationally Determined Contributions (NDCs, i piani climatici nazionali) entro il 2028, formare 6.000 funzionari locali e ampliare l’accesso ai fondi climatici

Infine, la campagna Beat the Heat Implementation Drive, lanciata congiuntamente dalla presidenza brasiliana e dal Programma ONU per l’Ambiente, è passata dalla pianificazione all’attuazione, con progetti per proteggere 3,5 miliardi di persone dal caldo estremo in 185 città nel mondo.

Sebbene non vi sia ancora un testo negoziale definitivo sulle decisioni formali, i segnali sono chiari e segnalano il cambio di passo voluto dalla Presidenza: fare di Belém la “COP dell’adattamento e dell’attuazione”, spostando il baricentro dai negoziati agli interventi concreti.

COP30 clima
Photo by IISD/ENB | Mike Muzurakis

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L’adattamento visto dal basso

L’adattamento è un tema centrale anche per movimenti e ong ambientaliste che partecipano alla conferenza e che chiedono con forza di mettere al centro dei piani di azione vulnerabilità territoriali disuguaglianze e giustizia climatica. E di garantire il pieno coinvolgimento delle comunità locali, indigene, a basso reddito e vulnerabili nella definizione della governance, degli indicatori e della gestione delle risorse. Uno dei punti critici è infatti l’accessibilità per i paesi più vulnerabili ai fondi per l’adattamento, spesso erogati tramite prestiti o condizionalità che non garantiscono accesso equo e flussi di denaro stabili, continuativi e affidabili nel tempo.

Alla fine della Cop di Belèm mancano ancora dieci giorni e su molti aspetti la partita resta da giocare. Le prossime giornate diranno se l’intento di fare di Belém una COP cardine per l’adattamento troverà una sintesi credibile. Tra fondi ancora incerti, indicatori da definire e piani da rendere operativi, la sfida sarà passare dalle parole alle condizioni – finanziarie, tecnologiche, politiche, sociali – che rendono l’adattamento uno dei pilastri dell’azione climatica.

Leggi anche: La COP30 sarà uno snodo per il futuro dei sistemi alimentari e l’agricoltura?

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