Dopo mesi di difficoltà la crisi italiana dei rifiuti tessili approda al MASE, che ha indetto per domani un “incontro di approfondimento” in modalità mista. Aumento della raccolta e crollo della qualità legato al fast fashion, saturazione dei mercati dell’usato e del riciclato, con la conseguenza che l’invenduto riempie i magazzini e i ricavi non coprono più i costi: le aziende sono messe a dura prova e denunciano il rischio che questa filiera dell’economia circolare perda pezzi. Arrivano addirittura a parlare di sciopero.
E così Laura D’Aprile, a capo del Dipartimento sviluppo sostenibile del Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, ha convocato per domani ANCI, Assombiente, UNIRAU-ARIU, Utilitalia, Confindustria, Cisambiente, Confocooperative, Retessile e Corertex per un approfondimento.
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Una crisi europea
A giugno EuRIC, Confederazione Europea delle Industrie del Riciclaggio attraverso la divisione dedicata al riciclo della plastica (EPRB) e quella per riutilizzo e riciclo tessile (EuRIC Textiles), insieme a FEAD, l’Associazione Europea per la Gestione dei Rifiuti, hanno esortano gli Stati membri dell’UE a discutere urgentemente di quella che definiscono una “situazione critica” sia per il riciclo del tessile che della plastica, e che “richiede un’azione politica urgente”. E hanno chiesto di “adottare misure di salvaguardia immediate a sostegno di entrambi i settori, fondamentali per l’economia circolare e la produzione di risorse in Europa”.
Hanno spiegato: “La domanda di contenuto riciclato è debole, poiché i produttori non si impegnano a integrare i materiali riciclati nei loro prodotti. La concorrenza dei paesi terzi (Cina) si sta intensificando, con importazioni vertiginose di plastica riciclata a basso costo e un’ondata di prodotti di moda ultra-fast fashion estremamente economici e di bassa qualità da piattaforme come SHEIN e Temu”. “Senza un chiaro e urgente sostegno da parte dell’UE – paventavano – il riciclaggio della plastica e la preparazione dei tessuti per il riutilizzo, nonché gli impianti di riciclaggio in tutta Europa, chiuderanno completamente, con il conseguente collasso di un intero settore”.

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Il quadro italiano
Da mesi la filiera si trova in una sorta di terra di nessuno, compressa tra l’obbligo di raccolta differenziata entrato in vigore in tutta Europa del primo gennaio 2025 (dal 2022 nel caso dell’Italia) e un sistema di responsabilità estesa del produttore (EPR) pensato per gestire appunto il fine vita dei prodotti tessili però che ancora deve vedere la luce.
Diversi i fattori che hanno portato alla crisi. Uno di questi è l’aver accelerato la raccolta differenziata dei rifiuti tessili senza che la filiera per la loro gestione fosse pronta ad accogliere e trattare le accresciute quantità in arrivo. Ha spiegato ad EconomiaCircolare.com Andrea Fluttero, presidente di Unirau, associazione nazionale delle imprese di raccolta e valorizzazione del tessile post consumo: “L’aspetto che ha determinato la crisi è il valore delle raccolte. Sul mercato europeo sono gradualmente aumentati i quantitativi raccolti, a seguito della obbligatorietà in tutti i Paesi UE. A differenza degli imballaggi, per cui più materiale hai più materiale riciclato vendi, per gli abiti usati gli sbocchi non sono illimitati, e poi c’è la competizione con il super fast fashion cinese. Di conseguenza oggi c’è più offerta che domanda”.
Con non irrilevanti conseguenze economiche: “Per una fondamentale legge di mercato – chiarisce – un aumento dell’offerta di raccolte alle imprese della selezione in presenza di una sostanziale invarianza della domanda sta determinando un crollo verticale dei valori dei rifiuti a livelli inferiori ai costi della raccolta, portando rapidamente alla impossibilità di sostenere interamente il costo della raccolta con il valore dei rifiuti raccolti come era avvenuto per molti anni”.
Insomma, “le cooperative sociali non possono continuare a sostenere da sole un servizio che ha valenza ambientale, sociale e territoriale”, hanno scritto le cooperative di RETESSILE. Raffaello De Salvo, presidente Corertex, Consorzio pratese per il riuso e il riciclo tessile, ci ha raccontato di “conseguenze devastanti: dalle pesanti scorte di invenduto nei magazzini, al conseguente crollo dei prezzi, fino al problema della capacità logistica di stoccaggio”. E così “tutti i materiali da destinare al riciclo, che siano pezzame, maglia, acrilico e simili, sono fermi. E se ce ne vogliamo liberarcene vanno mandati via gratis o quasi”.
Corertex ricorda come in Europa altri siano già corsi ai ripari: “Alcuni Paesi – Francia, Olanda, Belgio – hanno già previsto contributi economici a favore di chi valorizza gli scarti tessili e la Germania ha in previsione di farlo nel 2026. Noi purtroppo siamo ancora alla fase del confronto. Siamo uno dei distretti più grandi d’Europa, l’Italia è uno dei maggiori produttori di tessile: gli altri Paesi si muovono e noi siamo fermi”.

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La proposte
Come uscirne? Le proposte delle imprese puntano tutte a compensare il disallineamento tra il costo del servizio e i ricavi ottenibili sul mercato e a mitigare le cause della crisi.
Le raccogliamo qui di seguito, sinteticamente:
- Sostegno finanziario transitorio: per sostenere l’infrastruttura di raccolta dei tessili e le operazioni di preparazione al riutilizzo e al riciclo fino alla piena attuazione dei regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) da cui sono attesi fondi (l’eco contributo a carico dei produttori) che potrebbero compensare il gap costi-ricavi;
- IVA: i servizi di riuso e riciclaggio dovrebbero beneficiare di aliquote IVA ridotte (o di una esenzione) per aumentarne la competitività rispetto alla produzione di materiali vergini;
- Agevolazioni economiche per la gestione dei rifiuti: applicando tariffe di incenerimento e/o conferimento in discarica fortemente agevolate;
- Dazi: imposte elevate sulle importazioni di abbigliamento di ultra-fast-fashion che fa concorrenza all’usato e intasa le raccolte di prodotti non riutilizzabili né riciclabili;
- Una pausa all’incremento della raccolta: non cercare di aumentare i tassi di raccolta differenziata dei rifiuti tessili. Niente campagne di comunicazione per spingere i cittadini a differenziare, quindi. Sì invece a iniziative per evitare che nei cassonetti arrivino articoli non riutilizzabili e non riciclabili, consentendone magari il conferimento nelle piattaforme comunali;
- Annullamento dei contratti e nuova gara: consentire alle aziende e le cooperative della raccolta di chiedere l’annullamento del contratto senza penali nel caso in cui il valore di mercato dei rifiuti raccolti dovesse scendere stabilmente sotto al costo della raccolta differenziata. Affinché i Comuni possano effettuare una nuova gara.
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