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venerdì, Aprile 19, 2024

In Francia il fast fashion non va più di moda

Contro un business model che fa spesso leva su mancanza di trasparenza, lavoro forzato, violazione dei diritti umani, inquinamento, i deputati francesi valutano una proposta di legge che mira a mettere un freno al mercato del fast fashion

Chiara Braucher
Chiara Braucher
Chiara Braucher è ricercatrice, si interessa di giustizia ambientale, estrattivismo e transizione energetica. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Ingegneria dell’Architettura e dell’Urbanistica lavorando su pratiche socio ecologiche in fase di post disastro con particolare attenzione alle pratiche di autocostruzione

Essere alla moda non è mai stato così a buon mercato ma la Francia dice basta. Shein e Temu segnano i nuovi record, al ribasso, per l’abbigliamento usa e getta. Un mercato, quello del fashion online, che oggi vale oltre 800 miliardi di dollari e che, secondo le stime del report sul mercato globale degli e-commerce del fashion, arriverà nel 2028 a valere oltre 1.356,74 miliardi con un crescita annua stimata intorno al 10%.

Abiti a meno di 15 euro, giacche a 9,99 euro, magliette a 1,50 euro, questi sono i prezzi che si trovano sulle pubblicità dei marchi del fast fashion. Koen van Gelder, ricercatore che si occupa di fast fashion, dichiara – in uno studio elaborato per Statista – che nel 2023 Shein è l’azienda più quotata al mondo sul mercato degli e-commerce, con un valore di 66 miliardi di dollari, aumentato di quasi 20 volte dal 2018.

In risposta a questo trend in crescita e ai costi ambientali e sociali dell’abbigliamento al ribasso, la Francia vaglia una legge per limitare la capacità di riproduzione di questo mercato. Shein viene citata espressamente nell’introduzione alla proposta di legge: “Alla frontiera di questa moda veloce, l’azienda di abbigliamento prêt-à-porter cinese propone oltre 7.200 nuovi modelli di vestiti al giorno e mette a disposizione dei consumatori più di 470.000 diversi prodotti”, scrivono i deputati di Horizons, il partito di centrodestra fondato dall’ex primo ministro Édouard Philippe.

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Incitamento al consumo illimitato

Dinamiche di sovrapproduzione, inquinamento e pubblicità incontrollata incoraggiano il consumo illimitato a prezzi stracciati di questi beni usa e getta. La proposta di legge sottolinea il “sovraccarico” generato e perpetuato dal settore della moda. “Questa sovrapproduzione di vestiti, che giunge dall’Asia violando tutta la normativa ambientale, è drammatica. C’è urgenza di affrontare il problema in modo molto concreto”, dichiara a Le Figaro la deputata Anne-Cécile Violland, autrice della proposta di legge.

Per mantenere determinati standard di profitti su prezzi così bassi non basta però la sistemica sovrapproduzione della merce. I deputati francesi evidenziano infatti come lavoro forzato, violazione dei diritti umani, inquinamento e mancanza di trasparenza nelle filiera siano caratteri spesso comuni e ricorrenti tra le industrie del fast fashion.

Da un articolo curato da Bruna Alves per Statista, basato su dati Ocse, sappiamo che nel 2019 erano oltre 43 milioni di metri cubi i rifiuti di plastica provenienti dal settore del tessile, quasi il 10% del totale della plastica gettata via al mondo.

Nel 2022 invece l’indagine di Greenpeace afferma che il 15% dei prodotti SHEIN presenta sostanze chimiche pericolose sopra i livelli di legge. Questo rappresenta un grave pericolo per i consumatori, ma soprattutto per i lavoratori e le lavoratrici delle fabbriche in Cina. Per Greenpeace “Shein ha uno scarso (o addirittura assente) controllo della gestione delle sostanze chimiche pericolose usate nelle filiere produttive. È evidente il disinteresse nei confronti dei rischi ambientali e per la salute umana”

È con la volontà di mettere un freno al mercato del fast fashion e degli e-commerce che la Francia vaglia una manovra per ridurre ed inibire la bulimia da abiti usa e getta. Già nel 2007 il governo d’Oltralpe aveva introdotto un sistema di responsabilità estesa del produttore nel tessile, dando vita a un unico consorzio, Refashion, per gestire la raccolta dei prodotti di abbigliamento in fine vita.

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Foto: Canva

Leggi anche: https://economiacircolare.com/numeri-fashion-dati-industria-della-moda-ambiente/

Le proposta contro il fast fashion in pillole

Oggi Parigi propone un nuova manovra votata all’unanimità, una legge che imporrà penalità crescenti sui prodotti del fast fashion. Entro il 2030 i costi per la vendita di questi capi di abbigliamento saliranno fino a 10 euro (8.56 sterline) per ogni articolo venduto, nel limite del 50% del prezzo di vendita. Una manovra studiata per colpire le aziende del fast fashion istituendo penalità volte a “compensare” l’impatto ambientale di questi prodotti da un lato e a limitare i profitti delle aziende dall’altro. Il testo prevede anche una modulazione dell'”eco-contributo” che dovrà essere versato dalle società in base al loro impatto ambientale. La promozione di questa manovra ha il fine ultimo di ridurre le differenze di prezzo tra i prodotti del fast fashion e quelli provenienti da filiere più locali.

La deputata Anne-Cécile Violland, intervistata da France 2 afferma che “quando si acquista su questi siti, si sa cosa si sta facendo e si contribuisce a un massiccio inquinamento dell’ambiente”. Ed entrando nel merito spiega che “questi prodotti vengono spediti via aereo direttamente ai consumatori, e se andiamo ancora più in profondità, ci sono anche problemi legati alla gestione delle acque reflue”. Il report di ​​Measuring Fashion, edito nel 2018, rileva che solo le fasi di tintura e finitura dall’industria della moda nel 2016 hanno consumato circa 175 miliardi di metri cubi d’acqua.

La proposta francese prevede anche un divieto di pubblicità per le aziende di fast fashion, minando così in modo radicale il marketing online e iper-personalizzato che è il principale sostenitore del mercato della moda online. L’obiettivo è vietare anche le piattaforme di vendita online di abbigliamento a basso costo. I deputati di Horizons, nella loro proposta, fanno inoltre riferimento alla legge Climat, promulgata nell’agosto 2021. Questa legge “ha vietato la pubblicità per le energie fossili così come quelle che rientrano in un’operazione di greenwashing”. Ritengono infatti che la proposta di legge sul fast fashion “sia in continuità con i nostri impegni nazionali, europei e internazionali in materia di pubblicità e protezione dell’ambiente”. Viene quindi evidenziata la massiccia tendenza delle industrie del fast fashion, di utilizzare tecniche di greenwashing per rendere oggi appetibili i loro prodotti. Greenpeace nel suo report del 2023 aveva già dichiarato che “i brand mascherano il fast fashion con le etichette verdi”.

Ovviamente il presidente dell’Unione delle industrie tessili, Olivier Ducatillion, approva il progetto dei deputati, ritenendo che “tutte le iniziative volte a combattere la concorrenza sleale di Shein, Temu e consorti siano le benvenute”.

La manovra francese cerca di combattere colossi multinazionali con le armi che gli sono date all’interno del contesto contemporaneo. Una manovra che denota un’attenzione al tema della produzione e del consumo, ma che se rimarrà isolata non potrà produrre alcuna trasformazione strutturale in termini di come e cosa viene prodotto.

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Foto: Canva

Leggi anche: https://economiacircolare.com/moda-greenwashing-greenpeace-fast-fashion-etichette-verdi/

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