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giovedì, Maggio 30, 2024

Gestione circolare dei rifiuti? Per Roma è ancora utopia

Un incontro promosso dal movimento Legge rifiuti zero ha messo insieme associazioni, amministratori locali e imprese. Tutti d'accordo su un principio: alla Capitale serve un piano industriale autosufficiente, sostenibile e decentrato

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Sui rifiuti a Roma bisogna rovesciare il ragionamento: non più dove li metto ma cosa ci faccio. Solo a partire da questo nuovo assunto si può pensare a un’impiantistica efficace e a una filiera che deve essere necessariamente corta”. Giovanni Caudo è il presidente del Terzo Municipio della Capitale, nonché candidato alle primarie del Pd – che dovrebbero tenersi in primavera e dalle quali potrebbe arrivare il candidato sindaco del centrosinistra per le Comunali del 2021. La proposta di Caudo è solo una delle tante che è stata presentata all’incontro “Economia circolare a Roma: linee guida per un un piano industriale”, che è stata organizzata dal movimento Legge rifiuti zero per l’economia circolare insieme al comitato DeLiberiamo Roma lo scorso 26 ottobre. Nell’evento fiume, durato oltre tre ore e mezzo, aziende, associazioni e amministratori locali hanno sostenuto la necessità di un piano industriale autosufficiente, sostenibile e decentrato. Il promotore dell’incontro è l’instancabile Massimo Piras, coordinatore del movimento Legge rifiuti zero, che ha tracciato un quadro della situazione certamente non idilliaco e che non poteva non partire dal decennale stallo della gestione (per usare un eufemismo). “Nel 2014 abbiamo vinto la prima battaglia, facendo approvare la delibera sui rifiuti zero e che però non è mai stata attuata – ha affermato Piras -. La giunta Raggi ha approvato in questi anni solo due impianti per il compostaggio che sono scollegati dal ciclo dei rifiuti. Non è pensabile che una città di 3 milioni di abitanti possa essere gestita da un Dipartimento che ha poche persone per la progettazione. Roma è composta da 15 municipi che sono 15 città di medie e grande dimensioni, diverse ciascuna dall’altra e nessuna di queste ha potere sulla gestione dei rifiuti, attività che riguarda la quotidianità di tutti i cittadini. Il paventato ritorno dei cassonetti in strada è una sconfitta. Ci sono municipi che ancora stanno allo zero per cento di porta a porta, mentre l’80% dei rifiuti indifferenziati viene esportato”. In un certo senso sull’economia circolare nella Capitale, almeno a livello macro, si è quasi all’anno zero. Ma si può fare molto, e già nell’immediato. “La differenziata porta a porta può abbattere i costi – continua Piras – fino ad arrivare ai 70 euro a tonnellata, così come accertato da Confindustria. Mentre col sistema attuale si arriva a più di 120 euro a tonnellata. Ama (l’azienda municipalizzata che si occupa del ciclo dei rifiuti a Roma, ndr) conta 5.500 operai, quasi duemila non sono idonei (o lo sono solo parzialmente) per il servizio di raccolta, e le buste paga dei lavoratori coprono più del 50% del bilancio di Ama. È evidente che l’azienda ha bisogno di ristrutturazione e di riqualificazione. Servono più ecoparchi o centri commerciali di riuso”.

Per dirla con Paolo Gelsomini, rappresentante dell’associazione Carte in regola,  “bisogna ripartire dai materiali post-consumo, che non dovremmo più chiamare rifiuti. Nella prospettiva di questo percorso, avevamo proposto nella delibera di iniziativa popolare (bocciata recentemente dal Consiglio comunale, ndr) la costituzione degli osservatori,  intesi non solo come punti di monitoraggio e controllo, ma anche come centri di organizzazione e di pratica di un processo partecipativo capace di produrre analisi, studi, atti di indirizzo e capaci soprattutto di ricomporre la frattura tra società civile e politica, tra cittadini dei quartieri e Ama. Sul piano culturale bisogna diffondere nelle scuole, nei posti di lavoro, nei quartieri, la necessità di ridurre la quantità dei rifiuti prodotti, in particolare degli imballaggi, costruire centri di riuso per gli oggetti usati ma ancora in buone condizioni, incentivare il riciclo e il compostaggio domestico, ridurre la tassazione a chi davvero produce meno rifiuti”.

La fattibilità del piano industriale elaborato dalle associazioni romane è stato sottoposto per una revisione alla società BPG, che si occupa di politiche di gestione dell’energia dei rifiuti e di pianificazione urbana. Come ha spiegato l’amministratore unico Jacopo Fedi, che è anche presidente dell’Osservatorio Zero Waste del Primo Municipio di Roma, “l’obiettivo è la costruzione di 15 piattaforme integrate, basate sul Piano Regione dei Rifiuti recentemente approvato dalla giunta Zingaretti. Si tratta di una proposta immediatamente attuabile”.

La situazione dei RAEE a Roma

Alcuni dati “sintomatici” sono stati forniti da Claudio Tedeschi, amministratore delegato di Dismeco, società bolognese che dal 1977 si occupa dello smaltimento e trattamento di materiale elettrico ed elettronico, i cosiddetti RAEE. “Facendo riferimento al Rapporto 2018 CDC RAEE (2019), la regione Lazio raccoglie 24.947 tonnellate di RAEE, di ogni tipologia. A livello provinciale Roma raccoglie ovviamente i maggiori quantitativi, con 18.788 tonnellate, in aumento del 5% rispetto all’anno precedente, confermando un trend positivo ma in forte rallentamento. I Centri di Raccolta Comunali, presso la Provincia di Roma, sono 83, cioè uno ogni 52.478. Rimanendo nel Lazio e per fare un paragone, a Viterbo i CRC sono 47, cioè uno ogni 6.770 abitanti. I Centri di Raccolta privati incidono, percentualmente, per la Provincia di Roma del 35% sul totale dell’intercettato. Mentre nel resto della regione la presenza dei privati si abbassa notevolmente. I RAEE raccolti dalla Provincia di Roma sono pari al 45% dell’immesso sul mercato. È stimabile, per estremo difetto, che sfuggano all’intercettazione del sistema non meno di 23mila tonnellate di RAEE urbani”.

La necessità del decentramento

Sulla gestione dei rifiuti i più critici restano i presidenti dei municipi che, pur nella diversità delle appartenenze politiche, rivendicano decentramento e autonomia di gestione. Ne è un esempio l’intervento di Monica Lozzi, presidente del Settimo Municipio che sul tema ha scelto di abbandonare il M5s e di fondare un nuovo movimento, REvoluzione Civica. “I municipi provano da anni a dare un indirizzo sulla gestione dei rifiuti a Roma valorizzando il ruolo dei territori, che sono estremamente eterogenei – ha osservato Lozzi –  Impensabile un sistema di raccolta uguale per tutti. Lo scaricabarile del Comune è sempre nei confronti della Regione, che in realtà il Piano Rifiuti lo ha realizzato. Noi spingiamo molto per le compostiere di comunità, non solo nelle scuole ma anche nelle caserme, dove ci sono migliaia di persone che vanno a mensa e che potrebbero intercettare l’umido alla base. Strumenti del genere possono essere realizzati dai singoli Comuni”.

Più relatori hanno concordato sul fatto che il decentramento avviato dalla giunta Marino è stato poi bloccato, anche se il consigliere pentastellato Roberto Di Palma ha spiegato che nel contratto di servizio sono previste le Ama di municipio. A questa osservazione Marco Conte, portavoce del comitato Deliberiamo Roma, ha replicato che però l’attuale contratto di servizio non può trasferire funzioni dal Comune ai municipi, e quindi le Ama decentralizzate rischiano di essere scatole vuote. Al di là delle specificità di una città come Roma quello che è emerso, come ha ribadito Jacopo Isabelli dei Fridays for Future Roma, è che va cambiato il modello di sviluppo: senza trasformazioni radicali del nostro stare al mondo si continuerà a rimanere ancorati all’emergenza. “Nella piattaforma di Ritorno al Futuro abbiamo avanzato una serie di proposte al governo, tra le quali privilegiare il recupero di materia invece che il recupero di energia, che finora ha dato centralità agli inceneritori – ha ribadito il giovane attivista-. Al momento c’è una slegatura totale tra produttori e consumatori. Il messaggio ambientale deve essere anche un messaggio sociale“.

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