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venerdì, Luglio 12, 2024

Materie prime critiche, l’appello di ISPRA: “Il riciclo non basta, serve una ripresa sostenibile delle estrazioni”

Quella delle materie prime critiche, i minerali e i metalli necessari per la transizione ecologica, è una sfida fondamentale. Per l'Istituto Superiore di Protezione Ambientale l'Italia è indietro di 20 anni. Come si colma questo gap? Ecco le indicazioni di Fiorenzo Fumanti, geologo e ricercatore di ISPRA dal 1999

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

C’è già chi sta imparando a farci i conti, chi le studia da anni, chi ancora non ne conosce il significato e le applicazioni: di certo le materie prime critiche (note anche con l’acronimo inglese CRM) sono e saranno sempre più cruciali nella transizione ecologica che l’Italia e l’Europa dovranno ffrontare. Dalle batterie delle auto elettriche ai pannelli fotovoltaici fino alle turbine eoliche, le materie prime critiche sono materiali e metalli definite critiche proprio per la loro importanza economica e per il rischio di forniture associato a esse.

In questo senso l’Italia è uno dei Paesi più dipendenti dalle importazioni estere. Ne è consapevole il governo Meloni, che a febbraio ha attivato il tavolo interministeriale (tra il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza e il ministero delle Imprese e del Made in Italy) e che da mesi si è intestata la battaglia contro il divieto europeo dal 2035 della produzione di auto a combustione termica perché, come ha detto il ministro Adolfo Urso in un’interrogazione parlamentare del 23 febbraio, “il rischio è quello di passare dalla dipendenza del gas russo alla dipendenza (delle materie prime critiche, nda) dalla Cina“.

Entro fine mese la Commissione europea renderà nota la proposta dell’European Critical Raw Materials Act, la legge che dovrà, tra le altre cose, avviare la costituzione di una rete delle agenzie specializzate dei diversi Stati membri e l’accelerazione dei tempi di autorizzazione per la ricerca e  l’estrazione. Proprio su questo punto, vale a dire la necessità di una ripresa sostenibile delle estrazioni minerarie, si è concentrato il documento inviato dall’Istituto Superiore per la Protezione Ambientale (ISPRA), nella fase di consultazione pubblica del nuovo regolamento europeo che intende disciplinare in maniera più ampia la filiera delle materie prime critiche. Abbiamo intervistato il geologo Fiorenzo Fumanti, ricercatore dal 1999 presso ISPRA e tra gli autori del documento inviato alla Commissione, per capirne di più sulle strategie da mettere in campo per costruire una maggiore autonomia che sia allo stesso tempo sostenibile.

Leggi anche: In arrivo la legge europea sulle materie prime critiche. Le sfide globali e i ritardi italiani

Nel documento inoltrato alla Commissione europea sulla proposta di legge sulle materie prime critiche ISPRA ricorda che “attualmente sono stati individuati più di 3.000 siti nel periodo compreso tra il 1870 (Unità d’Italia) e il 2020”. Può dirci di più su questi siti? Dove sono, quali sono i siti più interessanti e quali i minerali più presenti?

Al momento i siti individuati sono esattamente 3016. Si tratta di attività minerarie delle quali siamo riusciti ad avere documenti certificati: la nostra è stata una lunga ricerca d’archivio, partendo dalle Riviste del Corpo reale delle miniere (che poi è diventato il Servizio Geologico d’Italia), e poi continuata con l’analisi dei Registri delle concessioni minerarie dei 14 ex distretti minerari, quando ancora conservati, e presso i gli archivi di Stato di varie città italiane. Siamo riusciti a ricostruire, in un lavoro durato qualche anno, la storia mineraria d’Italia corredata da un completo database. Il database è attualmente in revisione e adattamento ai criteri europei, sarà rilasciato a breve e liberamente consultabile sul nostro portale.

Si tratta cioè di quella Carta Mineraria Italiana che dovrà mappare i minerali metalliferi e non, individuando anche i possibili luoghi di estrazione? Di che tempi si parla per la pubblicazione?

Non proprio. Rappresenta la base di dati propedeutica alla realizzazione della nuova Carta Mineraria Italiana. Contiene la localizzazione e tutti i dati dei giacimenti noti. La nuova Carta Mineraria Italiana includerà anche gli esiti delle ricerche già condotte da università ed enti di ricerca e quelli di nuove campagne di rilevamento e analisi. Una ricerca mineraria di base che mira, tramite la revisione di tutto quanto fatto sino ad ora e a nuove indagini, a individuare le aree più promettenti da aprire al rilascio di permessi di ricerca operativa, finalizzati a una attività mineraria sostenibile su giacimenti primari e secondari (rifiuti estrattivi). È un lavoro che necessita  di programmazione e investimenti. Ci vorrà almeno un anno, a partire dall’arrivo di finanziamenti, per arrivare a una prima versione della Carta Mineraria d’Italia. Il ritorno, in termini economici, può essere notevole e non è certo un caso che, mai come in questo periodo, in tutto il mondo si sta investendo in ricerca mineraria e formazione. Se vogliamo continuare con questo modello di sviluppo basato sulla connettività, l’elettronica e tutta la green economy non possiamo permetterci di restare indietro. In Italia abbiamo censito 3016 siti minerari in attività tra il 1870 e oggi. Di questi più di 500 sono in Sicilia: si tratta delle vecchie miniere di zolfo, note per l’impatto ambientale e soprattutto sociale di un tipo di estrazione che fortunatamente è finita. Un’altra parte di quei giacimenti riguarda vecchie miniere di lignite utilizzata essenzialmente come combustibile ma ormai totalmente in disuso, considerando l’elevato potere inquinante. Circa un migliaio di questi siti riguarda invece la presenza di minerali metalliferi, che sono quelli che ci interessano, anche per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni climalteranti. Tutta la green economy è basata su queste materie: non solo però quelle di cui si discute di più, dalle terre rare al litio fino al cobalto, ma anche quelle che non sono ancora critiche come ad esempio il rame. Il rame è un elemento indispensabile per le reti elettriche e di comunicazione, per la circuiteria elettronica e per tutte le tecnologie delle energie rinnovabili e dei trasporti. Il rame ha il vantaggio di essere riciclabile al 100%, per questo spesso viene rubato, ad esempio sui binari delle ferrovie, ma la richiesta è talmente elevata che il solo riciclo non è né sarà sufficiente. Tutti gli scenari elaborati da istituzioni internazionali concordano sulla insufficienza del riciclo per soddisfare il bisogno di metalli, con il rischio che anche metalli non critici, come lo zinco, possano diventarlo a breve.

E nello specifico sulle materie prime critiche necessarie alla transizione energetica, dal litio al cobalto alle terre rare, qual è la fotografia italiana dei giacimenti? Ci sono disponibilità nel sottosuolo? E dove?

Su questo aspetto c’è un problema notevole da affrontare: la ricerca mineraria in Italia è finita attorno alla fine del Novecento e considerava molto poco i metalli che oggi sono fondamentali. La ricerca è finita perché invece di investire in ricerca e innovazione delle nostre miniere si è preferito abbandonare l’attività mineraria nazionale per ricorrere alle importazioni estere a basso costo. Una politica economica forse giustificabile ma sicuramente molto poco lungimirante e che ci ha reso, per i metalli, totalmente dipendente dai mercati esteri. Abbiamo convocato gli esperti minerari italiani che concordano sulla presenza di potenzialità minerarie nazionali, anche per quanto riguarda i minerali critici, che però sono tutte da rivalutare. Gli studi finora effettuati evidenziano come anche vecchi giacimenti dichiarati esauriti o antieconomici, se indagati con i criteri attuali possono rivelarsi molto significativi, anche in considerazione dell’attuale andamento dei mercati. È il caso di Punta Corna, in Piemonte, con elevati tenori di cobalto e nickel, di Gorno in Lombardia dove è accertato uno dei più importanti giacimenti europei di zinco, piombo e argento oppure del litio nei fluidi geotermici degli antichi vulcani sabatini, vicino a Roma.  A Cesano il litio raggiunge tenori di 400mg/l più del doppio dei valori di che si misurano in California, dove il governo USA sta investendo decine di milioni di dollari in ricerca. Un grande deposito di titanio è presente in Liguria, ma difficilmente coltivabile con le metodiche tradizionali per l’impatto ambientale su un’area protetta. Dobbiamo trovare tecniche alternative e sostenibili, come il biomining, cioè l’utilizzo di microbi che dissolvono il titanio nelle acque. Importanti giacimenti di rame esistono nell’Appennino settentrionale. Sappiamo dell’esistenza di terre rare in diverse località italiane, nella fascia tirrenica laziale, nell’arco alpino, in Sardegna. In particolare si trovano associate alla fluorite (altro materiale critico) nel giacimento di Silius e alle bauxiti di Olmedo così come nei graniti di Buddusò e in diversi cumuli di rifiuti estrattivi. Ma abbiamo bisogno di ricerca e caratterizzazione che possono avere anche tempi lunghi. L’enorme giacimento di terre rare annunciato recentemente in Turchia è stato certificato dopo dieci anni di studio, 125.000 metri di perforazioni e 60.000 analisi. I tempi possono però essere ridotti, anche di molto, a seconda delle caratteristiche del giacimento e riducendo la tempistica burocratica, ma nessuna compagnia mineraria inizierà mai la coltivazione mineraria senza avere la certezza che l’operazione sia economicamente fattibile.

Sempre nel documento inoltrato alla Commissione parlate di approvvigionamento sostenibile delle materie prime critiche: quali sono i criteri di sostenibilità che si andrebbero ad applicare nelle nuove estrazioni?

Quel che è certo è che non possiamo permetterci di replicare quel che è stato fatto in passato in Italia in alcune delle vecchie miniere. Abbiamo imparato da quello che è stato per non farlo mai più. Per questo stiamo lavorando alla definizione di criteri ambientali e sociali che dovranno essere rispettati, sulla base di quelli che sono già accettati dalla gran parte delle compagnie minerarie occidentali. Dalla richiesta di utilizzo di energie rinnovabili per la coltivazione mineraria, al riutilizzo delle acque di lavorazione, allo sfruttamento di tutti i minerali presenti nel giacimento, alla mitigazione degli impatti sulle acque sotterranee e sulla biodiversità sino alla minimizzazione del consumo di suolo con assoluta preferenza, nel nostro caso, verso le operazioni in sotterraneo. Sono standard che vengono già usati in molte miniere europee e anche in Cina, dove lo Stato si è reso conto che dopo tutti i disastri passati le nuove miniere devono ridurre l’impatto ambientale e sociale. In Carinzia entrerà in produzione la più grande miniera in sotterraneo di litio d’Europa. Se lo fanno gli austriaci, notoriamente molto attenti al loro contesto ambientale, possiamo farlo anche noi. Fondamentale è il controllo costante delle attività anche utilizzando, ove possibile, tecniche di monitoraggio satellitare. A terra abbiamo i funzionari degli enti regionali e locali e delle agenzie ambientali, ma anche la popolazione e le associazioni che possono rappresentare vere e proprie sentinelle territoriali. Teniamo sempre ben presente che, considerando l’importanza strategica delle risorse minerarie per tutto il modello di sviluppo “green”, o cerchiamo, per quanto possibile, di trovare e coltivare le risorse con basso impatto ambientale in Europa e in Italia oppure la nostra industria dovrà continuare a rivolgersi a mercati basati anche su miniere dove lo sfruttamento, anche minorile, la coercizione, la corruzione, il controllo di bande armate e nessun rispetto per le condizioni ambientali non sono l’eccezione ma la regola. Non possiamo continuare a pretendere il nostro benessere sulla pelle degli ultimi del mondo.

Nel documento inoltrato alla Commissione ponete anche l’accento sui rifiuti estrattivi storici che, in un’ottica di economia circolare, possono essere rielaborati mediante tecnologie sostenibili e innovative, riducendo i problemi ambientali e sanitari derivanti dalla loro presenza”. Può dirci di più su questo punto?

Su questo tema dobbiamo superare un problema, sul quale stiamo lavorando anche insieme alle Regioni, che è quello della definizione normativa. I rifiuti estrattivi storici, cioè di attività abbandonate prima del 2008, non ricadono nel decreto legislativo n°117/2008 che impone un piano di gestione dei rifiuti minerari per le aziende in attività, prevedendone anche il riutilizzo. Ecco perché nel caso delle miniere abbandonate stiamo lavorando a una nuova norma che permetta anche la coltivazione dei rifiuti estrattivi storici come potenziale giacimento di materie prime seconde, nonché il riutilizzo dello sterile, cioè il rimanente dopo l’estrazione dei minerali utili. Gli sterili, a seconda delle loro caratteristiche, possono essere riutilizzati nel campo dell’edilizia, dell’industria ceramica, come sottofondi stradali o come riempimento dei vuoti minerari. Diverse università ed enti di ricerca stanno lavorando per individuare nuove applicazioni. La coltivazione dei rifiuti estrattivi è un caso classico di economia circolare che suscita grande interesse in tutta Europa. Anche in questo caso il territorio più interessante è quello della Sardegna. Più in generale sui rifiuti estrattivi la differenza con i giacimenti naturali è che sappiamo con certezza dove sono ma dobbiamo essere certi di quel che contengono. Si tratta spesso di cumoli disordinati e con concentrazioni variabili. È necessaria una attenta caratterizzazione che però è facilitata dall’assetto logistico.

In una recente interrogazione parlamentare il ministro Urso ha parlato di una maggiore autonomia dalle materie prime critiche, dall’estrazione alla lavorazione. In Italia a che punto siamo? L’Italia ha una lunga tradizione di storia e competenze minerarie che però negli ultimi anni è stata dismessa: come si recupera questo gap?

Questo gap si recupera finanziando la ricerca e facendo ripartire la formazione. È anche una delle istanze che stiamo portando avanti all’interno del gruppo di lavoro Mining, che coordiniamo all’interno del Tavolo nazionale Materie Prime Critiche. Come ISPRA, nell’ambito del progetto PNRR GeoSciences, stiamo organizzando anche una serie di corsi di formazione sulla sostenibilità delle attività estrattive, rivolti alla pubblica amministrazione e alle Regioni. I corsi rimarranno liberamente consultabili online. È necessario anche far ripartire la formazione universitaria. Attualmente in Italia l’unico corso di ingegneria mineraria è stato riattivato da poco al Politecnico di Torino, sopravvivono poi, con minimi finanziamenti, diversi corsi di giacimentologia presso i Dipartimenti di Scienze della Terra. Siamo rimasti indietro di almeno 20 anni, e questo significa anche una grande difficoltà per l’Italia nel partecipare a progetti internazionali inclusi gli accordi per la coltivazione di miniere all’estero. Alcune aziende inglesi hanno recentemente acquisito miniere in Angola e Nigeria, sulle quali poi dovrebbero applicare i criteri europei di coltivazione sostenibile. Dobbiamo fare squadra con gli altri Paesi occidentali, collaborare e imparare da chi ha conoscenze più sviluppate delle nostre. Dobbiamo far crescere una nuova generazione di esperti in grado di lavorare in Italia e all’estero. È un processo che dobbiamo iniziare subito e senza il quale l’Italia sarà sempre esclusa dalla competizione internazionale in materia e sarà sempre più dipendente dai fornitori esteri.

Leggi anche: Materie prime critiche, l’Europa punta (anche) sulle sue miniere

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