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martedì, Settembre 21, 2021

Le Nazioni Unite dicono no al metano: “Emissioni dimezzate entro il 2030”. Lo studio

Secondo il report delle Nazioni Unite per ridurre le emissioni di metano del 45% entro il 2030 servono misure forti e uno stop alle nuove infrastrutture per il gas. Per l'Europa e l'Italia si pone il problema dell'idrogeno blu.

Madi Ferrucci
Nata in provincia di Pisa il 26 giugno 1991. Laureata in Filosofia e diplomata alla scuola di Giornalismo della Fondazione Basso di Roma. Assieme a due colleghi ha vinto il Premio Morrione 2018 e il Premio Colombe d'Oro per la Pace 2019 con un’inchiesta internazionale sulla fabbrica di armi RWM in Sardegna. Ha lavorato a The Post Internazionale nella sezione news e inchieste. Collabora con Economiacircolare.com, il Manifesto e altre testate nazionali. Fa parte del collettivo di giornalisti freelance “Centro di giornalismo permanente".

È il primo report delle Nazioni Unite a documentare in maniera dettagliata i danni prodotti dalle emissioni di gas metano: il “Global Methane Assessment” lancia l’allarme sulla necessità di un cambio di rotta e traccia una linea d’azione globale da perseguire per ridurre le emissioni del 45% entro il 2030.

Il rapporto, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep), suona come un monito a mantenere alta la guardia sul tema del gas, una risorsa fossile spesso invocata come soluzione di transizione per l’uscita dal carbone e dal petrolio. Nelle ultime settimane, infatti, molti Paesi europei hanno depositato i loro Piani nazionali di ripresa e resilienza per ottenere i finanziamenti del Recovery Fund, che dedica il 37% delle risorse alla sfida della transizione ecologica.

Gli obiettivi del report

Secondo i dati dello studio il metano è responsabile di circa il 30% del riscaldamento globale e dai livelli preindustriali ad oggi la sua presenza nell’atmosfera è più che raddoppiata. Non solo, nel 2020 nonostante il rallentamento dell’economia dovuto all’esplosione della crisi pandemica la quantità di metano nell’atmosfera ha continuato ad aumentare vertiginosamente.

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Per mantenere fede agli accordi di Parigi, che mirano a contenere il riscaldamento globale sotto la soglia di 1,5°C entro il 2045, l’ONU fissa degli obiettivi precisi: “Nel prossimo ventennio solo una riduzione annuale delle emissioni pari a 180 milioni di tonnellate permetterebbe di evitare l’aumento di 0,3°C della temperatura globale”.

Un taglio che avrebbe conseguenze positive anche sulla salute dell’uomo e che a livello mondiale eviterebbe ogni anno 255 mila morti premature, 775 mila visite ospedaliere legate all’asma, 73 miliardi di ore di lavoro perso a causa del caldo estremo e 26 milioni di tonnellate di perdite di raccolti all’anno.

Lo stop al metano è lo strumento più potente che abbiamo per rallentare il cambiamento climatico nei prossimi 25 anni e completa gli sforzi necessari per ridurre l’anidride carbonica. I vantaggi per la società, l’economia e l’ambiente superano di gran lunga i costi”, ha affermato la direttrice esecutiva dell’Unep, Inger Andersen, durante la presentazione del report.

I settori 

Il rapporto mostra che la maggior parte delle emissioni di metano prodotte dall’attività dell’uomo proviene da tre settori: agricoltura (40%), combustibili fossili (35%) e rifiuti (20%). In Europa il settore dei rifiuti è quello che offre il più ampio raggio d’azione per la riduzione delle emissioni, ma se continuano ad esserci investimenti nella creazione di nuove infrastrutture a gas gli effetti positivi potrebbero esserne ridotti. Con le attuali misure messe in atto dai governi, infatti, le emissioni prodotte dal metano continuerebbero a crescere almeno fino al 2040.

“Nei prossimi dieci anni dobbiamo adottare misure urgenti, se vogliamo rispettare gli impegni presi. La buona notizia è che la maggior parte delle azioni necessarie apportano non solo benefici per il clima ma anche benefici per la salute e finanziari, e tutta la tecnologia necessaria è già disponibile”, ha avvisato Drew Shindell, professore di Scienze del clima della Duke University.

Il Pnrr dell’Italia e la partita dell’Idrogeno

Nel nuovo Pnrr dell’Italia gli investimenti per la transizione ecologica sono stati ridotti di due punti percentuali rispetto alla bozza di Piano elaborata dal governo Conte (circa 57 miliardi a fronte dei precedenti 67,4 miliardi), e buona parte di questi fondi saranno destinati al settore energetico.

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Alla partita dell’idrogeno, in particolare andranno 3,19 miliardi, ma non è ancora chiaro come saranno utilizzati. Ad oggi, infatti, l’idrogeno può essere derivato dalle fonti rinnovabili (idrogeno verde) o estratto dal gas (idrogeno blu) e dai progetti di investimento che saranno approvati nei prossimi mesi dipende anche la strategia sul metano del nostro Paese. E’ certo, però, che la scelta dell’idrogeno blu aumenterebbe ulteriormente le emissioni; stando ai dati del rapporto le fasi di estrazione, lavorazione e distribuzione del gas e del petrolio contribuiscono per il 34% al totale delle emissioni di metano. Le dispersioni involontarie di gas nel processo di estrazione e trasporto sono, infatti, la causa principale delle emissioni di metano in questo settore, mentre nel caso del carbone le emissioni sono legate in gran parte al solo processo di estrazione.

Come ha raccontato ad Economiacircolare.com Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr): “Il governo è orientato a sostenere alcune grandi aziende energetiche nazionali e questo è del tutto comprensibile e anche condivisibile. Il problema, però, è che spesso queste non mostrano piani credibili e radicali di decarbonizzazione. L’idrogeno è una prospettiva importante ma, in questa fase, molta narrazione su questo vettore energetico è una strategia per far guadagnare tempo ad aziende che si muovono con colpevole ritardo, magari presentando progetti improbabili come quelli sull’idrogeno blu, che ad oggi non avrebbero le tecnologie sufficienti per poter essere sviluppati”.

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