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giovedì, Maggio 30, 2024

Il litio alle porte di Roma: storia, cronaca, prospettive

A pochi chilometri dalla capitale il sottosuolo potrebbe celare grossi quantitativi di litio, materia prima critica al centro della transizione ecologica. Tanti gli interessi ma pochi i precedenti sull'estrazione di litio geotermico. Ne parliamo con gli esperti e con gli amministratori interessati

Roberto Tuccini
Roberto Tuccini
Umanista per inclinazione, consulente ambientale per professione, divulgatore per scelta. Ma anche accompagnatore d’escursionismo e guida ambientale escursionistica: parla di ambiente perché vive l’ambiente. Crede in una comunicazione ambientale senza allarmismi né semplificazioni

E se si scoprisse che uno stato, storicamente privo di risorse minerarie, si ritrovi con un grosso giacimento di litio nel sottosuolo della sua capitale? Non siamo dall’altra parte del mondo. Siamo in Italia, siamo tra i comuni di Roma e Campagnano di Roma. Per l’esattezza trenta chilometri a nord ovest del Colosseo, sui monti Sabatini. Una serie di morbide colline, forre di tufo, due laghi vulcanici sotto la tutela del Parco Regionale di Bracciano-Martignano. E litio nel sottosuolo.

Sono gli anni ’70. ENEL, nella zona della valle del Baccano, tra la via Cassia e i laghi di Bracciano e Martignano, inizia una campagna di perforazioni sperimentali per verificare la presenza di fluido geotermico al fine di produrre energia elettrica. Il successo della sperimentazione è relativo: viene appurata la presenza di fluidi con temperatura superiore ai 150 gradi, ma con caratteristiche che non ne rendono possibile lo sfruttamento per la produzione di energia.

Nel decennio successivo la zona di Latera, nei pressi del lago di Bolsena, vede la costruzione di una centrale geotermica sperimentale ad opera di ENEL. Dopo varie vicissitudini, la centrale viene chiusa definitivamente nel 2004. Nulla di nuovo nell’area fino al 2010, quando si ha un piccolo boom di istanze di ricerca volte allo sfruttamento della geotermia a fini energetici; in tal caso le aree interessate comprendono nuovamente la zona dei monti Sabatini, ma anche la zona del lago di Bolsena e l’altra grande area vulcanica laziale: i Castelli Romani. Qui i permessi di ricerca sono in capo all’altoatesina Tombelle SRL e alla pisana Steam SRL.

Ad oggi nessuna di tali istanze di ricerca si è trasformata in permesso di coltivazione geotermica.

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Stessa zona, nuove prospettive

Nel frattempo il litio, da sostanza utilizzata in pochi e specifici processi produttivi, è diventato una materia prima critica, ricercata in tutto il mondo con una brama di cui, al momento, non si vede la fine. Quasi la metà del litio prodotto nel mondo viene dall’Australia, ma ne sono ricchi anche la Cina e la zona al confine tra Argentina, Cile e Bolivia.

Ecco perciò che anche i fluidi geotermici ricchi di litio dell’area a nord di Roma vengono visti sotto una diversa prospettiva. La risorsa da ricavare dai fluidi geotermici non è più il calore con cui produrre energia, ma il prezioso minerale che compone le batterie del dispositivo da cui stai leggendo questo articolo. L’eventuale produzione di elettricità diventa un positivo effetto collaterale di una ricerca che mira ad altro.

Luglio 2021: la società australiana Vulcan Energy Italy presenta un’istanza di verifica di assoggettabilità alla valutazione di impatto ambientale presso la Regione Lazio. Citando le ricerche di ENEL la Vulcan Energy richiede di poter svolgere nuove perforazioni nella valle del Baccano al fine di analizzare la convenienza e la fattibilità dell’estrazione del litio disciolto nel fluido geotermico, inaugurando una lunga serie di istanze simili presentate da diverse aziende.

Tra il 2021 ed il 2023 presso la Regione Lazio vengono infatti presentate almeno quindici istanze di valutazione di impatto ambientale relative a progetti di ricerca geotermica. Quasi tutti a cavallo della via Cassia, lungo la direttrice che dalla Capitale si sviluppa verso il lago di Bolsena. Tutte le istanze sono relative alla sola ricerca: qualora tale operazione porti esiti favorevoli i progetti di estrazione dovranno essere autorizzati mediante ulteriori procedimenti.

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Interessi australiani (e non solo) sul litio italiano

Le aziende australiane sono tra le principali protagoniste dell’estrazione del litio in Europa. L’area a nord di Roma è al centro degli interessi di Vulcan Energy, attiva principalmente in Germania, dove ha realizzato o sta realizzando diversi impianti necessari all’estrazione e alla raffinazione di litio geotermico. Nell’area romana Vulcan Energy intende applicare il processo proprietario denominato “Zero Carbon Lithium” finalizzato all’estrazione del minerale con contestuale produzione di energia da geotermia senza emissioni di CO2.

Tale processo prevede l’estrazione dei fluidi geotermici, il successivo ottenimento del litio dagli stessi mediante consumo di energia elettrica prodotta dal calore geotermico di tali fluidi, e la loro reiniezione in profondità a una temperatura di circa 65 gradi. È stata la prima azienda a presentare un progetto di ricerca nell’area presa in esame e ad oggi risulta aver presentato due progetti, per i permessi “Cesano” e “Boccaleone”.

Altra azienda protagonista è Energia Minerals Italia. L’australiana Altamin, che ne detiene il controllo, ha come focus l’estrazione di minerali strategici da giacimenti nuovi o abbandonati siti nel nostro Paese. Le undici istanze presentate la rendono l’azienda più attiva nel campo della ricerca di litio geotermico nella zona.

Tra le aziende italiane troviamo Enel Green Power, l’azienda del gruppo Enel dedicata alle energie rinnovabili, già coinvolta nello sfruttamento dell’energia geotermica nelle aree toscane di Larderello e del monte Amiata. Ha presentato tre istanze di ricerca: due nei pressi del lago di Bolsena – ove ha da tempo interessi in merito – e una, assieme a Vulcan Energy, all’interno del comune di Roma. Con l’azienda australiana ha siglato nell’estate 2022 una partnership volta alla ricerca e all’estrazione del litio geotermico in Italia.

Recentissime, infine, le tre istanze presentate da due volti noti: Tombelle SRL, tramite la consulenza tecnica di Steam, ha presentato richiesta di VIA relativamente a tre istanze di ricerca attivate tra 2010 e 2012. Le tre proposte progettuali sono localizzate nei pressi dei laghi vulcanici di Bolsena, Bracciano e Albano, testimoniando l’espansione del fenomeno anche nell’area a sud-est di Roma, che ne era rimasta finora al di fuori. I progetti di Tombelle e Steam prevedono delle prospezioni di superficie, che verrebbero spinte in profondità in caso di esito favorevole.

Non si parla di litio, anche perché sono ignoti i parametri chimici del fluido geotermico nell’area presa in esame, anche se a detta degli esperti la genesi comune dei minerali delle zone attorno ai laghi vulcanici del Lazio rende ne rende più che plausibile la presenza. Certo è che qualora le analisi dimostrino la presenza di litio o altri minerali, Tombelle godrebbe del vantaggio del primo arrivato nell’area dei Colli Albani.

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L’estrazione di risorse dai fluidi sotterranei tra Italia ed Europa

Estrarre risorse dai fluidi presenti nel sottosuolo prevede una serie di passaggi. In primo luogo quei liquidi vanno raggiunti: nelle ricerche degli anni ’70-80 nella zona della valle del Baccano, Enel ha perforato sino a profondità di circa 3000 metri, ma in provincia di Pisa sono attestati pozzi che superano i 4000 metri. Una volta raggiunti e portati in superficie i fluidi se ne devono ricavare le risorse di interesse: una volta si trattava esclusivamente di calore, oggi è invece il litio il principale oggetto di ricerca nell’area laziale.

Al netto di quest’ultimo aspetto il nostro Paese è all’avanguardia nello sfruttamento della risorsa geotermica: nell’area di Larderello, in provincia di Pisa, da due secoli si sfruttano i fluidi caldi presenti nel sottosuolo per produrre boro ed energia elettrica. Assieme al polo geotermico dell’Amiata, la zona di Larderello produce circa il 30% del fabbisogno energetico della Toscana; e il 5% circa del totale di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili in Italia. Le tecnologie e i processi di produzione di energia geotermica sono ormai noti e consolidati, come pure alcuni fenomeni ambientali che, a torto o a ragione, vengono correlati a tali processi. Sarebbero attivi, a detta di comitati e associazioni, fenomeni di subsidenza e microsismicità accompagnati da una riduzione dei parametri quantitativi e qualitativi delle acque superficiali e sotterranee.

A tal proposito, abbiamo contattato ARPAT, il principale organo preposto alla sorveglianza e al monitoraggio degli impatti ambientali delle centrali geotermiche toscane. Per quanto concerne le acque, i monitoraggi effettuati dall’ente non evidenziano, nel complesso, alterazioni della quantità o della qualità delle acque sotterranee e superficiali ascrivibili allo sfruttamento geotermico.

La falda dell’area vulcanica dell’Amiata, tuttavia, risente di un valore di fondo di arsenico tendenzialmente elevato, che in determinati momenti arriva a concentrazioni molto vicine al limite di potabilità stabilito per legge. ARPAT, sulla base dei suoi studi, associa questo fenomeno al regime precipitativo: la siccità estiva concentra l’arsenico presente nell’acqua di falda. Ancora un legame con il Lazio: tale fenomeno è noto e diffuso proprio nelle aree vulcaniche tra le province di Roma e Viterbo.

Sulla questione suolo va poi specificato che la subsidenza è storicamente attestata, specie nell’area di Larderello dove lo sfruttamento della geotermia è più antico e risale ad un periodo in cui non era noto come la reiniezione in profondità dei fluidi potesse mitigare tale fenomeno: i monitoraggi di ARPAT in quest’area, nonché quelli effettuati sul monte Amiata attestano uno sprofondamento del suolo dell’ordine di pochi millimetri per anno.

Diversa la questione della microsismicità. È noto come in determinate aree soggette a sfruttamento geotermico si siano verificati numerosi terremoti, tendenzialmente di magnitudo inferiore a 2 ma con sporadici eventi più intensi. Il fenomeno è noto sia nella zona dell’Amiata che attorno al lago di Bolsena, ma anche a Friburgo, Strasburgo e soprattutto Basilea, dove un progetto di ricerca geotermica è stato bloccato dalle autorità a seguito di un terremoto di magnitudo 3.4, con conseguente rinvio a giudizio – finito con un’assoluzione – di uno dei responsabili della società che gestiva le perforazioni. Il tema è oggetto di diversi studi in tutto il mondo, che non sembrano tuttavia essere arrivati ad esiti chiari e condivisi. ARPAT non ha fornito informazioni in merito.

Il maggior impatto ambientale segnalato dall’Agenzia, tuttavia, è quello emissivo ed odorigeno. Portare in superficie dei fluidi sotterranei infatti comporta la dispersione in atmosfera di sostanze chimiche altrimenti relegate nel sottosuolo. Alcune di queste sostanze possono avere effetti sull’uomo e sull’ambiente, in funzione della concentrazione delle stesse. L’esperienza toscana racconta che le principali sostanze presenti nelle emissioni in atmosfera sono l’idrogeno solforato e, soprattutto nella zona dell’Amiata, il mercurio. Quest’ultimo, dalla tossicità nota e comprovata, sembra associato ai minerali di cui è formato il sottosuolo amiatino: nell’area erano attive fino a pochi decenni fa diverse miniere da cui si estraeva tale materiale.

L’idrogeno solforato, dal tipico odore di uova marce, risulta invece una presenza costante nei fluidi di entrambe le aree geotermiche toscane. Riguardo le molestie olfattive, ARPAT segnala come lo studio InVETTA, realizzato dall’Agenzia Regionale della Sanità della Toscana, abbia riscontrato come la soglia di concentrazione alla quale l’olfatto umano riesca a percepire tale composto sia di gran lunga inferiore ai limiti di riferimento per la pericolosità sull’uomo di tale composto fissati dall’OMS.

Al fine di abbattere le emissioni di mercurio e di idrogeno solforato, gli impianti geotermici dell’Amiata, più recenti rispetto a quelli di Larderello e contraddistinti, come abbiamo visto, dalla presenza di mercurio nelle emissioni, hanno adottato il sistema AMIS (Abbattimento di Mercurio e Idrogeno Solforato), che ha contribuito anche alla riduzione delle molestie olfattive.

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Lazio e geotermia: la parola al geologo

Per capirne di più sui potenziali impatti ambientali della geotermia in riferimento al territorio laziale ci siamo rivolti al dottor Roberto Troncarelli, geologo già presidente dell’Ordine dei Geologi del Lazio. Sul rapporto tra l’esperienza storica di sfruttamento della geotermia e la geologia delle aree oggetto di questo approfondimento è inevitabile parlare dell’effimera centrale di Latera, nel viterbese. Il dottor Troncarelli ci fa presente come la centrale fu chiusa per iniziativa spontanea di Enel a seguito di fenomeni microsismici.

“Eppure – afferma il geologo – la sismicità del viterbese è anomala e statisticamente incomprensibile: le carte sismiche evidenziano delle blande criticità solo nella zona che guarda all’Appennino, eppure nel 1971 un terremoto rase al suolo Tuscania [a metà strada tra il capoluogo e il litorale, NDR]. Ad oggi non è dimostrato un rapporto causa-effetto incontrovertibile tra sfruttamento della geotermia e microsismicità”. A tal proposito bisogna ricordare come quella di Viterbo sia la provincia italiana con più aree idonee alla costruzione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: tali aree sono state identificate sulla base di una serie di fattori tra cui una sismicità estremamente ridotta. Ma c’è un’altra questione che rischia di impattare sulla sostenibilità nel tempo del modello di estrazione del litio proposto dalle aziende attive nel Lazio: la differenza di temperatura tra i fluidi geotermici estratti e quelli reiniettati nel sottosuolo al termine del processo produttivo.

“L’Italia è un po’ indietro su alcune dinamiche – afferma Troncarelli -. Mi riferisco alla differenza massima ammissibile tra temperatura del fluido estratto e fluido reimmesso nel sottosuolo. Alcuni paesi del nord Europa, in particolar modo in Scandinavia, per evitare una cortocircuitazione nei modelli di circolazione del calore nel sottosuolo, hanno previsto dei vincoli sulla temperatura dei fluidi reimmessi nel sottosuolo al fine di permettere che tale fluido sia in grado di essere riscaldato dal fluido presente nel sottosuolo al fine di tornare alle condizioni iniziali. Se la reimmetto con una differenza di temperatura troppo elevata il sistema non ce la fa, e ad ogni ciclo stagionale si rischia di perdere temperatura nella massa di fluido presente nel sottosuolo e nel lungo termine rischio di arrivare ad un collasso irreversibile. In Norvegia ad esempio la differenza massima è di due gradi, in Olanda di cinque, mentre in Italia non abbiamo un limite. È tutto lasciato alla coscienza dei progettisti”.

La tutela delle acque superficiali e sotterranee è un altro elemento di attenzione: la valle di Baccano si trova a ridosso del parco regionale di Bracciano-Martignano e a breve distanza dal parco regionale di Veio; entrambe le zone coincidono in parte con siti della rete Natura 2000. Capire se l’eventuale fase di estrazione e sfruttamento dei fluidi geotermici potrà portare ad impatti ambientali sulle acque, secondo Troncarelli, “è la domanda da un milione di dollari. Esiste una modellazione delle previsioni di modificazione dei chimismi, dell’idrodinamica, della stratificazione geochimica, però finché non si mettono in atto i progetti la modellazione rimane puramente teorica: pur se affinata e affidabile non costituisce una certezza rispetto a quanto avverrà”.

A tal proposito, una potenziale criticità nell’area è dovuta alla morfologia della valle di Baccano. Si tratta infatti dell’alveo di un antico lago vulcanico, divenuto paludoso e finalmente bonificato nella prima metà dell’Ottocento. Nell’area è presente una falda acquifera a pelo libero pochi metri sotto al piano di campagna, che fluisce tramite il fosso di bonifica nell’area del parco di Veio. “Certamente – afferma il geologo – qualsiasi modello freatico di quel tipo è maggiormente esposto rispetto ad una falda di profondità. Ma da qui a dire con certezza che subirà un rischio soggettivo è molto difficile”.

A prescindere dagli impatti sulla salute, abbiamo visto come quello odorigeno sia un impatto più o meno costante delle aree soggette a sfruttamento geotermico. Ciò deriva dall’arrivo in superficie di sostanze, potenzialmente dotate di un odore caratteristico, che sarebbero altrimenti confinate nel sottosuolo. Da un punto di vista tecnico, secondo Troncarelli, “il tema dell’impatto odorigeno non si riesce a descrivere numericamente perché estremamente labile e non oggettivizzabile, soprattutto in spazi aperti. Si può fare a livello statistico ma rientra anche nella soggettività dei singoli. Possiamo andare insieme in un posto dove magari io sento un odore e un’altra persona no […] Ma anche l’esposizione della zona influisce sulla percezione degli aspetti olfattivi. Tenendo conto del regime anemometrico potrebbero esserci zone molto vicine al punto di emissione ma sopravento che risentono zero degli odori, rispetto ad un bersaglio molto più lontano ma sopravento. Non si può affermare con certezza, ma direi che quello degli odori è l’impatto ambientale che mi aspetterei di incontrare con più probabilità”.

Secondo il geologo, non sono i singoli impatti puntuali a destare preoccupazione, quanto le eventuali alterazioni irreversibili dell’ambiente che gli eventuali progetti di sfruttamento potrebbero provocare nel lungo periodo. La soluzione migliore, afferma, potrebbe essere quella dell’imposizione, da parte delle autorità competenti, di reti dettagliate di monitoraggio e misurazione di vari parametri, finalizzate al rilevamento precoce di eventuali anomalie, accompagnate da sistemi di arresto e messa in sicurezza d’emergenza degli impianti.

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Impatti sulla comunità locale. Intervista al sindaco di Campagnano di Roma

A Campagnano di Roma tutti parlano del litio. Chi con curiosità, chi con interesse, chi – i proprietari dei terreni nella zona soggetta a ricerca – con la speranza di diventare ricco. Si tratta forse del Comune più interessato dal fenomeno, ma l’ente non risulta aver fornito nessun parere in sede delle varie conferenze di servizi finalizzate alla Valutazione di Impatto Ambientale. “È una scelta precisa – afferma il sindaco Alessio Nisi – dato che al momento le istanze riguardano ricerche puramente documentali cui potrebbero seguire dei piccoli prelievi di fluidi; ci è sembrato inutile, in questa fase, esprimere pareri su un’attività con un impatto sull’ambiente nullo o minimo”.

Di sicuro non capita tutti i giorni a un piccolo Comune di avere gli occhi di molte aziende puntate addosso, così come è raro non riscontrare la presenza del fenomeno del NIMBY attorno ad un progetto con potenziali impatti sull’ambiente. Il sindaco associa tale fenomeno, pur accompagnato da dibattiti sui social da parte della popolazione, alla comprensione da parte del pubblico dei vantaggi in termini di green economy che tali progetti potrebbero comportare sul territorio. “Vorremmo creare un polo di ricerca e sviluppo attorno al litio, con particolare riferimento all’automotive – dice Nisi -. Nel nostro territorio è presente l’autodromo di Vallelunga, la cui area è già predisposta per un ampliamento e in cui è già presente ENEL. Ci piacerebbe la presenza di una filiera lunga, che vada dall’estrazione alla sperimentazione di soluzioni innovative”.

Con le multinazionali da una parte e lo stato dall’altra, un piccolo Comune rischia di finire come don Abbondio, vaso di coccio tra i vasi di ferro. Ma il sindaco è fiducioso. “Non abbiamo letto atteggiamenti predatori da parte delle aziende interessate, in tal caso nessun progetto sarebbe di nostro interesse” spiega. Mentre per quanto riguarda i rapporti con le altre istituzioni Nisi afferma che “sotto il governo Draghi fummo coinvolti in tavoli di confronto dall’allora ministro dello Sviluppo Economico Giorgetti, ma con il governo Meloni non c’è stato seguito sul tema. In Regione invece siamo stati coinvolti sia dall’amministrazione Zingaretti sia da Rocca. È nostro interesse essere presenti ai tavoli ministeriali per portare avanti le istanze del territorio e non subire decisioni calate dall’alto”.

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Regole da scrivere tra sviluppo industriale e tutela dell’ambiente

Diverse sono le criticità potenziali che emergono dal quadro delineato. In primo luogo di natura tecnica: la differenza di temperatura tra i fluidi estratti e quelli reimmessi in profondità è di circa 100 gradi, enormemente superiore ai parametri richiesti negli stati che pongono un limite a tale valore; il rischio è quello di compromettere, a lungo andare, la sostenibilità della risorsa.

Altra questione è quella degli impatti odorigeni: pur senza arrecare danno all’ambiente o all’uomo, eventuali emissioni maleodoranti potrebbero avere impatti sul benessere della popolazione. Si tenga conto che nel raggio di 5 chilometri dalla Valle del Baccano insistono i centri abitati di Formello, Campagnano di Roma, Anguillara Sabazia e Cesano. Parliamo di circa cinquantamila abitanti potenzialmente esposti, a seconda dell’intensità e della direzione del vento, ad eventuali odori molesti.

La tutela delle acque superficiali e sotterranee della zona, infine, è un ulteriore elemento di attenzione. Tutte le possibili problematiche possono essere gestite, come abbiamo visto, grazie all’imposizione di apposite prescrizioni relative ai monitoraggi, alle procedure gestionali e agli impianti tecnologici da parte dell’autorità competente sul rilascio degli eventuali permessi estrattivi. Ma le regole in merito sono tutte da scrivere.

Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del workshop conclusivo del “Corso di giornalismo d’inchiesta ambientale” organizzato da A Sud, CDCA – Centro di Documentazione sui Conflitti Ambientali ed EconomiaCircolare.com, in collaborazione con IRPI MEDIA, Fandango e Centro di Giornalismo Permanente

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