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lunedì, Maggio 27, 2024

La plastica seconda vita raccontata coi numeri

Partendo da una ricerca dell’Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo, vi raccontiamo, attraverso i numeri salienti, cosa succede nel mercato nazionale della plastica riciclata

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Redazione EconomiaCircolare.com

Quando si parla di riciclo della plastica si focalizza quasi sempre lo sguardo sulla raccolta, sul trattamento e sui processi di riciclo. Ma solo di rado si racconta cosa succede dopo, quando i rifiuti sono stati riciclati e tornano sul mercato come materia prima seconda. Uno sguardo oltre il riciclo possiamo averlo leggendo i risultati di uno studio commissionato da IPPR– Istituto per la Promozione delle Plastiche da Riciclo a Plastic Consult sull’utilizzo di plastiche riciclate da parte dei trasformatori.

Qui ve lo raccontiamo sinteticamente attraverso i numeri salienti.

 

47,2%             La quota di plastica riciclata dai rifiuti urbani. Secondo Ispra, nel 2021 la raccolta differenziata ha portato quasi 1,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici (nel 2017 erano circa 1,3): 28,4 chilogrammi l’anno per ogni italiano (32 al Nord, 24 al Sud). E il 95% sono imballaggi. Di tutte queste tonnellate, solo il 47,2% è stato riciclato;

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4%       L’aumento dei consumi di plastica seconda vita in Italia nel 2022. Secondo lo studio commissionato da IPPR a Plastic Consult sull’utilizzo di plastiche riciclate, i volumi di plastiche riciclate trasformate in Italia sono cresciuti di circa 50.000 tonnellate (+4%), raggiungendo i 1,3 milioni di tonnellate. Quanto alla provenienza di questa plastica, per il 71% si è trattato di post-consumo, per il restante 29% pre-consumo (sfrido industriale).

 

33%     La quota di polietilene sul totale della plastica riciclata impiegata in Italia nel 2022. Se osserviamo la distribuzione dei riciclati per tipo di plastica (famiglia polimerica), il polietilene fa la parte del leone con il 33% tra alta e bassa densità, usato ad esempio per i flaconi dei detersivi o per gli alimenti, o anche per film e pellicole da cui derivano anche sacchetti e buste. Segue il polipropilene con il 26%, in leggero decremento (-1%). “Nel complesso, quindi, le poliolefine rappresentano quasi il 60% del totale”, leggiamo. Il PET vale circa il 17% (in leggero calo, -1,3%), mentre PVC e polistirene (rigido ed espanso) raggiungono entrambi il 6% del totale, in calo del -1,2% il primo, in aumento del +9% circa il secondo. Si segnala, inoltre, un incremento dei misti poliolefinici (+12,8%) che ammontano complessivamente al 12% del consumo totale.

35%     La quota del totale della plastica riciclata usata nella filiera nazionale degli imballaggi: si tratta del principale impiego dei materiali plastici seconda vita. In termini assoluti, il settore del packaging è il mercato prevalente dei riciclati, con il 35% del totale. Seguono poi l’edilizia con il 26%, poi igiene e arredo urbano (13%) e casalinghi, mobile e arredamento (10%). Agricoltura, tessile e articoli tecnici valgono, ognuno, tra il 3 e il 4%.

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20%     La quantità di materia riciclata che mediamente entra nei prodotti nuovi. Nel complesso, spiegano IPPR e Plastic Consult, poco più del 20% di riciclato entra nei prodotti rispetto al materiale vergine.  Considerando tutte le restrizioni normative e i limiti tecnici, “il potenziale medio teorico sarebbe del 30%”, si legge: il margine di miglioramento vale, secondo i calcoli di IPPR e Plastic Consult, un altro 10%. Ovviamente si tratta di un dato medio che nasconde mote differenze tra i diversi polimeri: il margine va dal 28% del PET (grazie soprattutto a bottiglie e imballaggi) al 12% del PVC, con quote intorno al 20% per le poliolefine.

A remare contro l’aumento della quota di riciclato sarebbero “il possibile ulteriore rinvio o la cancellazione della plastics tax nazionale, come pure una contrazione della domanda di rigenerati a livello europeo e – soprattutto – il declino delle quotazioni delle plastiche vergini, già tornate in molti casi ai minimi del 2020; una dinamica che si scontra con la rigidità dei prezzi dei riciclati, caratterizzati da costi fissi incomprimibili sotto una certa soglia, pur in un contesto di progressivo rientro dei costi energetici. Vanno aggiunti anche a questo quadro, la ridotta disponibilità di pre-consumo, a prezzi più alti e, nel medio periodo, una disponibilità insufficiente anche di post-consumo a causa della forte domanda”.

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