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domenica, Giugno 13, 2021

Il riciclo che non ti aspetti: quello dei rifiuti dello spazzamento stradale

Non tutti i Comuni lo fanno (non sono tenuti a farlo) ma abbiamo tecnologie e impianti per recuperare inerti per l’edilizia, materiale organico per farne compost, e poi metalli. Breve viaggio nelle materie prime “trovate per strada”

Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

Tra le diverse tipologie di rifiuti che diventano nuova materia prima, una delle più ‘inattese’ è forse il frutto della pulizia delle strade: le terre di spazzamento. Se ormai il riciclo degli imballaggi è esperienza quotidiana, se non ci stupisce più indossare un paio di scarpe o un pile realizzati con il PET delle bottiglie, il recupero dei rifiuti lungo le strade (si chiamano appunto “terre di spazzamento”, e in questo caso “recupero” è più appropriato di “riciclo”, visto che non prevede particolari processi di trasformazione industriale) può lasciare sorpresi. Con la piacevole sensazione – del tutto personale di chi scrive, ovviamente – che se si possono recuperare sassolini, fanghi e foglie raccolti lungo le vie forse gli obiettivi della transizione ecologica e dell’economia circolare sono veramente alla nostra portata. Cerchiamo di scoprire qualcosa in più sui rifiuti di spazzamento e sulle materie prime “trovare per strada”.

Quante terre di spazzamento recuperiamo

Cominciamo col sottolineare che i rifiuti da spazzamento stradale raccolti dalle autospazzatrici contribuiscono alla raccolta differenziata dei rifiuti urbani, ma solo quando sono avviati a recupero: spazzare e portare in discarica, insomma, ovviamente non conta ai fini della differenziata.

Ispra (Rapporto rifiuti Urbani 2020) calcola che nel nostro Paese nel 2019 sono state avviate a recupero 451 mila tonnellate di terre di spazzamento. Il 2,4% del totale della raccolta differenziata dei rifiuti urbani.

Abissale la differenza tra le diverse macroregioni: il Nord recupera 288.000 tonnellate, il Centro 95.800, il Sud 63.700. Una valutazione procapite mostra sempre il Nord in vantaggio, con oltre 10 kg/abitante/anno, 8 il Centro e solo 3 il Sud.

Il recupero delle terre di spazzamento è raddoppiato in meno di cinque anni, passando dalle 215 mila tonnellate del 2016 alle 451 mila del 2019 (+109%).

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Quante ne se ne potrebbero recuperare

In realtà “lo spazzamento stradale non è un obbligo previsto per legge, ma è lasciato al buon cuore delle municipalità”, sottolinea Francesco Di Maria, docente di Tecnica di tutela dell’ambiente all’università di Perugia. Quindi non tutti i Comuni si attivano per avviarlo. E non tutti quelli che lo fanno recuperano i materiali raccolti, preferendo portarli in discarica addirittura senza il necessario e obbligatorio pretrattamento (contengono infatti materiale organico putrescibile).

Per questo Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e FISE UNICIRCULAR nell’Italia del riciclo 2020 stimano una produzione di rifiuti da spazzamento stradale pari a circa 1,3 milioni di tonnellate all’anno, e pare senza dubbio – anche solo soppesando le differenze tra Nord e Sud – una stima largamente prudenziale: “È evidente – scrivono i ricercatori della Fondazione per lo sviluppo sostenibile – che la mancata separazione dei rifiuti da spazzamento stradale dai rifiuti urbani indifferenziati, pratica ancora diffusa sul territorio nazionale, determina una sottostima della quantità prodotta”.

Questa sottostima non è solo un problema statistico: la principale conseguenza della sottovalutazione del mercato sono i mancati investimenti per l’adozione di corrette tecnologie di trattamento.

La popolazione effettivamente servita, poi, sarebbe “in un range che va da circa un terzo a circa un quarto del totale nazionale”.

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Gli impianti di recupero dei rifiuti di spazzamento

In Italia sono oggi attivi 17 impianti dedicati al trattamento dei rifiuti da spazzamento stradale. 12 sono al Nord, 3 al Centro e 2 al Sud: la solita Italia a due velocità. La capacità autorizzata di questi impianti, spiega “L’Italia del riciclo”, i varia da un minimo di 10.000 tonnellate l’anno ad un massimo di 63.000, con una media per impianto di circa 30.000.

Sono sufficienti 17 impianti in Italia? “La sostenibilità economica di un impianto di trattamento per i rifiuti da spazzamento – spiega Di Maria – è attorno alle 40 mila tonnellate anno, non sotto. Considerato che ad esempio oggi in Umbria siamo attorno alle 15 mila tonnellate raccolte, molto poco in effetti, diventa difficile fare impianti se non c’è sufficiente materia per farlo lavorare in attivo”. Anche perché parliamo di un materiale “povero” che, per stare sul mercato, deve essere utilizzato non lontano da dove viene “prodotto”.

“Trattamento a umido”: l’acqua come vettore

Gli impianti più efficienti utilizzano il “trattamento a umido”: “Si usa l’acqua come vettore per separare le varie frazioni in base al peso specifico e contestualmente per togliere i contaminanti dalla materia solida e trasferirla nell’acqua, che poi viene depurata per essere riutilizzata e per il 90% torna in circolo”, spiega Ezio Esposito, presidente del Gruppo Esposito – progettazione, costruzione e gestione di impianti per il trattamento di rifiuti da spazzamento stradale, 9 siti realizzati in Italia (A2A, Falk Nenewables, Iren) e 4 in via di realizzazione – e presidente Assorem, che associa appunto le imprese impegnate nel recupero e riciclo di materiali provenienti dallo spazzamento delle strade. Gli impianti di trattamento a umido sono in grado di recuperare mediamente oltre il 70% delle terre di spazzamento, con valori anche superiori al 90% in alcuni impianti.

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I materiali recuperati: inerti, fanghi, rifiuti organici

La maggior parte del materiale recuperato è costituito da inerti. Stando ai dati del Gruppo Esposito, il 61% del totale dei rifiuti diventa sabbia, ghiaia e ghiaia fine: materiali certificati CE, conformi con il test di cessione degli inquinanti e con le norme tecniche UNI, che tornano sul mercato come materie prime da utilizzare per la produzione di calcestruzzo, malte, prefabbricati e asfalto (quest’ultimo assorbe circa il 70% degli inerti ottenuti). Il 14% è invece composto da fanghi disidratati recuperabili in fornaci o cementifici. I fiuti organici, principalmente foglie, costituiscono il 10% delle terre di spazzamento e vengono avviati a compostaggio o al recupero di energia. Un altro 14 è costituito rifiuti misti, smaltiti in discarica o inceneriti. Mentre circa lo 0,1% è costituito da materiali ferrosi a recupero in impianti metallurgici.

“Offriamo inerte recuperato e lavato di altissima qualità, a differenza degli altri inerti recuperati”, spiega Esposito. Proprio la maggiore qualità rispetto agli altri inerti da recupero garantisce ai materiali ottenuti dai rifiuti di spazzamento un mercato, legato principalmente ai Criteri ambientali minimi (CAM) che impongono una quota di inerte “seconda vita”: “Trovare materiale di recupero che abbia qualità come le nostre è difficile. E sul mercato ci posizioniamo con costi più o meno simili a quelli dei materiai di cava”, aggiunge il presidente di Assorem. Per questo, “dal 2004, anno di avvio del primo impianto sul territorio Nazionale, gli inerti recuperati hanno da sempre trovato collocazione sul mercato, proprio grazie alla qualità dei prodotti ottenuti, condizione indispensabile per una effettiva chiusura del cerchio”

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End of waste per le terre di spazzamento

Un decreto end of waste (EoW) per le terre di spazzamento è in dirittura d’arrivo. “Dovrebbe essere di prossima emanazione – spiega Esposito – sono diversi anni che lo aspettiamo. La bozza è pronta, il Consiglio di Stato ha dato il suo ok e anche l’Europa. Sicuramente fornirebbe regole chiare e certe in base alle quali chi deve autorizzare nuovi impianti avrà un percorso più semplice e univoco”. ASSOREM, inoltre, sulla base delle esperienze degli associati, preme perché si adottino criteri EoW specifici anche per la frazione organica. Anche, se, riflette Di Maria l’end of waste “è uno strumento molto importante ma non sempre risolutivo. Molti EoW sono stati approvati ma sono difficilmente praticabili perché molto complessi”. E poi “Il riciclo lo fa il mercato. L’EoW ha senso se esiste una filiera economica che consente di beneficiarne”.

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