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martedì, Settembre 21, 2021

Copertoni per cinture e caffè per funghi. Storie di simbiosi industriale

Lo scarto di qualcuno potrebbe essere materia prima per un altro: alla base di questo principio si muove la simbiosi industriale, che sempre più aziende italiane stanno imparando ad applicare. Vi raccontiamo due esperienze torinesi: Circular Farm e Cingomma

Sara Dellabella
Giornalista freelance. Attualmente collabora con Agi e scrive di politica ed economia per L'Espresso. In passato, è stata collaboratrice di Panorama.it e Il Fatto quotidiano. È autrice dell'ebook “L'altra faccia della Calabria, viaggio nelle navi dei veleni” (edizioni Quintadicopertina) che ha vinto il premio Piersanti Mattarella nel 2015; nel 2018 è co-autrice insieme a Romana Ranucci del saggio "Fake Republic, la satira politica ai tempi di Twitter" (edizione Ponte Sisto).

Quello che per te è scarto, per me potrebbe essere materia prima utile alle mie produzioni. Come abbiamo già raccontato, sono molte le aziende che stanno attivando scambi in un’ottica circolare. Dalla moda, all’agricoltura, alla cosmesi sono molte le interconnessioni che si stanno sviluppando sul territorio generando nuovo valore. Andiamo a vedere alcuni esempi concreti, tratti dall’Atlante Italiano di Economia Circolare, la piattaforma web in continuo aggiornamento che raccoglie, attraverso una mappa interattiva, le esperienze italiane che operano nel campo dell’economia circolare, al fine di renderle note e fruibili gratuitamente ai cittadini e di promuovere la collaborazione e la costruzione di filiere circolari. A ogni punto sulla mappa corrisponde una scheda che riassume storia e caratteristiche delle singole realtà.

Le esperienze che raccontiamo qui sono nate dalla collaborazione, così come auspicato in ogni processo di simbiosi industriale, che a sua volta in alcuni casi è stata incentivata proprio dall’Atlante grazie alla mappatura. In quello che è diventato un duplice vantaggio: dal 2017 a oggi, infatti, l’Atlante ha visto nascere realtà e sinergie tra esperienze che si scambiano competenze e/o sottoprodotti e, allo stesso tempo, quando queste collaborazioni esistevano già tra gli scambi di informazioni c’era anche la segnalazione dell’Atlante.

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Dalla moka ai funghi

È molto probabile che chi berrà un caffè in uno dei tanti bar di Scandicci, finisca per alimentare i funghi della Circular Farm di Antonio Di Giovanni che gestisce una fattoria urbana. Ogni giorno la sua azienda raccoglie dai bar della zona 70 chili di fondi al giorno che diventano la terra su cui crescono circa 800 chili di funghi ogni mese.

“Un giorno ho presentato questa idea in una giornata dedicata alla sostenibilità e ad ascoltare, quel giorno, c’era un imprenditore giapponese che decise di finanziare il nostro progetto con 3 mila euro e abbiamo cominciato questa avventura. Possono sembrare tanti, ma quando parti da zero finiscono subito – ci racconta Di Giovanni – Oggi il modello è cresciuto, non facciamo più solo funghi. È diventato più complesso, con lo scarto dei funghi facciamo il termocompostaggio da cui si ottiene l’humus di lombrico, che viene impiegato come ammendante per l’orto sinergico. I lombrichi vengono poi integrati nel circuito acquaponico: l’acqua concimata con gli scarti organici dei pesci costituisce un fertilizzante naturali impiegabili nella coltivazione di ortaggi con il metodo idroponico (coltivazione fuori suolo)”.

Così il semplice scarto del fondo del caffè diventa fertilizzante per i funghi, i cui scarti delle lavorazioni continuano a vivere in altre produzioni. Talmente semplice l’idea che Circular Farm vende dei kit per coltivare a casa i funghi utilizzando i fondi della moka. E a proposito della collaborazione tra imprese, incentivata dall’Atlante, vale la pena fa rnotare che la Circular Farm ha integrato la lombricoltura grazie alla collaborazione con il Centro di Lombricoltura Toscano, altra realtà mappata qui.

A muoversi sulla stessa ottica è anche Sfridoo che mette in connessione le aziende in un’ottica di simbiosi industriale. I ragazzi di Sfridoo studiano ogni singola azienda, cercando di capire chi potrebbe essere interessato allo scarto di produzione per fare nuovo business, utilizzando un particolare database.

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Dalla strada alla vita, la seconda possibilità di un copertone

Nasce per caso, guardando lo strano hobby di un amico, Cingomma. “Avevamo un amico che si dilettava a produrre cinture per sé utilizzando i copertoni delle biciclette, così abbiamo deciso di intraprendere questo progetto – racconta Ivan Sartorio, responsabile comunicazione e marketing dell’azienda – Il tema però era reperire materia prima, dovevamo recuperare i copertoni vecchi e chi meglio delle ciclofficine poteva aiutarci? Hanno tanti utenti, ma anche un problema di smaltimento”. Tra le realtà con cui è nata una proficua collaborazione c’è Cicloffina Centrale, anche questa raccontata dalle pagine dell’Atlante.

Perciò quello che per le officine si tramuterebbe in un costo di smaltimento rifiuti per questa realtà di Torino è materia prima da recuperare. Il primo passo è stato quello di costruire una rete sul territorio nazionale e avere una serie di fornitori che in cambio del ritiro gratuito forniscono ogni anno circa 25mila copertoni pronti a essere trasformati. Le cinture prodotte ogni anno sono circa 18mila, “tutti pezzi unici perché ogni ruota è usurata in maniera diversa. Sono pezzi che numeriamo in maniera negativa per raccontare quanti pezzi abbiamo sottratto alla discarica”.

Cingomma realizza diversi modelli di borse e portafogli per i quali vengono utilizzate le camere d’aria e i cartelloni pubblicitari che non servono più. “Anche per la raccolta dei cartelloni abbiamo un network di collaborazioni, anche perché un cartellone una volta dismesso è praticamente nuovo, quindi una volta sanificato può essere rimesso in circolo” racconta ancora Sartorio, mentre illustra i prodotti della sua azienda. “Infine facciamo anche un particolare tipo di scarpe, le Friulane, ma non ci siamo inventati nulla. Le produciamo con materiali di riutilizzo (velluti, jeans, prodotti di stock che non sono in commercio) e una parte delle suole le facciamo con i copertoni delle biciclette”. Alla fine della chiacchierata ammette che forse comprare i materiali nuovi per fare le cinture costerebbe uguale, ma “così c’è più gusto!”.

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