venerdì, Febbraio 26, 2021

“Supportare le piccole e medie imprese, coinvolgendo i territori”: le proposte di Enea sul Pnrr

L'ente pubblico di ricerca avanza osservazioni e suggerimenti sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Nell'intervento di Roberto Morabito viene chiesto di "incrementare sensibilmente le risorse allocate alla linea di intervento sull’economia circolare", oltre alla costituzione di un hub tecnologico

Roberto Morabito
Roberto Morabito
Dottore di Ricerca in Chimica e Direttore del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’ENEA. È stato partner e/o coordinatore di progetti di ricerca, nazionali e internazionali, nel campo della Chimica e delle Tecnologie Ambientali, docente a contratto in diverse università, membro di comitati di esperti e di referee panel di riviste scientifiche. Autore o co-autore di oltre 150 pubblicazioni scientifiche. È stato membro del Consiglio Nazionale della Green Economy in qualità di Coordinatore di GdL su Eco-innovazione ed Economia Circolare ed è Presidente della Piattaforma italiana di “stakeholders” dell’Economia Circolare (ICESP).

ENEA, come tanti altri soggetti coinvolti, ha fornito una serie di contributi, sotto forma di spunti e idee progettuali, lungo il percorso di costruzione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nei settori della transizione energetica e dell’economia circolare.

Prima di entrare nel merito dei contributi forniti sulla transizione circolare, è opportuno sottolineare che, per essere un Piano centrato sulla transizione ecologica, ci sembra che siano stati troppo poco significativi gli interventi destinati al capitale naturale. È quella forma di capitale spesso trascurata, forse perché invisibile, ma essenziale perché garantisce che tutto il resto dell’apparato sociale e produttivo funzioni correttamente.

Per evitare di disperdere future risorse nel riparare i danni degli eventi estremi, dobbiamo accrescere la capacità di prevenirne gli effetti aumentando la resilienza complessiva del sistema Paese. In questo Piano, secondo noi, si è sottovalutato il grande ritorno che investimenti significativi sulla protezione, recupero e valorizzazione di questo capitale potrebbero portare certamente alla resilienza ma anche alla ripresa del nostro Paese.

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Buone le descrizioni, meno le modalità

Entrando nel merito dell’economia circolare, nella parte generale, cioè quella descrittiva, il PNRR interpreta bene le indicazioni dell’Unione europea. Ma se andiamo a vedere come queste enunciazioni vengono declinate in azioni, dobbiamo purtroppo registrare poco coraggio e visione strategica sulla sfida che ci attende e sugli sforzi messi in campo.

Alcune brevissime considerazioni:

  • soltanto il 2% delle risorse economiche del Piano sono destinate alla linea di intervento che si richiama direttamente all’economia circolare. Riteniamo che sia una percentuale assolutamente poco significativa e non adeguata a quello che dovrebbe rappresentare un pilastro fondamentale del futuro assetto produttivo italiano, rendendolo innovativo, competitivo, sostenibile;
  • il titolo della linea di intervento mette insieme economia circolare e ciclo dei rifiuti, dando però un’idea fuorviante di quel che realmente è l’economia circolare. Se ne ricava l’impressione che l’associamo esclusivamente ai rifiuti, piuttosto che all’intera catena del valore, perché non sapremmo come altro declinarla, mentre invece lo sappiamo e molto bene;
  • condividiamo l’esigenza di destinare un’ampia parte dei fondi all’impiantistica. Uno dei problemi principali è certamente la mancanza di impianti, ma bisogna fare attenzione alla tipologia di quelli che servono, come nuovi o da ammodernare. Noi riteniamo che debbano essere soprattutto indirizzati alla valorizzazione della materia, prioritaria rispetto alla valorizzazione energetica, e puntando sull’impiantistica come fattore abilitante per la reimmissione dei rifiuti nella catena del valore o in nuove filiere produttive. Riteniamo in questo senso importante puntare su impianti destinati al recupero di materie prime critiche, che sono indispensabili alla nostra industria hi tech: dal settore dell’aerospazio a quello della salute fino alla stessa transizione energetica. Va ricordato infatti che due pilastri della transizione energetica, vale a dire il settore delle rinnovabili e il settore della mobilità elettrica, dipendono direttamente dalla disponibilità di materie prime critiche, di cui non abbiamo produzione primaria nel nostro Paese e di cui dipendiamo totalmente dall’approvvigionamento estero. Sappiamo che l’Europa sta puntando fortemente sull’approvvigionamento secondario da recupero e riciclo, sarebbe veramente miope rimanere indietro;
  • anche sulle altre due linee progettuali persistono i dubbi su come verranno attuate. Come esempio possiamo citare il “fondo progetto economia circolare”. Chi sosterrà? Solo le grandi imprese o anche le piccole e medie imprese? Sappiamo che la grande impresa è centrale in questa fase di transizione ecologica, ma allo stesso tempo sappiamo che il nostro modello produttivo è costituito principalmente da piccole e medie imprese. Nel nostro caso, per avere un effetto leva, sarebbe opportuno fornire contributi diretti soprattutto a queste ultime. Su quali settori poi verrà indirizzato il fondo? Ci sono alcuni ambiti, come quello dei biocarburanti o del waste-to-fuel, che sono certamente cruciali e auspicabili ma riteniamo che siano da declinare nell’ambito della transizione energetica e non dell’economia circolare, liberando le poche risorse disponibili su questa componente per interventi direttamente legati alla transizione circolare delle nostre piccole e medie imprese;
  • riteniamo che ulteriori sforzi debbano essere destinati alla governance. Nel PNRR viene giustamente ribadito che il Paese deve dotarsi, nel più breve tempo possibile, di una strategia nazionale sull’economia circolare. Però di fatto il PNRR non prevede gambe e strumenti sui quali far marciare questa strategia. Pensiamo ad esempio a un piano nazionale sull’economia circolare, che preveda l’utilizzo di strutture e competenze già esistenti (come avevamo suggerito) presso Enea e presso Ispra. Lo scopo è fornire supporto alle amministrazioni locali e soprattutto alle piccole e medie imprese e ai cittadini. Solo così si può garantire il coinvolgimento e la partecipazione territoriale in merito ai nuovi impianti di economia circolare che dovranno essere creati;
  • andrebbe ripresa poi un’altra proposta, che avanziamo già da tempo, ovvero quella di un hub tecnologico nazionale per l’economia circolare, a diretto supporto del sistema produttivo. Le varie sedi andrebbero dislocate presso i centri Enea, con la realizzazione di una grande rete di piattaforme tecnologiche territoriali, finalizzate, tra l’altro, allo sviluppo certamente di tecnologie e processi ma anche alla simbiosi industriale e all’ecodesign;
  • infine sarebbero necessari interventi a supporto della transizione circolare dei nostri territori. Anche qui avevamo prodotto contributi relativi ad esempio alla riqualificazione dell’area di Taranto, in un’ottica ovviamente sostenibile, ma anche ai porti del futuro e alle comunità circolari del mare, per avere un Mediterraneo sostenibile. Deve essere chiaro che la sfida della transizione, sia quella energetica che quella circolare, si giocherà a livello globale ma in particolare nelle città e nelle aree costiere: in questo processo il nostro Paese è strategico e anche paradigmatico, sia per l’estensione della fascia costiera sia per il posizionamento nel cuore del Mediterraneo.

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In conclusione noi di Enea riteniamo opportuno incrementare sensibilmente le risorse allocate alla linea di intervento sull’economia circolare: aumentando certamente la quota destinata all’impiantistica, investendo direttamente sulle piccole e medie imprese e puntando su questo effetto leva, destinando investimenti sulla strategia nazionale per l’economia circolare (non basta solo enunciarla) e investendo su progetti emblematici a supporto delle imprese e dei territori. Altrimenti la transizione rischia di restare un annuncio.

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