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sabato, Aprile 20, 2024

Tassare i grandi patrimoni per finanziare la transizione ecologica, la proposta arriva all’Ue

La Commissione ha validato l'iniziativa presentata dalla rete "tax the rich" che mette insieme economisti, miliardari e ong. Ora bisognerà raccogliere, in sei mesi, almeno un milione di firme in sette Stati membri. "L'1% più ricco del pianeta emette anche più emissioni di CO2 rispetto alla metà più povera del pianeta"

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Chi finanzia la transizione ecologica e sociale? È probabilmente uno dei quesiti più importanti e angoscianti del nostro tempo. Semplicemente perché da ciò dipende, in fondo, la sopravvivenza del genere umano sul pianeta. E dunque: chi finanzia la transizione? Le imprese fossili, che hanno la maggiore responsabilità sull’attuale crisi climatica? O gli Stati che devono comunque affrontare le sue conseguenze? Già, ma quali Stati? Quelli più ricchi, a cui si devono le quantità più elevate di emissioni di gas serra? E a quale periodo storico bisogna guardare? L’attuale (e dunque ad esempio prendersela maggiormente con la Cina e l’India) o allargare lo sguardo al passato (e dunque Stati Uniti e Unione europea in primis)?

Come vedete, dalla domanda iniziale, tutt’altro che semplice, ne sono scaturite di diverse. Con ciascuna possibile risposta che apre distese di fronti tuttora irrisolti. A provare a dare una risposta ci pensa una proposta che è stata appena registrata dalla Commissione europea. Il titolo dell’iniziativa è netto:“Taxing great wealth to finance the environmental and social transition” (Tassare i grandi patrimoni per finanziare la transizione ecologica e sociale). Si invita dunque l’istituzione Ue a creare un’imposta, che sia valida e obbligatoria per i 27 Stati membri dell’Unione, da applicare ai grandi patrimoni in modo da contribuire alla lotta contro i cambiamenti climatici e alle disuguaglianze in tutta l’UE, per fare in modo che ci possa essere un contributo equo per il conseguimento di tali obiettivi.

“La decisione di registrazione è di natura giuridica  – si legge sul sito della Commissione – e non pregiudica le conclusioni giuridiche e politiche finali della Commissione sull’iniziativa, né l’eventuale azione che andrà a intraprendere se l’iniziativa otterrà il sostegno necessario. Poiché l’iniziativa dei cittadini europei soddisfa le condizioni formali stabilite nella legislazione pertinente, la Commissione la ritiene giuridicamente ammissibile, pur non avendola ancora analizzata nel merito”.

Leggi anche: Ridurre le emissioni dei ricchi per contrastare la crisi climatica. Lo studio su Science Direct

La campagna Tax the rich

Se non dovesse ancora apparire chiaro il focus dell’iniziativa appena registrata dalla Commissione europea, cioè “tassare i grandi patrimoni per finanziare la transizione ecologica e sociale”, è ancora più netto il sito creato per l’occasione, che si intitola semplicemente “tax the rich” (tassa i ricchi). L’iniziativa è trasversale, come si nota dall’elenco delle proponenti e dei proponenti: si va dal noto economista Thomas Pinketty alla miliardaria Marlene Engelhorn a ong come Oxfam, che storicamente denuncia le ineguaglianze planetarie.

In particolare la storia e l’esempio di Marlene Engelhorn, nota anche in Italia per aver recentemente rinunciato a quattro miliardi di euro di eredità, è significativa: l’ereditiera del colosso chimico Basf, classe 1992, da anni si batte per una più equa tassazione e insieme ad altri 49 eredi di immensi patrimoni ha fondato il movimento AG Steuersrechtigkeit, più noto come Tax Me Now. Una sensibilità che in Italia, però, fa ancora fatica ad attecchire e che, soprattutto, lascia il campo alla presunta buona volontà di chi, in realtà, continua a prosperare proprio su un sistema che ha portato all’attuale crisi climatica. Ecco perché, secondo le autrici e gli autori della proposta, serve un intervento legislativo.

“Da più di un decennio – si legge nel testo della proposta – l’Unione Europea si trova di fronte a un moltiplicarsi di crisi: economiche, sociali, sanitarie, geopolitiche, ambientali, ecc. Queste crisi sono il sintomo del fallimento delle politiche economiche, fiscali e sociali condotte dai governi nazionali e dall’Unione Europea, che hanno indebolito i sistemi sanitari, i servizi pubblici, la tutela dell’ambiente, la lotta alla povertà e all’esclusione sociale, ecc. Mentre l’obiettivo dell’Unione è promuovere il benessere dei suoi popoli, combattere l’esclusione sociale, garantire la giustizia e la protezione sociale (articolo 3 TUE) e le sue istituzioni sono impegnate a garantire una maggiore equità, in particolare fiscale, le disuguaglianze hanno continuato ad aumentare, al punto che oggi l’1% più ricco del pianeta possiede quasi la metà della ricchezza mondiale e che questo stesso 1% emette anche più emissioni di CO2 rispetto alla metà più povera del pianeta”.

Il portale, consultabile in francese e in inglese, aggiorna constantemente sui risultati di un’iniziativa che mira a cambiare la legislazione europea, indicando anche i provvedimenti su cui intervenire. “Invitiamo pertanto la Commissione Europea a presentare proposte di regolamento per rafforzare il Facility and Resilience Fund (RRF), i fondi legati al Green Deal e alla politica di coesione. In particolare, ciò comporterà la modifica dei regolamenti di base di questi fondi, vale a dire rispettivamente i regolamenti 2021/1056 e 2021/241, e il ricorso alla politica di coesione (articolo 175, 3 TFUE). Eventualmente, altre basi giuridiche potrebbero essere mobilitate a tal fine, come le disposizioni in materia di ambiente (articolo 192, paragrafo 1, TFUE), occupazione e politica sociale (articoli 149 e 153 TFUE) e cooperazione allo sviluppo (articolo 209 TFUE)”.

Leggi anche: È davvero possibile abolire i jet dei ricchi? “Dopo la denuncia lavoriamo alle proposte”

Le prossime tappe

Che il modello di sviluppo attuale, basato sullo sfruttamento di risorse e di persone, sia insostenibile sotto ogni punto di vista se ne sono recentemente accorti persino al recente forum di Davos (gennaio 2023) che si è aperto con un rapporto di Oxfam che mette sul banco degli imputati le grandi ricchezze e i grandi patrimoni. Dal World Economic Forum, uno dei simboli più evidenti del capitalismo occidentalista,  si è voluto dare dunque un segnale di attenzione. Che però non basta, se si pensa alla recente analisi di Oxfam e ActionAid: passando in rassegna i bilanci delle aziende della classifica “Global 2000” di Forbes, le due ong hanno appurato che negli ultimi due anni 722 tra le più grandi imprese del mondo hanno realizzato quasi 1.000 miliardi di dollari di extraprofitti.

Insomma: la transizione ecologica e sociale è, ancora una volta, appannaggio dell’1% della popolazione, a scapito del 99%. Diventa dunque interessante seguire il percorso della proposta avanzata da Tax the rich, soprattutto perché da tempo l’Unione europea, pur tra contraddizioni e passi indietro, ha scelto di porsi alla guida della transizione ecologica e sociale. Dall’11 luglio, giorno di registrazione dell’iniziativa in sede di Commissione europea, le organizzatrici e gli organizzatori avranno sei mesi di tempo per avviare la raccolta delle firme. Se entro un anno riusciranno a raccogliere un milione di firme in almeno sette Stati membri, la Commissione sarà tenuta a reagire e potrà decidere se dare o meno seguito alla richiesta, giustificando la decisione.

Lo strumento dell’iniziativa dei cittadini europei (ICE) è stato varato ad aprile 2012, dopo essere stato definito dal Trattato di Lisbona  come uno “strumento per dare modo ai cittadini di influire sul programma di lavoro della Commissione“. Dal varo dell’iniziativa  la Commissione ha ricevuto 127 richieste di registrazione, di cui 102 ammissibili e quindi registrate. Maggiori informazioni sull’ICE sono disponibili a questo link.

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