sabato, Maggio 28, 2022

Tassonomia, chi vince e chi perde nella scelta su gas e nucleare

Vincono la Francia e la Germania, perdono la Spagna, l'Austria, il Lussemburgo e la Danimarca. Con la Commissione europea che ne esce indebolita, mentre la Russia si rafforza pur essendo rimasta a guardare. E l'Italia, come al solito, sta nel mezzo

Tiziano Rugi
Giornalista, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri e dirige il quotidiano online "Il caffè di Baia Domizia". Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Ci sono vincitori e sconfitti nella decisione di Bruxelles, giunta al termine di mesi di incessanti trattative tra gli Stati membri e le lobby dei settori economici, di includere gas e nucleare tra le fonti di energia green della tassonomia. Come ormai è noto, si tratta dell’ambizioso (almeno nelle intenzioni) sistema di classificazione con cui la Commissione europea vuole creare un vocabolario comune per valutare quanto sia green o meno un’attività economica o un investimento.

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Gli sconfitti nell’Atto delegato complementare su gas e nucleare

Gli esperti e i tecnici (più in generale gli ambientalisti) sono le prime vittime di una trattativa politica durata mesi. I guai sono cominciati quando nel 2019 il Gruppo di esperti tecnici (Teg) incaricati dalla stessa Commissione europea di sviluppare i criteri di selezione della tassonomia individuò la soglia dei 100 gr di CO2 per kWh di elettricità prodotta dalle centrali elettriche a metano e si formò il primo “blocco del gas” che riteneva irrealistici questi criteri.

Alla fine la soglia è rimasta in tassonomia, ma con l’introduzione di una serie di “aggiustamenti” e concessioni che hanno indebolito l’impianto iniziale. Tanto da spingere gli stessi tecnici a dirsi “profondamente preoccupati dell’impatto ambientale che potrebbe derivarne” da tali criteri. Parole durissime sono arrivate anche dalle associazioni a difesa dell’ambiente, come Greenpeace: “L’inserimento di gas fossile e nucleare è una tentata rapina”.

Lo stesso è accaduto sul nucleare: il Tag aveva ritenuto che l’introduzione dell’energia nucleare in tassonomia avrebbe minato il principio Do not significant harm, che dovrebbe guidare qualsiasi decisione sull’argomento. In risposta, oltre alla formazione del “blocco dell’atomo” tra gli Stati membri, è arrivato un documento del Joint Research Center della Commissione europea in cui, di fatto, si negava qualsiasi pericolo ambientale e per la salute dell’energia nucleare rispetto ad altre fonti incluse in tassonomia, spianandone la strada per l’inclusione.

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Spagna, Austria, Lussemburgo e Danimarca

Sono le quattro nazioni che fino all’ultimo si sono opposte all’ingresso del nucleare e del gas fossile in tassonomia, per non snaturarne gli obiettivi iniziali. “Riteniamo il nuovo Atto delegato problematico sia da un punto di vista politico sia tecnico”, hanno scritto le quattro nazioni in una lettera inviata alla Commissione europea per mettere in guardia da un possibile “passo indietro” nel percorso verso la decarbonizzazione.

La Spagna, come ha riportato il Financial Times, aveva addirittura minacciato di adottare una tassonomia nazionale per la finanza sostenibile e non riconoscere lo standard europeo. Austria e Lussemburgo hanno annunciato il ricorso alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. L’ipotesi è che includere gas e nucleare in tassonomia sia in contraddizione con alcune norme dell’Unione europea, come gli accordi di Parigi e la Legge europea sul clima, che impongono la riduzione delle emissioni di CO2 del 55 per cento entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

Sicuramente le nazioni più “ortodosse” erano anche quelle con meno interessi energetici in quelle due fonti. La Danimarca è la nazione più avanzata nell’integrazione delle energie rinnovabili cosiddette variabili, con il 50 per del consumo lordo di elettricità fornito da eolico e solare nel 2020. L’Austria ha detto no al nucleare con un referendum nel 1978 e adesso intende rinunciare anche ai combustibili fossili per procurarsi l’elettricità.

Infine la Spagna, che ha avviato un ambizioso piano di investimento nel fotovoltaico e nell’eolico, con l’obiettivo di eliminare completamente la dipendenza dal carbone entro il 2030 e vorrebbe ridurre drasticamente l’utilizzo del gas, dopo i problemi di fornitura avuti a causa delle recenti tensioni tra Marocco e Algeria, nazione dalla quale arriva circa il 50 per cento del gas importato dalla Spagna.

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La Commissione europea

A uscire quantomeno “ammaccata” dalla sfiancante trattativa per la tassonomia è la Commissione europea stessa. Il voto finale ha reso evidente quanto sia stata travagliata l’adozione dell’Atto delegato complementare. La stessa Commissaria Ue per i servizi finanziari Mairead McGuinness ha ammesso: “L’Atto delegato complementare può essere imperfetto, ma è una soluzione reale che ci spinge ulteriormente verso l’obiettivo finale della neutralità dal carbonio”.

Una dichiarazione eloquente che descrive la condizione in cui si sono trovati i commissari europei, schiacciati tra le pressioni delle nazioni di appartenenza, che hanno voluto esercitare il loro ruolo di “sponsor politici” sul lavoro dei commissari, sebbene in principio non dovrebbe contare l’appartenenza nazionale, e la volontà di trovare un equilibrio tra posizioni differenti e non mandare a monte un documento che l’Unione europea ritiene cruciale per gli obiettivi del Green Deal.

È raro assistere a un voto della Commissione che non sia all’unanimità. Invece, nell’approvazione dell’Atto complementare, secondo fonti anonime riportate dai giornali, i commissari Johannes Hahn (Bilancio), Elisa Ferreira (Coesione e riforme) e Josep Borrell (Affari esteri) hanno votato contro la proposta. È da sottolineare che Borrell è il commissario spagnolo e Hahn il commissario austriaco.

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I vincitori nella trattativa per la tassonomia

Ribaltando la prospettiva e le considerazioni fatte i precedenza, una serie di nazioni escono vincitrici nella trattativa sulla tassonomia. Dietro la decisione finale della Commissione c’è stato una sorta di “accordo di scambio” tra il blocco delle nazioni a favore dell’energia nucleare e le nazioni a favore del gas come fonte di energia di transizione.

Col risultato di includerle entrambe nell’Atto delegato complementare definitivo.

La Francia e il “blocco dell’atomo”

In più occasioni si è parlato degli enormi interessi energetici ed economici della Francia rispetto all’energia nucleare, che occupa il 70 per cento del mix energetico nazionale e vale 3 miliardi di euro all’anno di esportazioni di energia elettrica. Se poi si aggiunge che il prossimo anno il presidente Emmanuel Macron correrà per la rielezione all’Eliseo, era chiaro che Parigi non sarebbe arretrata di un millimetro dalla posizione pro nucleare. E, infatti, ha salutato la decisione finale di Bruxelles definendo l’Atto delegato della Commissione europea “un buon testo”.

Oltre al lavoro quotidiano di lobbying, la Francia ha lavorato su più tavoli. Da un lato rinforzando l’asse con un gruppo di nazioni dell’Est Europa come Polonia, Repubblica Ceca e Bulgaria che intendono costruire nei prossimi anni nuovi impianti nucleari. Dall’altro con una serie di Paesi indifferenti all’energia nucleare, ma intenzionati a tutti i costi a far riconoscere il gas come energia di transizione da includere nella tassonomia senza norme iper-restrittive come quelli inizialmente indicate dal Teg.

La Germania e il “blocco del gas”

Vi fanno parte Bulgaria, Croazia, Cipro, Grecia, Slovacchia, Romania, Ungheria, Malta, Polonia e Repubblica Ceca.  Tutte possono esultare, poiché continueranno a utilizzare ampiamente il gas nel loro mix energetico come fonte di transizione, e potranno raccogliere soldi sul mercato per le loro centrali elettriche a gas con gli strumenti della finanza sostenibile e della tassonomia, che peraltro in futuro diventerà anche la norma di riferimento per i Green Bond nazionali.

A rendere possibile lo “scambio” con la Francia è stata l’altra grande nazione all’interno dell’Unione europea: la Germania. Berlino già venti anni fa aveva fatto marcia indietro sul nucleare e dopo la catastrofe di Fukushima, nel marzo del 2011 ha persino accelerato il processo, con l’obiettivo di abbandonare definitivamente l’atomo entro il 2022.

Il problema tedesco è che la Germania è anche il primo produttore europeo di carbone e senza questa fonte di energia, sebbene ci sia un consenso diffuso sulla necessità della transizione ecologica, il gas è visto come un sostituto in grado di attutire le ricadute economiche ed energetiche negative.

Così, nonostante le resistenze iniziali e la contrarietà al nucleare, alla fine la Germania non si è opposta con fermezza e si è tirata fuori dal dibattito sulla tassonomia con una dichiarazione di circostanza: “Consideriamo il nucleare una tecnologia pericolosa – ha detto il portavoce del cancelliere Olaf Scholz – ma per il momento il governo è d’accordo sul fatto che abbiamo bisogno del gas naturale come tecnologia di transizione”.

La Russia

Tra i vincitori c’è da nominare una nazione che è stata il “convitato di pietra” delle trattative sul gas: la Russia. A spiegarlo è Luca Bonaccorsi, direttore della Finanza sostenibile dell’associazione Transport&Environment e membro della piattaforma per la finanza sostenibile, il gruppo di esperti a sostegno della Commissione europea che ha sostituito il Teg.

La decisione, ha dichiarato Bonaccorsi, “non è solo sbagliata dal punto di vista ambientale. È anche un enorme favore a Vladimir Putin, soprattutto in un momento di profonda tensione internazionale. Permette infatti alla Russia di consolidare la propria morsa sulle forniture di gas, aumenta la nostra dipendenza da questo tipo di fonte energetica, danneggiando al tempo stesso il clima e le tasche dei cittadini europei”, conclude l’esperto.

Con un paradossale finale di partita, che sa di beffa all’Unione europea. La Russia, infatti, molto probabilmente escluderà il gas fossile dalla propria tassonomia, al pari di Cina e Corea del Sud. Approvando così una legislazione verde più avanzata rispetto a quella europea.

Italia vincitrice o sconfitta?

L’Italia è stata un’altra delle nazioni promotrici dello “scambio” tra energia nucleare e gas. Il governo Italiano non si è esposto sull’atomo perché si tratta di una fonte di energia bocciata da due referendum popolari, ma l’Italia è un importante hub di gas e l’Eni ha tutto l’interesse alla sua inclusione nella tassonomia come energia “pulita”. Inoltre per il suo mix energetico, l’Italia si affida principalmente al gas. Nel 2018, comunica il portale Statista, il gas ha rappresentato il 45 per cento della produzione elettrica nazionale.

C’è stato però un problema per Roma. Gli standard introdotti dalla Commissione europea erano troppo elevati per molte delle centrali elettriche a metano del nostro paese. Così l’Italia ha lavorato ai fianchi per ottenere un accordo al ribasso. In parte ottenendo concessioni e in parte non riuscendovi, visto che le proposte italiane erano ancora più esose.

Tanto che il commento alla tassonomia di GasNaturally, l’associazione di cui fanno parte Eni, Edison e Anigas, è sostanzialmente negativo perché “la soglia di 270g di emissioni dirette di CO2/kWh è ben al di sotto della soglia di 340g di CO2/kWh necessaria per includere il finanziamento degli investimenti anche delle centrali elettriche a gas naturale a ciclo combinato più efficienti”.

Dunque, molti impianti italiani di vecchia generazione resteranno tagliati fuori dalla tassonomia, rendendo più difficile il finanziamento attraverso i fondi privati. Ma è un problema delle centrali elettriche a gas italiane che non sono moderne, non certo della tassonomia.

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