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giovedì, Maggio 30, 2024

Tessile moda , Zero Waste Europe: “I prodotti circolari non bastano”

L'ultimo rapporto di ZWE, “Beyond Circular Fashion”: “Iniziative per la sostenibilità della moda e del tessile insufficienti. È necessario passare dai prodotti sostenibili ai modelli di business sostenibili”

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Redazione EconomiaCircolare.com

Quando si parla di moda e tessile la circolarità e la sostenibilità dei prodotti sono sulla bocca di tutti. Ma occuparsi dei prodotti dimenticando i modelli di business non è sufficiente a rendere sostenibile il settore. Finché l’obiettivo sarà produrre sempre di più, nemmeno con prodotti sostenibili riusciremo a restare nello “spazio operativo sicuro per l’umanità”, senza superare i limiti planetari imposti dalla finitezza del pianeta Terra. È questo il cuore del recente rapporto di Zero Waste Europe dedicato alla filiera tessile (Beyond Circular Fashion – a new business model for the fashion industry), secondo cui “gli approcci e le iniziative esistenti per rendere la moda equa e sostenibile, pur rappresentando un importante passo avanti, sono insufficienti per affrontare i modelli di business dannosi”.

Ha spiegato Theresa Morsen, responsabile delle politiche sui rifiuti di ZWE: “Con questo rapporto stiamo definendo una guida per le aziende che vogliono diventare veramente sostenibili, ponendo fine alla sovrapproduzione e al consumo per rispettare i confini del pianeta”.

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Qualche numero su tessile e moda

Non è una novità che ogni anno, milioni di tonnellate di vestiti vengono prodotti, indossati e gettati via. Secondo la Ellen MacArthur Foundation (A New Textiles Economy: Redesigning fashion’s future) ogni secondo, l’equivalente di un camion di vestiti viene bruciato o sepolto in discarica. La produzione tessile globale è quasi raddoppiata tra il 2000 e il 2015, mentre nello stesso periodo l’utilizzo – cioè il numero di volte che un capo di abbigliamento viene indossato prima di essere gettato – è diminuito del 36%. Secondo la European Environment Agency (EEA) (Textiles and the environment in a circular economy) il consumo di abbigliamento e calzature aumenterà del 63% entro il 2030, passando da 62 milioni di tonnellate a 102 milioni di tonnellate, nonostante il rallentamento del ritmo di crescita della popolazione mondiale.

Il valore attuale della produzione di moda è di 3.300 miliardi di dollari e nel 2018 ha prodotto circa 2,1 miliardi di tonnellate di emissioni di gas di gas serra (GHG)  – il 4% del totale globale – utilizzando circa 540.000 miliardi di litri d’acqua e 1,6 miliardi di tonnellate di materiali.

Oggi, globalmente, le percentuali di riciclaggio da tessuto a tessuto si aggirano intorno all’1%, e la maggior parte dei rifiuti finisce in discarica o negli inceneritori. La maggior parte del contenuto riciclato usato nei nostri vestiti oggi non proviene da rifiuti tessili, ma da rifiuti di imballaggio. Il poliestere riciclato arriva infatti per lo più da bottiglie di PET che, invece di essere riciclate in nuove bottiglie, diventano fibre. Un ottimo esempio di downcycling (quando il risultato finale ha meno valore del prodotto da cui deriva): “Il fatto è che stanno riciclando e interrompendo il ciclo di un materiale che potrebbe un materiale che potrebbe rimanere nel ciclo per molto più tempo prima di diventare un rifiuto. Di conseguenza, le aziende produttrici di soft-drink di bevande analcoliche faticano a raggiungere i propri obiettivi di contenuto riciclato”.

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Moda circolare, può bastare?

Nel report di ZWE vengono citati sia la Strategia Tessile dell’UE che le ricerche della Fondazione Ellen MacArthur, che “si concentrano sull’identificazione e la promozione di prodotti sostenibili senza rivolgersi al modello di business che è alla base del prodotto stesso”. In effetti, ricorda l’associazione, i più grandi marchi di abbigliamento hanno una linea di prodotti “consapevoli”, “realizzati con fibre riciclate” o con “cotone biologico”, ma questo non vuol dire che l’intero marchio sia sostenibile, mentre “la stragrande maggioranza del business continua con le pratiche insostenibili del fast fashion”. Inoltre “Le principali politiche prese in considerazione dalla Strategia Tessile dell’Unione Europea consistono nell’aumentare la raccolta differenziata dei rifiuti tessili, nel far pagare ai produttori la raccolta e il trattamento di questi rifiuti attraverso gli schemi EPR, nel ridurre il rilascio di microfibre e nello sviluppare il riciclaggio chimico per aumentare i livelli estremamente bassi di riciclaggio da fibra a fibra/ a ciclo chiuso e il contenuto riciclato di questo flusso di rifiuti. Tutte queste iniziative sono buone e benvenute – sottolinea Zero Waste Europe – ma insufficienti quando l’aumento della circolarità è ampiamente superato dall’aumento della produzione”.

Affrontare la questione della crescita

“Negli ultimi decenni – leggiamo nel report – l’uso di fibre sintetiche a basso costo ha alimentato l’attuale modello di business basato sulla sovrapproduzione, combinato con una limitata responsabilità per gli impatti ambientali negativi. Questa sovrapproduzione rappresenta il maggiore impatto ambientale del settore della moda, molto più dell’impatto della gestione del fine vita”. Il nostro magazine – che sul tessile ha pubblicato uno dei suoi Quaderni – ha già raccontato l’impatto della filiera e le iniziative per ridurlo. Iniziative positive, secondo ZWE, ma che trascurano il cuore del problema: “Gli strumenti legislativi considerati finora si concentrano sui prodotti e sui rifiuti, piuttosto che sui fattori sistemici o sui modelli di business. Dal momento che la sovrapproduzione è una caratteristica sistemica di un modello di business dipendente dalla crescita, le attuali misure legislative e l’ultima strategia tessile dell’UE lasciano il punto più significativo non affrontato”.

Questa dimenticanza potrebbe portare effetti paradossali: “Date le risorse aggiuntive che spesso sono necessarie per realizzare prodotti di qualità e duraturi, gli sforzi del settore per orientarsi verso una produzione sostenibile potrebbero paradossalmente portare a un maggiore impatto ambientale se il modello continua a basarsi sulla sovrapproduzione”.

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Obsolescenza programmata e percepita

Uno degli ingredienti per ridisegnare il modello di business verso la sostenibilità è, come sappiamo, il contrasto all’obsolescenza programmata: prodotti progettati per durare un tot e non oltre. Ma se di solito si intende l’obsolescenza del punto di vista tecnico (l’esempio di scuola è il cellulare perfettamente funzionante che siamo costretti a cambiare perché non supporta più gli aggiornamenti del software), ZWE inquadra il concetto anche dal punto di vista della percezione dei consumatori: “Un modello di business a rifiuti zero va ben oltre il design per la circolarità e comprende, come aspetto critico, la durata del design, in modo che l’indumento non passi mai di moda”. Non solo il capo deve resistere a tanti lavaggi e passare di mano numerose volte, ma dovrebbe essere progettato per non passare di moda: “L’obsolescenza percepita dovrebbe essere un obiettivo quanto l’obsolescenza programmata, in modo che gli articoli perfettamente funzionanti possano continuare a essere usati fino a quando durano a prescindere dalle mode”.

Le quattro regole per la sostenibilità del tessile

Nel suo studio, Zero Waste Europe propone 4 ingredienti da mettere sinergicamente in campo per la sostenibilità. “Attualmente non esiste una tabella di marcia per un’industria tessile tradizionale che si allontani dal fast fashion e passi a un modello di business sostenibile ed equo. Questo report è un tentativo di colmare questa lacuna”.

Per invertire la tendenza attuale e aprire la strada a modelli di business che rispettino pienamente l’economia circolare e i confini planetari, questi i quattro criteri essenziali identificati dall’associazione:

  1. Progettare per la durata fisica ed emotiva. L’industria della moda dovrebbe progettare capi che siano sia tecnicamente in grado di resistere a un uso intensivo e a molti cicli di lavaggio – durabilità fisica – sia in grado di vivere attraverso le tendenze e, quindi, di non passare di moda – durabilità emotiva – e di essere riciclabili alla fine della loro vita;
  2. Produzione guidata dalla domanda. Secondo alcune ricerche, tra il 10% e il 60% di tutto ciò che viene prodotto nella filiera non viene mai venduto o viene venduto a prezzi scontati; e tra il 20% e il 30% di ciò che viene venduto online viene restituito e raramente rimesso in vendita. “Per affrontare alla radice la causa della sovrapproduzione, è fondamentale passare da un modello orientato all’offerta a uno orientato alla domanda. Produrre su richiesta è un modo molto efficace per eliminare gli invenduti e modificare la struttura dei costi dell’azienda. Inoltre, consente una maggiore personalizzazione di stili e modelli in linea con i gusti dei consumatori”;
  3. Piena trasparenza della catena di fornitura e tracciabilità post-vendita. Un modello di business sostenibile è in grado di garantire la qualità e l’equità di tutti i suoi prodotti e servizi, e questo può essere ottenuto “solo se l’azienda conosce la provenienza dei componenti e il modo in cui sono stati prodotti, nonché il destino dei capi a valle e oltre”. Le catene di fornitura infinite, sottolinea il documento, “offuscano la responsabilità e rendono più difficile la trasparenza”. Catene di approvvigionamento più corte e locali ci permettono invece di collegare il consumatore al produttore e contribuiscono a creare un legame emotivo tra l’individuo e il produttore;
  4. Estensione della fase d’uso dopo la prima proprietà. Le aziende dovrebbero disporre di un “sistema di ritiro, riparazione, tintura, rimodellamento e/o riciclo dei propri abiti in modo che, quando il riutilizzo e la riparazione non sono più un’opzione, le fibre possano tornare al produttore”. Dovrebbero incoraggiare i meccanismi che consentono di riutilizzare più volte i propri capi, sia con iniziative proprie di riacquisto, raccolta e rivendita, sia sostenendo “librerie di vestiti, enti di beneficenza e qualsiasi altra opzione che dia ulteriore vita ai capi usati”.

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