sabato, Maggio 28, 2022

La tracciabilità dei rifiuti, paradigma di efficienza, trasparenza e responsabilità

Non esiste nessun modello di tracciabilità codificato e applicato e nemmeno un disciplinare tecnico condiviso da tutti. Si sta lavorando a una Prassi di Riferimento in ambito UNI ma la meta è ancora lontana. Eppure proprio la tracciabilità dovrebbe essere la premessa di ogni analisi e valutazione

Antonio Pergolizzi
PhD in Scienze Sociali, laurea in Scienze Politiche e master in Relazioni Internazionali. Analista ambientale, esperto di (eco)mafia e corruzione e in genere di Compliance e Public Affaires, è Advisory per Ref Ricerche e consulente di enti pubblici (tra cui il Commissario Straordinario per le bonifiche presso la Presidenza del Consiglio dei ministri) e privati. È membro dell’Osservatorio Antimafia della Regione Umbria, insegna e fa ricerca in diverse università e svolge docenze in numerosi master e percorsi formativi, sia accademici che professionali. Dal 2006 è tra i curatori del Rapporto Ecomafia di Legambiente

La mancanza di un sistema di tracciabilità dell’intero ciclo dei rifiuti, condiviso e accettato da tutti (o quasi tutti) gli operatori, è probabilmente il principale vulnus del sistema. La tracciabilità, infatti, dovrebbe essere – condizionale d’obbligo – la premessa di ogni analisi e valutazione delle scelte da compiere, sia sul fronte dei rifiuti urbani che degli speciali, garantendone trasparenza, efficienza e uno storytelling più fedele alla realtà. Nell’interesse della collettività e del capitale investito e, soprattutto, della verità, che soprattutto in questo caso è davvero rivoluzionaria (cit).

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Nessun sistema codificato per la tracciabilità dei rifiuti

Nella realtà, invece, non esiste nessun modello di tracciabilità codificato e applicato e nemmeno un disciplinare tecnico condiviso da tutti. Si sta lavorando a una Prassi di Riferimento in ambito UNI ma la meta è ancora lontana. Così, ciascuno fa per conto proprio, avendo quale unico obiettivo di rispondere agli standard minimi imposti dal Dlgs 152/2006 – Testo unico ambientale (TUA) e, soprattutto, a non incappare in scivoloni penali o amministrativi. Forse, per il grande salto di qualità dell’economia circolare servirebbe fare uno sforzo in tal senso. I limiti di questo vulnus si notano appena si prova a scendere nei dettagli per comprendere veramente cosa accade dei singoli flussi, perché dopo la raccolta, sicuramente il momento più monitorato, si apre una nebulosa in cui i dubbi sono giganti con un occhio solo e le certezze miserabili nani.

L’unico tentativo di livello ministeriale sul fronte della tracciabilità è stato un tonfo micidiale, che ha finito per interessare persino la procura di Napoli sulle procedure tutt’altro che trasparenti di affidamento dell’appalto, ma questa è un’altra storia. Alimentato quasi esclusivamente da una logica securitaria, in anni segnati dalle ricorrenti emergenze rifiuti in Campania, cioè di contrasto ai trafficanti di rifiuti, l’allora ministero dell’Ambiente (oggi MiTe) aveva puntato tutto su un sistema di rilevamento satellitare, il Sistri. Sistema che si è rivelato completamente fallimentare, fino alla sua definitiva abolizione (senza mai essere effettivamente entrato in vigore, se non per i produttori di rifiuti pericolosi), dopo un inutile esborso di denari a carico degli operatori, che ancora oggi maledicono quella scelta improvvida.

Al suo posto, attualmente il Mie sta lavorando su una sorta di Registro elettronico denominato Rentri, che non pare avrà grossi impatti sostanziali per gli operatori, sostituendo la carta con i bit, ossia spostando tutto sul digitale, senza cambiare nulla nella pratica. Perché il problema, verrebbe da aggiungere, non è lo strumento che si usa ma la procedura, che deve accompagnare e illuminare, lo ripetiamo ancora, l’intero processo di gestione, non solo una sua parte.

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Non lo strumento ma la procedura

Dell’importanza della tracciabilità ha scritto il Laboratorio Ref Ricerche nel position paper del n.161 (settembre 2020). E quanto detto in quella sede vale ancora di più oggi, varcata la soglia del 2022, con i bandi del Mite per finanziare i nuovi impianti di gestione ai nastri di partenza e con la selva di progetti e studi che si stanno affastellando all’ombra della transizione ecologica guidata dall’alto. Dentro questo fermento di idee e azioni nessun cenno, serio, è stato dato alla costruzione di sistemi effettivi di tracciabilità.

Semmai questo tema è usato in maniera spesso superficiale, demagogica, strumentale. In molti, anche in Parlamento, si affannano a farne un tema di mera compliance e di repressione, indicando come soluzioni percorribili il ricorso a strumentazione elettronica, software e intelligenze artificiali, oppure agli immancabili droni, occhi che dall’alto dovrebbero vedere quello che non siamo capaci di vedere dal basso perché avvolti nelle nebbie urbane. Ovviamente, è solo fumo negli occhi. La tracciabilità non è un tema di tecnologia o di militari per strada o di bastoni da blandire severamente, è, molto più semplicemente, una innovazione procedurale, un meccanismo di policy interna di ciascuna realtà aziendale (e non) tesa a governare processi complessi, condividendo responsabilità, conoscenza, etica e buone pratiche.

La tracciabilità di cui si sta parlando assomiglia assai poco a quella richiesta astrattamente dal TUA, che si accontenta di procedure meramente formali. Concretamente, dunque, quali sarebbero i punti che caratterizzano un vero sistema di tracciabilità?

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I punti essenziali

Innanzitutto che sappia seguire e rendicontare tutti i passaggi, dalla raccolta fino alla destinazione intermedia e finale dei singoli materiali, per singolo codice EER; che sappia verificare e certificare con precisione la qualità del materiali in ogni loro fase di gestione; che sappia indicare parametri e misurazioni puntuali sulla effettiva recuperabilità dei materiali; che sappia allo stesso tempo rendicontare sull’effettivo recupero dei singoli materiali e delle frazioni diventate sovvalli; che sappia rispondere a criteri oggettivi di trasparenza e rendicontazione in capo a singoli attori/responsabili; infine che sia in grado di restituire un esatto bilancio energetico e in genere che sia in grado di misurare agilmente l’impronta ecologica dell’intero sistema.

Se non sono soddisfatti tutti questi punti la tracciabilità rischia di essere solo apparente, la foglia di fico del sistema, utile solo a non incappare in sanzioni penali/amministrative ma del tutto incapace di fornire le altre informazioni qualitative sulla governance.

Entropia

Finora, infatti, la tracciabilità si è tradotta in una manciata di formulari (Fir) e documenti (Mud e registri carico e scarico) scritti con grande indulgenza (per chi li redige, naturalmente), in cui la certificazione interessa, prevalentemente, la fase della raccolta (solo il primo passo) e, in genere, non si ha esatta contezza dell’intera filiera. Se nel caso degli urbani sappiamo esattamente le percentuali di raccolta differenziata e i quantitativi raccolti, meno sappiamo su ciò che si fa (e con quali performance) con i materiali raccolti, con gli output finiti nel mercato (e in quale mercato?). Dopo la raccolta, insomma, l’entropia regna sovrana e la verità perde gradualmente di fascino e di fisionomia, fino a perdersi nella foschia.

Persino nei casi più virtuosi di raccolte differenziate spinte all’inverosimile, la tracciabilità si limita alle fasi del conferimento ai primi impianti di selezione/trasferenza e a qualche risultato eccezionale ottenuto su alcune frazioni abbastanza semplici da gestire (su tutti l’organico, che si trasforma anche senza meriti umani), vaporizzandosi progressivamente nei passaggi successivi.

Naturalmente non sono mancati esperimenti concreti fatti su questo terreno, tra cui un modello implementato da Hera in Emilia-Romagna e un primo tentativo iniziato da Contarina nel trevigiano (su alcune filiere) ma, soprattutto, il disciplinare di tracciabilità messo in pratica da Veritas, la multiutility pubblica che fornisce servizi ambientali di 45 Comuni veneti, tra cui Venezia, non una città qualsiasi. Modello, quest’ultimo, applicato in maniera minuziosa e analitica a quasi tutte le filiere – carta e cartone, vetro, plastiche, metalli (acciaio e alluminio), organico, CSS, verde, ramaglie e legno –, raggruppando circa il 90% dei rifiuti urbani (ed ex assimilati), modello di cui diremo approfonditamente nella prossima puntata.

Qualche singolo esperimento, soprattutto di natura comunicativa, è stato fatto, soprattutto al Nord, ma ancora nulla di sistemico.

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Le quattro ragioni a sostengo di una vera tracciabilità

In sintesi, la tracciabilità è l’unica metodologia razionale a supporto delle scelte da adottare in tema di rifiuti per almeno quattro validissime ragioni.

La prima ragione è, appunto, quella di essere l’unico criterio in grado di supportare nel miglior modo possibile la pianificazione strategica, ossia la migliore ricetta possibile in ciascun territorio in grado di chiudere le diverse filiere – creando sinergie persino tra i flussi degli urbani con gli speciali – in una dimensione industriale e manifatturiera. È ciò che deve servire a monte, cioè quando si deve scegliere da che parte andare, e senza i giusti contenuti si rischia di andare dalla parte sbagliata. Molto spesso i dati ufficiali, spogliati di qualsiasi misurazione concreta e verificabile, servono solo ad avvalorare tesi precostituite, alimentando sfiducia, conflittualità sociali e inefficienze.

La seconda ragione a sostegno di una vera tracciabilità è quella di dare un contributo prezioso nell’efficientamento e nella razionalizzazione dei processi. La costruzione delle singole catene di valore è funzione diretta della qualità della pianificazione strategica e a cascata dei modelli di governance implementati. Solo un sistema di tracciabilità è in grado di misurare oggettivamente le performance dei singoli processi e disegnarne, conseguentemente, modelli adeguati di gestione. Ecco perché dovrebbe essere la prima condizione per pianificare, il primo strumento per misurare le conseguenze dei processi, la bussola per orientare le gestioni.

Solo scomponendo i flussi per singoli codici EER (Elenco Europeo Rifiuti), come una sorta di spettrofotometria applicati ai processi, quindi misurandone la loro effettiva collocazione all’interno delle procedure di recupero si possono comprendere i valori (non solo economici) effettivamente trattati. In questo modo, per esempio, si possono misurare e pesare, in ingresso negli impianti, le frazioni estranee e, in uscita, i sovvalli, ossia gli scarti (da destinare a smaltimento o a residuali forme di recupero). Insomma, solo per questa via si è in grado di misurare esattamente l’energia e i combustibili impiegati, il personale utilizzato per singola operazione, etc. È questa l’unica via, insomma, per attivare un’analisi di un vero ciclo di vita (Life cycle assessment), capace di misurare l’effettiva impronta ecologica, al di là delle campagne di comunicazione e stampa.

La terza ragione è quella di garantire trasparenza e allo stesso tempo responsabilizzare tutti gli attori coinvolti. Lapalissianamente, solo con un modello di tracciabilità per singolo codice e per singolo processo è possibile accendere i riflettori su tutto ciò che accade dietro le quinte, trasformando la governance complessiva in una casa di vetro. Fa da contraltare la responsabilità di coloro che ne dovranno garantire la congruità dell’operato, che oltre a verificarne la giustezza procedurale ne risponderanno eventualmente, sia all’interno che all’esterno, anche nelle sedi opportune nei casi di illiceità. Accendendo i riflettori sui singoli processi e mettendone in luce i meccanismi più intimi la verità viene sempre a galla. La trasparenza è solo l’altra faccia della tracciabilità e il miglior antidoto alle scorciatoie.

La quarta ragione è quella di rappresentare la base d’appoggio oggettiva, neutra e autorevole per costruire partecipazione e coinvolgimento della cittadinanza. La fiducia in questo caso si costruisce sui contenuti, oggettivamente, non in una narrazione di parte, facendo di una corretta informazione e della piena conoscenza dei processi l’asse portante di un dialogo alla pari. La tracciabilità dovrebbe servire anche a questo, a riannodare i fili smarriti con la società, quindi con i cittadini, mettendo a loro disposizione un nuovo patto sociale fondato sulla trasparenza e sulla responsabilità reciproca.

Conclusioni

 Insomma, tracciare i rifiuti significa poterli misurare, saperli pesare, seguirne e illuminarne il percorso – dall’origine fino alla fine -, svelandone contraddizioni e passi falsi, potenzialità e criticità, fino a intercettare possibili rischi di incappare in situazioni illegali. A ben guardare, dunque, la tracciabilità ingloba un vero cambio di paradigma: da un sistema basato e pesato essenzialmente su stime a un sistema, al contrario, basato sulla misurazione puntuale di tutti i flussi, ribaltandone anche il rapporto con le comunità di riferimento, ai quali si offre un nuovo patto all’insegna della trasparenza e del confronto, franco, su dati oggettivi e verificabili, non più su verità rivelate e dalle gambe corte. Senza enfasi, una rivoluzione copernicana, in ogni senso.

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