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giovedì, Maggio 30, 2024

Tanta CO2 quanta ne emette la Svezia: ecco il prezzo dei tessili invenduti e distrutti in Europa

Report dell’Agenzia europea per l’ambiente: “La sovrapproduzione e la distruzione sono considerate accettabili nell'industria tessile e hanno persino un senso economico”

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Redazione EconomiaCircolare.com

Mancano pochi passaggi formali all’entrata in vigore del regolamento Ecodesig (Ecodesign for Sustainable Products Regulation – ESPR) che, tra l’altro, vieterà la distruzione di prodotti tessili invenduti. Ma vale la pena occuparsi del tema, come ha fatto l’Agenzia europea per l’ambiente, perché il divieto varrà per le medie imprese solo dopo sei anni dall’entrata in vigore della norma, mentre le piccole e micro imprese saranno esentate dagli obblighi. E ne vale la pena perché la distruzione degli invenduti (che vale soprattutto per il tessile ma riguarda anche tutti gli altri beni), come vedremo, non è un incidente di percorso ma un dato strutturale del nostro sistema economico che per ottenere i propri obiettivi – produzione sempre maggiore, riduzione dei costi, fatturati sempre più alti – fa leva anche su buchi neri come questo.

1,3 milioni di addetti, 192.000 le aziende della filiera (dati EURATEX), il settore tessile e dell’abbigliamento dell’UE nel 2022 è tornato ai livelli precedenti alla pandemia, con un aumento di fatturato del 14% rispetto al 2021, raggiungendo i 167 miliardi di euro. Nel 2022 gli europei e le europee hanno speso circa 282 miliardi di euro per l’abbigliamento, 630 euro di media pro capite, mentre per le calzature sono stati spesi 68 miliardi di euro: in totale +15% rispetto all’anno precedente (dati Eurostat).

“La distruzione di abiti e altri prodotti tessili restituiti e invenduti – spiega l’agenzia – avviene da decenni nell’industria della moda e del tessile, almeno dagli anni ’80, con effetti negativi significativi sull’ambiente e sui cambiamenti climatici”.

Ma prima di tutto bisogna intendersi sulla terminologia: cosa intendiamo per distruzione dell’invenduto? Ci riferiamo a tutte quelle operazioni che non comportano l’uso del prodotto per lo scopo per il quale è stato realizzato. Il riciclaggio è quindi distruzione, anche se le fibre recuperate verranno utilizzate come nuova materia prima.  E ovviamente lo è l’incenerimento o altre forme di recupero (usare i rifiuti tessili come pezzame per le imprese).

Incertezza sui numeri dei prodotti resi e di quelli distrutti

Il panorama sugli invenduti, sui resi e sulla distruzione di questi prodotti, ci dicono i ricercatore del’AEA, è molto fumoso: dati certi ce ne sono pochi. Detto questo, in base agli studi disponibili, si stima che una forbice tra il 4 e il 9% di tutti i prodotti tessili immessi sul mercato in Europa venga distrutto prima che qualcuno li abbia mai utilizzati. Ci inganneremmo se sottovalutassimo queste percentuali dietro la quali ci sono tra 264.000 e 594.000 tonnellate di camicie, pantaloni, cappotti, blue jeans, scarpe distrutti ogni anno. Se un tir carico di abiti può pesare attorno alle 10 tonnellate, quei numeri ci raccontano di migliaia di tir, tra 26mila e 59mila, zeppi di prodotti distrutti senza essere stati mai indossati. Se un paio di jeans pesa circa mezzo chilo, è come se ne avessimo incenerito, buttato in discarica o tagliuzzati per il riciclo più di un miliardo di paia.

Nel lavoro dell’Agenzia europea per l’ambiente (“The destruction of returned and unsold textiles in Europe’s circular economy”) l’analisi della distruzione dei tessili procede in parallelo con quella dei resi dell’ecommerce. Il motivo è semplice, e ci parla di nuovo dei buchi neri del sistema capitalistico cui si faceva riferimento: una quota considerevole dei resi viene infatti distrutto. “Un esempio di approccio ‘take-make-waste’, che evidenzia l’inefficienza degli attuali sistemi lineari di produzione-consumo, che causano impatti negativi evitabili sull’ambiente e sul clima”.

Il tasso di restituzione dei prodotti venduti online è fino a tre volte superiore a quello dei prodotti venduti nei negozi fisici, ci dice l’AEA. E in Europa è acquistato online l’11% del tessile abbigliamento (dati 2020; quota più che raddoppiata rispetto al 2009). In Europa, il tasso medio direstituzione relativo ai capi di abbigliamento acquistati online è stimato attorno al 20%: un capo su cinque venduto online viene restituito. Per le calzature siamo attorno al 30%: le scarpe e gli stivali invernali sono la categoria più restituita. E fin qui niente di male (o quasi, come vedremo). Ma che fine fanno poi questi prodotti che rispediamo al mittente? “Si stima che il 22-43%, ovvero in media un terzo di tutti i capi di abbigliamento restituiti acquistati online, finisca per essere distrutto”.

C’è dunque un legame piuttosto stretto tra restituzione dei prodotti tessili acquistato online e la loro fine in discarica. Per capire dove si annida il germe della distruzione nella filiera della restituzione, proviamo a raccontare le dinamiche.

Leggi anche: 3,7 miliardi di euro di prodotti elettronici invenduti sono stati distrutti in Europa nel 2022

Il buco nero della restituzione nell’e-commerce

I tassi di restituzione dei prodotti di moda e lifestyle, spiega il report dell’Agenzia europea dell’ambiente, sono significativamente più alti di quelli osservati per altre categorie di prodotti: “L’impossibilità di ispezionare da vicino o di toccare con mano i prodotti prima dell’acquisto, unita alle significative variazioni di taglia tra i vari marchi, rende l’abbigliamento e le calzature particolarmente inclini ad alti tassi di restituzione. Il 70% dei resi è causato dalla percezione di scarsa vestibilità o stile da parte dell’acquirente”.

Il percorso a ritroso di un maglione o di un paio di scarpe è molto complesso (lo abbiamo in parte già raccontato): coinvolge di solito diverse sedi in diversi Paesi (“la distanza percorsa dalle merci restituite può essere ben superiore a 1.000 km”) e può richiedere settimane per essere completato. Questa complessità generalmente ha impatti negativi sulla possibilità di rivendere il prodotto (soprattutto per gli abiti e la calzature stagionali e di fast fashion) e può portare a riduzioni significative del prezzo originale (il cosiddetto markdown). Questa complessità non è gratis: “I costi di gestione dei resi sono notevoli. Questi possono includere i costi per la logistica, lo smistamento e la gestione dei resi, le sostituzioni o i rimborsi, l’assistenza ai clienti e il deprezzamento delle attività per i ribassi, la liquidazione o la distruzione”. E molti rivenditori non sono consapevoli dei costi reali dei resi. Secondo uno studio condotto dall’Institute of Positive Fashion del British Fashion Council, per ogni reso online i rivenditori spendono circa il 55-75% del prezzo al dettaglio di un prodotto. Questo soprattutto a causa dell’elevato numero di passaggi ad alta intensità di lavoro (in particolare le operazioni verifica e selezione).

In aggiunta a questi costi, a far emergere la contraddittorietà economica del processo ed evidenziare un altro punto debole del sistema è il citato markdown. Esistono infatti diverse destinazioni per i prodotti restituiti. Nel migliore dei casi vengono rivenduti a prezzo pieno (il cosiddetto “grado A”). Tuttavia, per vari motivi (difetti minori, fine linea, fuori stagione, “obsolescenza stilistica” – legati anche all’’offerta di resi gratuiti fino a 30, 50 o anche più giorni dopo l’acquisto) alcuni articoli possono essere rivenduti solo a prezzi ridotti. I prodotti che non possono essere rivenduti vengono donati in beneficenza, liquidati o venduti a intermediari per l’esportazione nel mercato dell’usato. Oppure possono essere distrutti.

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Fonte AEA

I prodotti tessili invenduti

La categoria del prodotto invenduto tiene insieme diversi percorsi, e anche in questo caso “le informazioni disponibili sul volume di prodotti tessili non venduti sono scarse”. I prodotti invenduti possono essere overstock (beni che vengono prodotti ma non sono mai stati venduti), prodotti obsoleti (prodotti per i quali non c’è più domanda) o prodotti danneggiati o richiamati dal produttore a causa di problemi di qualità. L’eccesso di scorte e i prodotti obsoleti sono il risultato di uno squilibrio tra la produzione e la domanda, un disallineamento che può essere dovuto a difficoltà di previsione, a dinamiche di mercato o “a una strategia aziendale consapevole”. In che modo?

Le vendite di articoli stagionali sono influenzate dalle condizioni climatiche: una primavera anticipata scoraggia l’acquisto di un cappotto. Ma al di là della variabilità climatica, un fattore che alimenta il disallineamento è la rapida evoluzione della moda coi numerosi nuovi modelli immessi sul mercato nel corso dell’anno. Con il fast fashion, la cui cifra è proprio l’alto numero di collezioni date in pasto ai consumatori, a fare da protagonista, spingendo il consumatore a inseguire i cambi repentini della moda lasciando indietro tutti quegli abiti e scarpe messi in vetrina (virtuale o reale) magari poche settimana prima ma già invecchiati.

Quanto all’eccesso di prodotti in magazzino, “i marchi, soprattutto quelli del settore fast fashion, spesso preferiscono l’overstock per ridurre i tempi di consegna ed evitare il rischio di non essere in grado di soddisfare la domanda e generare i relativi profitti”. Secondo la logica del sistema, dunque, meglio sprecare prodotti che non rispondere tempestivamente alla domanda del mercato (alimentata dal flusso forsennato dei prodotti).

In gioco entrano anche fattori geoeconomici: la maggior parte della produzione di abbigliamento ad alta intensità di manodopera avviene nei Paesi a più basso reddito, il cosiddetto Sud globale, soprattutto in Asia, dove prevalgono i bassi salari, “rendendo più vantaggioso produrre troppo piuttosto che perdere potenziali vendite. E poi è generalmente più economico realizzare più pezzi di un prodotto grazie ai guadagni di efficienza (le econome di scala).

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Fonte: AEA

Leggi anche: L’insostenibile e folle flipper globale dei resi del fast fashion

Gli impatti della distruzione dei prodotti invenduti e resi

“La dimensione complessiva e l’impatto della distruzione dei prodotti tessili rimangono incerti”, avverte l’Agenzia europea. Tuttavia, pur non potendo considerare per mancanza di dati tutta l’energia e le materie prime impiegate per produrre i capi, “la distruzione dei resi dei clienti e dei prodotti tessili invenduti ha un impatto diretto sull’ambiente e sul clima”. Questi, sottolinea il report, derivano dai processi di gestione dei resi e dei tessuti invenduti e dalla distruzione stessa, che implicano tutti un consumo di risorse e di energia (ad esempio, riconfezionamento, trasporto, smistamento, classificazione) e l’uso di spazi che richiedono riscaldamento e luce.

Infine, la distruzione sotto forma di incenerimento rilascia CO2 e altri inquinanti atmosferici, a seconda di quanto sia tecnicamente avanzato l’impianto.  Una buona parte dei prodotti invenduti viene infine esportata fuori dall’Europa. La maggior parte di questi finisce in Africa, in Asia e Sud America, ufficialmente per essere riutilizzata o riciclata. Ma non di rado questi ‘prodotti’ sono già rifiuti (non hanno nessun mercato potenziale) al momento dell’imbarco, finendo poi in discariche a cielo aperto o data alle fiamme all’aria aperta, rilasciando tossine.

Nonostante la carenza di dati in letteratura, l’agenzia prova a stimare l’impatti climatico di questa pratica che rifiuta e distrugge quello che rifiuto non è. Lo fa tenendo insieme i dati disponibili – le emissioni di gas a effetto serra della produzione di fibre e quelle legate alla distruzione, ma tenendo fuori le fasi centrali del processo produttivo: filatura, tessitura o maglieria, tintura, confezionamento e finitura. Le stime più basse parlano di 132 tonnellate di CO2 equivalente per kg di fibra. Al contrario, le stime meno ottimistiche (ma più realistiche) ci raccontano che la distruzione è complessivamente responsabile di 5,6 milioni di tonnellate di CO2-equivalente: “Un dato paragonabile alle emissioni di poco più di un milione di auto a benzina in circolazione per un anno o leggermente inferiore alle emissioni nette della Svezia nel 2021”.

La distruzione è parte del sistema

Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente tutto questo spreco di risorse e tutte queste emissioni sono evitabili, almeno in parte, attraverso la riduzione dei resi eccessivi e l’ottimizzazione delle previsioni. Ma queste misure, ammette amara l’agenzia, “non affrontano efficacemente la ragione sistemica di fondo, ossia il fatto che la sovrapproduzione e la distruzione sono considerate accettabili nell’industria tessile e hanno persino un senso economico”.

A dare una soluzione anche se parziale a queste storture i cui effetti ambientali sono scaricati sulla collettività potrebbe essere l’introduzione di politiche specifiche. Si va da interventi ‘morbidi’ mirati alla “persuasione morale” – come campagne educative e approcci di politica pubblica comportamentale, compreso il nudging – fino a misure per aumentare il costo di produzione (violando uno degli imperativi del paradigma neoliberista) in modo che la sovrapproduzione diventi una responsabilità finanziaria per i marchi, “che avrebbero più interesse a evitarla, incentivando al contempo la ridistribuzione”. Alcuni ritengono che obbligare le aziende a rendere pubblica la quantità di merce invenduta e di resi attirerà l’attenzione sull’entità del problema e le costringerà indirettamente a ridurre le loro quantità, pena l’erosione del capitale reputazionale. Un contributo dovrebbe “probabilmente” darlo l’introduzione di sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR) per i prodotti tessili in tutta l’UE, prevista dall’aggiornamento della direttiva quadro sui rifiuti.

Leggi anche lo speciale EPR per i rifiuti tessili

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