Nella maggior parte della mia vita ho vissuto in Lombardia e, guidando spesso, la puzza e la presenza degli allevamenti intensivi non sono per me una grossa novità. Per anni le problematiche di queste strutture sono state per lo più ignorate – ora le cose stanno cambiando. Partendo proprio da questa regione, però, credo sia interessante andare dritto al cuore dell’Unione Europea, per vedere come queste strutture riescono ancora oggi a prosperare e a rendere il nostro sistema alimentare europeo problematico – grazie ai soldi pubblici.
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Dalla Lombardia all’Unione europea
Partiamo dalla mia regione, appunto. Proprio qualche giorno fa è uscito un rapporto EStà, in collaborazione con diverse associazioni animaliste ed ecologiste, che dà un quadro allarmante della situazione della Lombardia proprio a causa degli allevamenti intensivi. Il titolo è molto eloquente: “Allevamenti intensivi in Lombardia, anatomia di un eccesso”. E di eccessi ce ne sono molti da segnalare.
Iniziamo dai numeri. In questa regione, nonostante ci sia il 10% degli allevamenti nazionali, vive oltre il 40% degli animali allevati in Italia. Quasi la metà di tutti i maiali sono allevati qui. Questo vuol dire oltre 5,2 milioni di bovini e suini – praticamente uno ogni due persone che vivono nella regione. Particolarmente grave è la situazione nelle provincie di Brescia, Mantova e Cremona.
E guardando i dati delle aziende si capisce come gli allevamenti stanno diventando sempre più grandi: mentre le piccole aziende chiudono, il numero di animali non diminuisce, ma si concentra appunto in allevamenti sempre più grandi e sempre più industriali.
E tutto questo ha un enorme impatto. In primis, sull’ambiente: sempre secondo il rapporto, tra il 2014 e il 2021 i gas serra derivanti dagli allevamenti lombardi sono aumentati del 2,5%. E queste strutture emettono circa 62mila tonnellate di ammoniaca, una sostanza che in atmosfera contribuisce alla formazione delle polveri sottili.
C’è poi l’acqua. Gli allevamenti intensivi producono moltissimi liquami. “Beh, finiscono nei campi” direte voi. Peccato che in oltre la metà dei comuni di pianura, il carico di azoto derivante dai reflui animali supera il doppio del fabbisogno dei campi, saturando i terreni e inquinando i corsi d’acqua. Insomma, tutta questa merda inquina. E la Lombardia è una vera e propria “pietra dello scandalo”, perché è al centro della procedura d’infrazione europea contro l’Italia per la violazione della Direttiva Nitrati.
Tutti questi dati sono preoccupanti, ma la cosa peggiore è scoprire il meccanismo che rende questi allevamenti possibili. Parliamo infatti di fondi pubblici.
Se guardiamo sempre il rapporto, vediamo che infatti la PAC (Politica Agricola Comune) è un elemento fondamentale per il finanziamento e l’esistenza di questi allevamenti. I fondi pubblici europei non sono solo incentivi, ma una componente fondante del reddito agricolo, arrivando a coprire dal 29% al 77% delle entrate nette, rendendo il settore totalmente dipendente da fondi europei che, paradossalmente, finanziano la sua stessa insostenibilità.
Si potrebbe dire che i fondi PAC, quelli della comunità europea, vadano però a sostegno delle piccole aziende che fanno la transizione, magari con produzioni più sostenibili. Sappiamo abbastanza per avere dubbi, ma ora sono usciti due nuovi report che invece ci dimostrano come non sia per niente così.

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Fondi pubblici europei: la maggior parte va a carne e latticini
Il primo report è “CAP at the Crossroads”, realizzato dall’organizzazione Foodrise, che ha analizzato dove materialmente finiscono i fondi PAC, cioè a quali produzioni agricole. E i dati sono sconvolgenti, perché la maggior parte di questi finisce ad alimenti di origine animale.
Nel solo 2020 infatti il 77% dei fondi agricoli europei (pari 39 miliardi di euro) è stato destinato ad alimenti di origine animale, contro un 23% (11,6 miliardi) per quelli a base vegetale. Cioè, per dare un’idea, i 39 miliardi ricevuti dagli alimenti di origine animale rappresentano quasi un quarto dell’intero bilancio dell’UE di quell’anno.
Andiamo a spulciare i dati – so che i numeri sono un po’ noiosi, ma vale la pena vedere con i propri occhi gli squilibri del nostro sistema alimentare europeo.
Vediamo che il settore del manzo e dell’agnello ha incassato oltre 580 volte più rispetto ai sussidi ricevuti dai legumi (8 miliardi di euro contro 14 milioni), mentre la carne di maiali 240 volte in più (4,6 miliardi). Il settore lattiero-caseario ha invece ottenuto 16 miliardi, 554 volte in più rispetto a noci e semi.
Preoccupante anche che la quantità di soldi pubblici che ricevono i grassi animali (strutto e sego) è molto di più rispetto a quello che ricevono tutta la frutta e la verdura messe insieme in Europa.
Nel complesso, carne e latticini hanno ricevuto 10 volte più sussidi di tutta la produzione di frutta e verdura e 16 volte più della produzione di cereali per consumo umano
E tutti questi fondi pubblici non possiamo considerarli solo incentivi, visto che di fatto sono ciò che rende possibile l’esistenza di questo settore, che senza fondi pubblici crollerebbe. Sempre nel 2020 i sussidi hanno costituito il 96% del reddito netto per i produttori di carne bovina e ovina. Oltre il 70% per il settore lattiero caseario, oltre il 50% per maiale e pollame.
Nel periodo 2014-2020, i finanziamenti per gli allevamenti sono stati 1.241 volte superiori rispetto a quelli per le alternative (come proteine vegetali o fermentazione di precisione).
E non c’è solo questo, perché l’UE finanzia anche il consumo di carne e latticini attraverso fondi pubblici usati in marketing. Tra il 2016 e il 2020, il 32% del budget promozionale (€252,4 milioni) è stato speso esclusivamente per promuovere carne e latticini, contro il 19% per frutta e verdura.
Insomma, tutti questi dati confermano ancora una volta la scelta di un’Unione Europea che sta sovvenzionando gli alimenti più insostenibili. Perché i prodotti di origine animale, come illustra sempre il rapporto di Foodrise, causano tra l’81% e l’86% delle emissioni agricole UE, ma forniscono solo il 32% delle calorie e il 64% delle proteine consumate.
Ma c’è un secondo problema legato ai fondi della PAC, e riguarda a quali aziende arrivano i fondi.
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Fondi UE alle grandi aziende: il report di Greenpeace
A svelarci questo è il report “Who CAPtures the ca$h?”, pubblicato da Greenpeace. Questo studio ha analizzato la distribuzione dei fondi PAC nel 2024 in diversi Paesi europei (Italia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, Repubblica Ceca) cercando di capire a chi effettivamente arrivano questi fondi. Purtroppo non vanno ad aiutare i piccoli agricoltori in difficoltà, ma veri e propri giganti dell’industria: multinazionali, società di investimento, grandi proprietari terrieri – insomma, i più ricchi.
Secondo il rapporto appena l’1% dei beneficiari dei fondi PAC arriva ad incassare fino al 40% di tutti i sussidi agricoli. In Italia e Spagna, questa percentuale assorbe circa il 30% dei fondi, mentre nei Paesi Bassi tocca la vetta del 40%. Parliamo quindi di enormi aziende che quasi prendono la metà dei fondi totali.
Addirittura, il 10% dei beneficiari più ricchi riceve in media i due terzi dell’intero budget. In Italia, il 20% dei beneficiari si intasca l’82% dei fondi PAC.
Chiaramente questa distribuzione ha un impatto enorme sulle piccole aziende. E non ci stupisce vedere che tra il 2007 e il 2022, l’Unione Europea ha perso quasi due milioni di aziende agricole di piccole dimensioni (-44%), mentre nello stesso periodo le grandi aziende industriali sono aumentate del +56%.
È un sistema assurdo, se ci pensate: i più grandi proprietari terrieri e i gruppi economici più ricchi ricevono la maggior parte dei soldi, quei soldi che dovrebbero sostenere anche una transizione sostenibile. E invece finiscono ai giganti dell’industria, che si basano anche sugli allevamenti intensivi-
Vediamo un attimo l’Italia. Secondo Greenpeace il beneficiario numero 1 è Genagricola, la più grande azienda agricola italiana, che appartiene ad Assicurazioni Generali. Ha ricevuto oltre 2,6 milioni di euro l’anno scorso dalla PAC. Ha attività legate ad allevamenti intensivi e acquisizioni di terreni su larga scala in Romania, operazioni che sono collegate all’esclusione dei piccoli agricoltori locali per l’aumento dei prezzi dei terreni.
E sempre secondo Greenpeace una delle loro aziende nella Pianura Padana gestisce un allevamento intensivo di oltre 4 mila animali che, secondo dati del 2022, rilascia oltre 35 tonnellate di ammoniaca all’anno. Insomma, siamo tornati in Lombardia.
Il secondo gruppo che riceve più fondi è BF agricola. Ha un’enorme influenza sia attraverso i Consorzi Agrari d’Italia, ma anche grazie a legami strutturali con Coldiretti e a partnership strategiche con il gigante fossile ENI e con Leonardo.
Ma perché sono loro ad accaparrarsi i fondi? È il meccanismo stesso della PAC, che si basa sui “pagamenti per superficie”. Più terra possiedi, più soldi pubblici ricevi, indipendentemente dal valore sociale o ambientale prodotto. Questo sistema chiaramente premia chi produce in modo intensivo e chi ha più fondi per ampliarsi, senza che ci sia poi un vero conto delle ricadute ambientali.
Questa distribuzione dei fondi della PAC, che ricordiamo rappresenta circa un terzo del bilancio dell’UE, è molto preoccupante.
Sempre secondo Greenpeace basterebbero appena 195 mila euro per sostenere economicamente tra le 112 e le 415 piccole aziende agricole virtuose per un intero anno.
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