Anche la Gran Bretagna rischia di subire una crisi del riciclo della plastica come quella che sta interessando l’Italia (e più in generale l’Europa), e che sta creando difficoltà anche al sistema nazionale della raccolta differenziata, come EconomiaCircolare.com ha raccontato.
Un rapporto commissionato da Viridor (società britannica attiva nella gestione dei rifiuti e nel riciclo) e ripreso da Packaging Insights afferma che il Regno Unito potrebbe presto trovarsi nella situazione paradossale di “raccogliere più plastica di quanta possa trattarne internamente”.
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Gran Bretagna, capacità di riciclo insufficiente
Come il resto d’Europa, anche in Gran Bretagna l’aumento della raccolta differenziata – legata alla maggiore sensibilità delle cittadine e dei cittadini e al potenziamento dell’infrastruttura materiale e immateriale per la raccolta – sta viaggiando in parallelo con una deindustrializzazione della filiera del riciclo. Tra il 2023 e il 2025, secondo lo studio, il Regno Unito avrebbe perso il 22% della propria capacità di riciclo delle plastiche.
Le dimensioni del divario sarebbero considerevoli. Secondo Viridor, entro il 2030 il Regno Unito avrebbe bisogno di altri 18 impianti di selezione, 38 di riciclo meccanico e tra 13 e 25 impianti di riciclo chimico. Entro il 2060 sarebbero necessari altri 88 impianti.
I problemi del riciclo della plastica
I problemi dei riciclatori britannici sono gli stessi di quelli italiani: la volatilità dei mercati, gli elevati costi operativi e la concorrenza delle materie prime importate.
La produzione a basso costo di plastica vergine in Asia e l’andamento del petrolio, osserva Tim Rotheray, chief sustainability officer di Viridor, hanno ridotto la competitività dei polimeri riciclati, mentre i ritardi delle riforme britanniche hanno indebolito la fiducia degli operatori.

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Le misure indicate come necessarie
Cosa servirebbe? Intanto Rotheray chiede quello che tutte le imprese, alle prese con gli investimenti necessari per mantenere la propria competitività, chiedono: “certezza normativa”. Viridor propone meccanismi di sostegno di lungo periodo, con incentivi collegati ai costi effettivi del riciclo anziché alle oscillazioni del petrolio. Per disaccoppiare il prezzo della plastica riciclata dalla volatilità di quelli della vergine. Chiede inoltre obiettivi obbligatori di contenuto riciclato estesi oltre il solo packaging, maggiori garanzie per gli investimenti nel riciclo chimico e controlli più severi sulla provenienza dei materiali importati. E poi Plastics Europe chiede una maggiore armonizzazione delle normative europee sui rifiuti e sulla responsabilità estesa del produttore, l’impiego degli appalti pubblici per premiare i materiali circolari e la creazione di poli integrati che combinino riciclo meccanico, riciclo chimico e la produzione di materie prime biobased.
Il vulnus dell’export della plastica non trattata
Biffa, altra società britannica ascoltata da Packaging Insights, denuncia l’eccesso di export (vengono spediti all’estero “fin troppi” rifiuti plastici non trattati): una perdita di potenziale materia prima dal trattare, col portato di impianti e lavoratori: “Il Regno Unito potrebbe porre fine alle esportazioni di rifiuti di imballaggi in plastica non trattati entro il 2030, sostenendo oltre 9.000 posti di lavoro e generando un fatturato annuo di quasi 900 milioni di sterline (1,2 miliardi di dollari USA), senza ricorrere a fondi pubblici”, ha affermato il portavoce di Biffa.
Lo stesso problema è stato evidenziato da Plastics Europe, associazione di categoria dell’industria europea delle plastiche. Pur non volendo commentare lo specifico caso del Regno Unito, un portavoce dell’associazione ha ricordato a Packaging Insights che sta esportando rifiuti differenziati e importando materiali riciclati, “minando così sia la propria base industriale che le ambizioni climatiche”.

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