venerdì, Maggio 27, 2022

Caro prezzi e carenza di materie prime non fermano la corsa di consumi ed emissioni

Le festività natalizie confermano che, nonostante gli annunci e i proclami, la transizione ecologica è ancora lontana. A certificarlo un report di Enea e un sondaggio realizzato dal Censis. Anche il ministro Cingolani, in Europa, continua a prendere tempo

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Redazione EconomiaCircolare.com

“Manca tutto” titolava qualche tempo un articolo di Bloomberg, diventato celebre in questo 2021 che sta per chiudersi, che raccontava l’assenza di materie prime – una crisi tutt’ora in corso – e il conseguente aumento dei prezzi. A quell’allarme ora si potrebbe aggiungere “Manca tutto, ma all’Italia non sembra importare”: come è facile notare da questi giorni prenatalizi, lo shopping e il traffico sono tornati ai livelli prepandemici, nonostante l’aumento dei contagi.

A certificarlo un report di Enea, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, e un interessante sondaggio realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio. In mezzo c’è una “strana” idea di transizione ecologica, ancorata alle fonti fossili, abbarbicata a imballaggi insostenibili, dove nessuno vuole fare un passo indietro e si guarda troppo poco al cambio di paradigma richiesto e favorito dall’economia circolare. Insomma: dovevamo uscirne migliori, e invece siamo rimasti quelli di sempre.

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“Il caro-energia  non ferma i consumi e le emissioni”

Nel terzo trimestre dell’anno a livello nazionale la domanda di energia ha registrato un incremento del 7% rispetto allo stesso periodo del 2020, sulla spinta del PIL (+3,9%) e della produzione industriale (+20,2%). Insieme a questo aumento della produzione c’è da registrare un aumento delle emissioni di CO2 (+4% circa) a causa del maggiore utilizzo di fonti fossili, soprattutto petrolio (+8%) e carbone (+25%). È quanto emerge dall’ultimo numero dell’Analisi trimestrale del sistema energetico nazionale dell’ENEA che per l’intero 2021 prevede una crescita complessiva dei consumi superiore al 7% e, quasi altrettanto, delle emissioni climalteranti.

L’analisi evidenzia un netto peggioramento dell’indice ISPRED (-35%), elaborato dalla stessa ENEA per misurare l’andamento della transizione energetica nel nostro Paese sulla base di sicurezza del sistema, prezzi dell’energia e decarbonizzazione. “L’andamento molto negativo del nostro indice è legato principalmente all’incremento delle emissioni per il maggior utilizzo di fonti fossili soprattutto nei trasporti e negli edifici e mette in luce l’allontanamento dell’Italia dalla traiettoria di decarbonizzazione e dai nuovi obiettivi UE (-55% emissioni al 2030), con consumi ed emissioni che nel 2021 crescono più del doppio rispetto alla media degli aumenti nell’Eurozona”, commenta Francesco Gracceva, il ricercatore ENEA che ha curato l’Analisi.

Come è noto, l’aumento più notevole dei prezzi si è registrato sul gas, che ha raggiunto nuovi picchi storici (+85% nel terzo trimestre sul trimestre precedente, +430% sul terzo trimestre 2020) e dell’elettricità (+67% e +194% rispettivamente, con un aumento superiore a quello degli altri paesi UE). Sebbene questi aumenti siano arrivati solo in parte sulle bollette dei consumatori finali, grazie agli interventi eccezionali di sterilizzazione decisi dal governo, nella seconda metà dell’anno i prezzi del gas sono superiori di oltre il 40% rispetto al 2020 per i consumatori domestici e di circa il 100% per le imprese. Nel caso dell’elettricità, i prezzi sono superiori di quasi il 50% per i consumatori domestici e di oltre il 50% per le imprese, ai massimi per tutte le fasce di consumo. “Dopo i recenti nuovi record dei prezzi all’ingrosso e il loro ulteriore trasferimento sui clienti finali, è probabile che tra l’ultimo trimestre del 2021 e il primo del 2022 l’indice ISPRED scenda al punto più basso mai registrato, a indicare come la transizione del sistema energetico italiano sia in una fase di particolare difficoltà”, aggiunge Gracceva.

Parallelamente all’aumento dei consumi si è registrato un aumento dell’utilizzo delle fonti fossili rispetto al 2020, noto come l’anno del lockdown: prevalentemente per la domanda di petrolio (+10%, pari a +3,5 Mtep) legata alla ripresa del traffico stradale (+9%) e aereo (+22%). All’aumento molto forte dei consumi di gas naturale, aumentati del 7%, si è registrato un aumento notevolissimo del carbone del 10% (+0,4 Mtep) a fronte di un aumento delle rinnovabili del solo 1,5% (+0,3 Mtep), mentre le importazioni di energia elettrica registrano un balzo del 66% (+3 Mtep).

Scrive infine Enea che “sul fronte dell’innovazione, l’analisi evidenzia per l’Italia una collocazione ai margini dell’Europa per le tecnologie low-carbon. L’esame dei più recenti dati di brevetto mostra una diffusa e spesso forte despecializzazione tecnologica, tranne che nel solare termico, dove si conferma un significativo vantaggio. A livello europeo si riscontrano invece avanzamenti nell’ambito delle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili con posizioni di rilievo per Belgio, Germania, Danimarca, Spagna, Francia e il consolidamento di Francia, Germania, Austria e Svezia nel campo della mobilità elettrica. Inoltre, in Germania e Austria si segnalano punte di specializzazione per le batterie non lontane da Paesi leader come Giappone e Corea. In questo comparto il nostro Paese presenta ancora uno svantaggio tecnologico rilevante, con un indice di specializzazione significativamente inferiore a 1, che sembra trovare riscontro nell’elevata crescita del deficit commerciale”.

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Sì alla transizione, a patto che sia “gratis”

L’80% degli italiani (esattamente il 79,9%) ha paura del cambiamento climatico, in particolare dell’aumento superiore a 1,5 gradi della temperatura del Pianeta. Eppure non è disposto a rinunciare a nulla. È quel che emerge dall’Osservatorio sulla sostenibilità realizzato dal Censis in collaborazione con Assogestioni, l’associazione italiana delle società di gestione del risparmio. Il dato più significativo della ricerca è questo: il 73,9% degli intervistati  non è disposto a percorrere soluzioni green che comportino transitori costi maggiori o tagli del potere d’acquisto, non vuol sentire parlare di riduzione dei consumi e neppure di decrescita, definiti “spettri che inquietano”. Come spiega lo studio “la paura del cambiamento climatico non basta a far passare scelte che riducano il benessere individuale: se i combustibili fossili sono maledetti in via di principio, tuttavia non piacciono le alternative che generano una inflazione a trazione green”.

Inoltre il 44% degli italiani è contrario a pratiche all’insegna della sostenibilità che determinino ulteriori iniquità sociali. E c’è ancora molta nebbia sulla sostenibilità: il 74,6% degli italiani ritiene che ci sia troppa confusione sui temi del riscaldamento globale e della sostenibilità, concetto conosciuto a fondo solo dal 26,2% del campione. Per gli italiani la soluzione passa comunque anche dalla finanza: secondo il 76,6% il settore su questi argomenti giocherà un ruolo importante, perché il collasso ambientale costituirebbe una minaccia per gli stessi investimenti.

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Le priorità della transizione secondo Cingolani

Non sorprende perciò che nella stessa direzione del sondaggio remi da tempo il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani. Lo scorso 20 dicembre l’esponente del governo Draghi, nel dibattito al Consiglio Ue Ambiente  a Bruxelles, ha ribadito una preoccupazione già espressa tante altre volte. Ovvero che nella transizione climatica, l’Unione europea dovrebbe trovare strumenti per tutelare non solo le fasce sociali più vulnerabili ma anche la classe media.

Per l’Italia, ha affermato il ministro, non si può dimenticare “l’impatto sociale sulle fasce vulnerabili, sulle piccole e medie imprese e la forza lavoro, ma anche, soprattutto in alcuni paesi, sulla classe media e questo non deve essere trascurato“. Il livello di ambizione europeo nelle politiche climatiche “deve essere alto ma anche sostenibile”, tenendo conto “dei diversi punti di partenza dei paesi in termini di prezzi dell’energie e mix energetico e dimensioni industriali”.

Per spiegare le esigenze italiane il ministro ha fatto ricorso a una metafora. “Per i grandi paesi con un grande settore manifatturiero – ha detto Cingolani – fare un cambiamento veloce è più complesso rispetto a paesi con economie più leggere, cioè vale il principio di inerzia: per fare un’inversione a U con un camion serve più spazio e tempo che farlo con una macchina”.

Al di là della metafora, è chiaro che la transizione deve riguardare tutti e non lasciare nessuno indietro (tanto meno la sempre citata classe media). Forse, però, deve diventare altrettanto cristallino che un cambio di paradigma è urgente, e che tutti in questa fase dovranno rinunciare a qualcosa. Rinunciare al superfluo e a ciò che non è necessario, a ciò che genera sprechi e disuguaglianze: non siamo disposti neanche a questo?

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