Le città-deposito: perché gli stock materiali sono il vero tesoro nascosto dell’Europa

Edifici, strade, automobili e infrastrutture contengono enormi quantità di materie prime già estratte. Secondo l’European Environment Agency trasformare questi stock in risorse circolari sarà decisivo per ridurre dipendenze, emissioni e consumo di suolo. Ma esiste anche una dimensione sociale spesso trascurata

Alessandro Bernardini
Alessandro Bernardini
Nella redazione del progetto di podcasting Sveja, ha scritto per la rivista di letteratura Arti & Mestieri Laspro e per la cooperativa editoriale Carta. Per il quotidiano online Giornalettismo ha tenuto una rubrica settimanale sul conflitto Palestina-Israele. Ha collaborato con Lettera Internazionale e lavorato in Medio Oriente come videomaker. Si occupa di comunicazione, educazione e formazione in ambito formale e non formale per il Terzo Settore. Fa parte dell’area Formazione di A Sud Ecologia e Cooperazione. Autore dei romanzi “La vodka è finita” (Ensemble) e ’“Nonostante febbraio. Morire di lavoro” (Red Star Press)

Enormi quantità di materiali accumulati nel tempo dentro le città – e dunque dentro edifici, infrastrutture, macchinari, automobili, elettrodomestici, migliaia di chilometri di cavi nei muri. Tutto ciò che compone il metabolismo fisico delle società industriali in una parola: stock.

Secondo il recente report dell’European Environment Agency (EEA), “Material stocks in a circular economy”, questi stock rappresentano oggi una delle principali sfide — e contemporaneamente una delle maggiori opportunità — della transizione ecologica europea.

Il dato più impressionante riguarda la scala del fenomeno: ogni cittadino europeo consuma mediamente 14,4 tonnellate di materiali all’anno e oltre 6 tonnellate finiscono incorporate in edifici, infrastrutture o macchinari. Non sono quindi rifiuti immediati, ma materiali “congelati” per decenni dentro il tessuto economico e urbano.

fotovoltaico città copertina
fonte: Canva

Il modello industriale europeo ha finora funzionato secondo la logica lineare: estrazione, produzione, consumo e smaltimento. Oggi però questi rifiuti congelati possono diventare un archivio strategico per il riuso o il riciclo. Cemento, rame, alluminio, acciaio, litio e terre rare sono già presenti nelle nostre città in quantità enormi. La vera questione è capire come recuperarli.

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In attesa del Circular Economy Act

Nel report dell’EEA emerge chiaramente un punto politico centrale: cercare di allontanarsi dalla necessità impellente del modello estrattivo e dall’importazione delle materie prime e potenziare le capacità di recupero. 

Il tema si collega direttamente alla crescente tensione geopolitica sulle materie critiche e all’economia di guerra. L’Europa importa grandi quantità di minerali strategici necessari alla transizione energetica e digitale. Batterie, turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e data center richiedono enormi quantità di metalli e materiali avanzati. Ma continuare a basare tutto sull’estrazione primaria rischia di produrre nuove dipendenze economiche e nuovi conflitti ambientali.

Per questo la Commissione europea sta spingendo sempre di più verso un’economia della manutenzione, del riuso e del recupero. Non è un caso che diversi studi colleghino il futuro Circular Economy Act (il regolamento specifico sull’economia circolare, atteso per il terzo trimestre di quest’anno, nda) alla necessità di creare mercati più forti per le materie prime seconde che, ricordiamo, sono materiali derivati dal riciclo, dal recupero o dalla rigenerazione di rifiuti e scarti di produzione.

Il punto è che gli stock materiali europei non sono stati progettati in ottica circolare. Gran parte degli edifici e delle infrastrutture costruiti nell’Ottocento e nel Novecento non permettono un facile smontaggio o recupero dei componenti. Molti materiali sono mischiati, incollati o contaminati e spesso, nonostante le normative severe, finiscono in discariche abusive per abbattere i costi di smaltimento. Lo stesso report EEA sottolinea come manchino ancora informazioni precise sulla composizione e localizzazione geografica degli stock.

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Le città come miniere urbane

Oggi infatti riciclare materiali complessi costa spesso più che estrarre nuove risorse. Mancano filiere mature, standard condivisi e mercati sufficientemente stabili per i materiali secondari. È uno dei grandi paradossi dell’economia lineare: i costi ambientali reali dell’estrazione restano in gran parte invisibili, mentre il recupero paga ancora prezzi elevati.

Qui entra in gioco il concetto di urban mining: considerare le città come miniere antropiche. Quartieri, strade e capannoni industriali diventano depositi di materiali recuperabili. Non più semplici consumatori di risorse, ma riserve strategiche da cui estrarre valore.

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È una trasformazione culturale prima ancora che industriale. Perché implica ripensare il concetto stesso di “fine vita” di edifici e prodotti. Una demolizione non dovrebbe più generare soltanto macerie, ma flussi selezionati di materiali riutilizzabili. Acciaio strutturale, vetro, cemento, rame e alluminio potrebbero rientrare in nuovi cicli produttivi con un impatto climatico enormemente inferiore rispetto all’estrazione primaria.

Secondo le valutazioni riportate dall’EEA, alcune strategie circolari potrebbero ridurre significativamente le emissioni climalteranti europee e abbassare la pressione sugli ecosistemi. Ma il passaggio decisivo sarà economico: creare convenienza industriale nel recupero.

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Il contributo circolare che può dare l’edilizia

Per questo il dibattito europeo si sta spostando verso strumenti come i passaporti digitali dei materiali, sistemi di tracciabilità e progettazione modulare. L’idea è costruire prodotti e edifici pensando già al loro futuro smontaggio e recupero.

La sfida riguarda soprattutto il settore delle costruzioni, responsabile di una quota enorme dei materiali utilizzati in Europa. Cemento, sabbia, ghiaia e acciaio costituiscono il cuore degli stock materiali europei. Intervenire qui significa affrontare contemporaneamente consumo di suolo, emissioni e produzione di rifiuti.

Ma esiste anche una dimensione sociale spesso trascurata. Gli stock materiali raccontano le disuguaglianze delle società europee. Il report EEA ricorda che la distribuzione delle infrastrutture, delle abitazioni e dei beni durevoli dipende dalle condizioni economiche e dal livello di prosperità. Chi possiede e controlla gli stock controlla anche accesso ai servizi, qualità della vita e capacità di adattamento ecologico. Chi ha maggiore potere di acquisto ha la possibilità di investire in immobili più sostenibili a livello energetico e con un sostanzioso risparmio a medio-lungo termine in termini di costi.

Il vero nodo politico sarà capire se l’Europa utilizzerà la circolarità per ridurre realmente il proprio metabolismo materiale oppure soltanto per rendere più efficiente un modello ancora fondato sulla crescita infinita. Perché il rischio è evidente: trasformare l’economia circolare in una nuova narrazione industriale senza ridurre davvero l’estrazione complessiva di risorse. Eppure i numeri mostrano che continuare sulla traiettoria attuale non è sostenibile. A livello globale il consumo di materiali continua ad aumentare più rapidamente della capacità di recupero.

Ed è qui che gli stock materiali assumono un significato strategico decisivo. Le città europee non sono soltanto luoghi di consumo: sono giganteschi depositi di materia già disponibile. La partita della transizione ecologica si giocherà anche nella capacità di riconoscere questo patrimonio invisibile e trasformarlo in infrastruttura circolare del futuro.

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