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giovedì, Luglio 25, 2024

Consumption footprint indicator, dall’Ue un nuovo sistema per misurare gli impatti ambientali

Con la Consumption Footprint l’Unione europea si sposta dalla misurazione degli impatti dei singoli Paesi a un sistema che tiene conto dei consumi e degli impatti generati anche in altre regioni del mondo. Se cambia il sistema di monitoraggio, si gettano le basi per cambiare le politiche

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Qual è l’impatto ambientale della produzione e consumo di beni dell’Unione europea? E come lo stile di vita e di consumo dei cittadini incide sulla salute e sull’ambiente? Come insegna bene la fisica, il primo passo per conoscere e descrivere un fenomeno è individuare alcune proprietà misurabili, le grandezze fisiche, appunto, da poter confrontare tra di loro. Più in generale, è il metodo scientifico stesso a basarsi sul concetto di misurazione.

L’Unione europea lavora da tempo per applicare la stessa metodologia ai temi ambientali e per questo ha elaborato due indicatori per misurare e calcolare l’impatto della produzione e dei consumi dell’Unione europea. Ogni misurazione, tuttavia, è soggetta a una certa fallacia: la scelta di come e cosa misurare incide sulle conclusioni finali e affinare gli strumenti di misurazione è l’unica strada per limitare gli errori.

Finora le performance sugli impatti ambientali della produzione erano state misurate nei singoli Paesi dell’Ue, ma è evidente come sia insufficiente se non si tiene conto anche dei consumi generati a livello globale in altre regioni del mondo e, in ultima analisi, dei planetary boundaries, cioè quanto la produzione e il consumo siano sostenibili in termini assoluti rispetto ai limiti di sopportazione del pianeta stesso.

Cosa misurare: i due indicatori

Per questo motivo la Commissione europea ha definito due diversi indicatori: la Domestic Footprint (impronta legata alla produzione) e la Consumption Footprint (impronta legata ai consumi). Le differenze tra gli indicatori sono sostanzialmente due: il primo segue un approccio basato sulla produzione e ha lo scopo di quantificare gli impatti ambientali legati ad essa. Gli impatti sono attribuiti a chi produce il bene stesso e il campo di analisi delle emissioni e delle risorse utilizzate si limita al territorio dell’Unione europea.

Il secondo indicatore segue un approccio basato sul consumo e mira a quantificare gli impatti ambientali legati al consumo dei beni. La particolarità è che gli impatti ambientali di ciascun prodotto sono attribuiti alla nazione dove lo stesso viene consumato e perciò tiene conto non solo di quanto prodotto negli Stati membri dell’Ue, ma anche delle importazioni e delle esportazioni.

Il sistema di calcolo degli indicatori

“I due indicatori si basano sull’analisi del ciclo di vita lungo l’intera catena del valore”, ha spiegato Serenella Sala, dirigente del centro di ricerca della Commissione europea, il Joint Research Center, nel corso di un webinar dedicato alle novità introdotte con il Consumption Footprint Indicator. “Dunque tengono conto delle risorse utilizzate, dell’estrazione e importazione di materie prime, passando per le emissioni correlate alla produzione e al consumo fino alla gestione del fine vita del prodotto stesso”.

Il sistema di calcolo di entrambi gli indicatori considera sedici categorie di impatto ambientale: cambiamento climatico, riduzione dello strato di ozono, tossicità per gli esseri umani (cancerogena e non cancerogena), particolato, radiazioni ionizzanti, inquinamento fotochimico, acidificazione, eutrofizzazione dell’acqua, eco-tossicità delle acque dolci, uso del suolo, uso dell’acqua, utilizzo delle risorse fossili, utilizzo delle risorse minerarie e metalli. Tutti questi impatti sono nocivi per la salute umana, la biodiversità, le risorse naturali e il cambiamento climatico.

La Consumption Footprint si concentra, inoltre, su cinque aree di consumo: settore alimentare, abitazioni, trasporti, beni di consumo (carta, prodotti per la casa, mobilia, abbigliamento) elettrodomestici, per un totale di 164 prodotti rappresentativi. Gli indicatori sono calcolati sommando gli impatti ambientali dei prodotti in ogni area di consumo moltiplicati per la loro intensità di consumo.

Cosa dicono gli indicatori

Ecco quindi i primi risultati dei calcoli del Joint Research Center: tra il 2010 e il 2018 la Domestic Footprint dell’Unione europea è scesa in media del 12%, mentre il Pil dell’Eurozona è cresciuto del 23%. La riduzione più evidente è stata quella legata al buco dell’ozono (-43%), ma è stata significativa anche per l’acidificazione, la tossicità non cancerogena e l’uso di risorse fossili (-20%). Le politiche dell’Unione europea in questi ambiti sembrano, insomma, aver funzionato.

Diversa la situazione con la Consumption Footprint: è aumentata del 4% dal 2010 al 2021, con un picco del 10% nel 2019, poi frenato con il cambiamento degli stili di vita introdotti durante la pandemia di Covid-19. La Consumption Footprint media di un cittadino europeo è dominata dagli impatti legati al settore alimentare (48%, in particolare per il consumo d’acqua e l’allevamento), seguito dagli impatti legati al settore delle abitazioni (19%, soprattutto per il riscaldamento degli ambienti) e dei trasporti (15%, trascinato dall’uso di auto private).

Per l’Europa un impatto “oltre i limiti”

“Oltre all’evoluzione nel tempo, i dati si concentrano sull’analisi regionale”, ha aggiunto la ricercatrice del Join Research Center Serenella Sala. Il consumo di cibo è la principale fonte di impatto in tutte le nazioni dell’Unione europea, mentre il settore abitativo è più impattante nelle nazioni fredde a causa del maggior consumo di energia per il riscaldamento. Il consumo dei beni varia molto a seconda degli stili di vita nelle singole nazioni, mentre l’impatto legato ai trasporti è maggiore nelle isole perché ci si sposta di più con l’aereo. Le nazioni con Pil più alto, sono in genere quelle con maggior impatto pro capite: in particolare Olanda, Danimarca, Finlandia, Svezia e Belgio, mentre le nazioni del Sud Europa hanno un impatto inferiore, tranne che per il consumo di acqua. Il quadro che emerge dall’analisi della Consumption Footprint non è rassicurante. L’impatto ambientale legato ai consumi dei cittadini europei è al di fuori della sfera di sicurezza per l’essere umano per quanto riguarda una serie di impatti, in particolare il cambiamento climatico, il particolato, l’uso di risorse fossili e l’ecotossicità delle acque dolci e si avvicina alla soglia per tutti gli altri.

Gli impatti si riflettono in altre regioni del mondo: i planetary boundaries

Se il primo indice è negativo e il secondo è positivo, significa che l’Unione europea è “importatore netto di impatti ambientali da altre regioni del mondo”. In pratica loro producono i beni che consumeremo noi creando impatti, come ha spiegato Aurel Ciobanu-Dordea, Direttore Economia Circolare della DG Ambiente della Commissione europea. “Analizzando il nostro modello di consumo, l’estrazione e la lavorazione delle risorse è responsabile della metà delle emissioni totali di gas serra interne all’Ue e di oltre il 90% della perdita di biodiversità. Mentre la domanda globale di materie prime raddoppierà nei prossimi quaranta anni. Come individui e a livello aggregato di nazioni e Unione europea non solo siamo responsabili dell’esaurimento di risorse all’interno del territorio comunitario, ma anche degli impatti prodotti in altre parti del mondo, associati al modo in cui produciamo e consumiamo prodotti noi cittadini europei”.

Ciobanu-Dordea solleva un altro tema cruciale rispetto all’analisi degli indicatori ambientali, nella direzione di una riflessione su quelli che chiamiamo i planetary boundaries, i limiti di sopportazione dello stesso pianeta Terra. Riflessione già avviata da Parlamento e Consiglio europeo rispetto ai Sustainable Development Goals, in particolare sulla produzione e consumo responsabile.

“Gli indicatori ambientali ci permettono di valutare gli impatti considerando una prospettiva di sostenibilità assoluta e capire se stiamo vivendo entro i limiti del pianeta”, ha spiegato Esther Sanyé Mengual del JRC. Il responso è allarmante: “La Domestic Footprint e la Consumption Footprint superano diversi planetary boundaries e il consumo di cibo ha un peso enorme sull’impatto complessivo”, ha evidenziato la ricercatrice.

Conoscere per cambiare: a livello di nazioni e di stili di vita

“Il Consumption Footprint Indicator è uno strumento solido, imparziale e scientifico e si rivela utilissimo per il nuovo sistema di monitoraggio della Commissione europea. È uno dei principali indicatori dell’ottavo punto dell’Environmental Action Program ed è stato proposto per il Circular Economy Action Plan, oltre che per monitorare gli altri ambiziosi obiettivi dell’Ue sull’inquinamento (Zero Pollution Action Plan), la produzione sostenibile di cibo (Farm to Fork Strategy) e la conservazione della biodiversità (EU Biodiversity Strategy for 2030)”, ha precisato Serenella Sala.

Non si tratta di un semplice aspetto statistico: se cambia il sistema di monitoraggio dell’Unione europea, cambieranno anche le politiche nazionali sui temi ambientali. “La Consumption Footprint è utile per monitorare l’evoluzione degli impatti nel tempo e definire scientificamente scenari sui quali valutare le differenti politiche pubbliche per raggiungere la transizione ecologica: dagli interventi in determinati aree di consumo o tipologie di prodotto, fino alla gestione dei rifiuti”, ha fatto notare Alessandra Zampieri del Joint Research Center.

La granularità dell’analisi

Tra gli scenari considerati, ad esempio, ce n’è uno che prevede il cambiamento delle abitudini alimentari, con la riduzione del consumo di carne tra il 25% e il 50%. Un altro punto di forza, secondo Zampieri, è la granularità dell’analisi, vale a dire il particolare livello di dettaglio e “scomponibilità” dei dati monitorati: “Ad esempio il 90% degli impatti legati al settore alimentare è riconducibile a 45 singoli prodotti. Sono quindi molto indicativi su dove debbano orientarsi le scelte della politica e come si debbano modificare gli stili di vita e di consumo dei cittadini”.

Per rendere più semplice la valutazione sono o sono stati attivati tre strumenti ad hoc: la Conusmption Footprint Platform, dove è possibile accedere a tutti i dati, le statistiche e gli studi sul tema, il Member State Consumption Footprint Tool, uno strumento operativo per le analisi degli impatti dei singoli Stati membri, e il Consumer Footprint Calculator “in modo che i singoli cittadini possano capire quali sono gli impatti del proprio stile di vita e modifichino così le proprie abitudini”.

Leggi anche: Consumer Footprint Calculator, come funziona e perché usarlo

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