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lunedì, Giugno 24, 2024

Alla Cop28 si discute di un mercato unico dei crediti di carbonio. Ma restano i rischi e le perplessità

Alla Cop28 le discussioni attorno alla modifica dei mercati volontari dei crediti di carbonio vanno avanti in sordina. Tra colloqui e gruppi informali, le Nazioni Unite gettano le basi per un mercato unico. Finora la mancata regolamentazione ha reso vulnerabili quei Paesi dove vengono sviluppati i progetti

Carlotta Indiano
Carlotta Indiano
Classe ‘93. Giornalista freelance. Laureata in Cooperazione e Sviluppo e diplomata alla Scuola di Giornalismo della Fondazione Basso a Roma. Si occupa di ambiente ed energia. Il suo lavoro è basato su un approccio intersezionale, femminista e decoloniale. Scrive per IrpiMedia e collabora con altre testate.

La Cop28 di Dubai è giuntà a metà strada. Oggi è il giorno di riposo per le 90mila persone giunte da ogni parte del mondo per l’annuale conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, prima dell’avvio dei negoziati finali che faranno comprendere se questa Cop confermerà i timori sul suo carattere prevalentemente fossile o se invece, con un colpo di coda, riuscirà a dare nuovo slancio alle soluzioni più efficaci per contrastare le crisi climatica. Tra le opzioni in ballo ce n’è una di cui si discute poco, anche tra esperte ed esperti della diplomazia climatica, ma che potrebbe essere uno dei risultati più rilevanti della Cop28: la regolamentazione a livello globale dei crediti di carbonio.

Dalle dimissioni dei CEO di Verra e SouthPole, quest’ultimo a novembre 2023, le Nazioni Unite stanno cercando di rendere operativo un nuovo meccanismo di accreditamento del carbonio nell’ambito dell’Accordo di Parigi, giunto alla fine della Cop21. Approvato a Bonn lo scorso 3 novembre dall’organo di controllo dell’UNFCC (la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), il documento regolatorio per “facilitare la collaborazione internazionale nella riduzione delle emissioni e combattere il cambiamento climatico” nasce sotto l’egida dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi.

L’articolo 6 dell’Accordo di Parigi stabilisce tre approcci per consentire alle Parti di cooperare volontariamente al raggiungimento dei loro obiettivi di riduzione delle emissioni e degli obiettivi di adattamento stabiliti nei loro piani d’azione nazionali per il clima nell’ambito dell’Accordo di Parigi (Nationally Determined Contributions, o NDC). Uno di questi approcci è il meccanismo dell’articolo 6.4, un meccanismo “per contribuire alla mitigazione delle emissioni di gas serra e sostenere lo sviluppo sostenibile”. È proprio questo meccaniscmo che l’UNFCC ha modificato con l’intenzione di creare procedure standardizzate in vista di un mercato globale del carbonio attaverso uno standard di attività per i progetti; uno standard di validazione e verifica per i progetti e uno standard per la procedura di accreditamento.

Le raccomandazioni dell’organo di sorveglianza, composto da 12 membri, sono arrivate fino alla Cop28 dove si sta decidendo se “le attività di evitamento delle emissioni e di miglioramento della conservazione possono derivare anche da attività di riduzione o rimozione delle emissioni”. Cioè se la riduzione delle emissioni o l’assorbimento possa passare per i crediti di carbonio.

Nel documento circolato il 6 dicembre nei corridoi della Cop28 la questione è ancora irrisolta. Qualsiasi cosa verrà decisa (o non decisa) sarà sottoposta alla plenaria.

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La posizione dell’Unione Europea alla Cop28

Anche la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen si è espressa a favore di un rafforzamento dei meccanismi di prezzo dei crediti di carbonio. Nella conferenza stampa tenutasi il primo dicembre ha dichiarato che “la tariffazione del carbonio è il fulcro del Green Deal europeo, dove si stabilisce che in UE se si inquina si deve pagare un prezzo. Se si vuole evitare di pagare quel prezzo, si innova e si investe in tecnologie pulite. Molti Paesi del mondo hanno ora adottato la tariffazione del carbonio, con 73 strumenti in vigore, che coprono un quarto delle emissioni globali totali. È un buon inizio, ma dobbiamo andare oltre e più velocemente. L’UE è pronta a condividere la sua esperienza e ad aiutare gli altri in questo nobile compito”.

Il riferimento al mercato europeo è importante perchè sottolineando le differenza tra il sistema obbligatorio dell’UE e quello dei mercati volontari a cui si affidano aziende e Stati, la presidente stringe l’occhio alla possibilità di un mercato globale della Co2 con regole chiare e condivise. Ma nonostante gli sforzi da parte delle Nazioni Unite di rendere più efficace il meccanismo di controllo alla Cop28, la mancata regolamentazione dei mercati volontari rende vulnerabili quei Paesi dove vengono sviluppati i progetti.

È il caso del Kenya, come denuncia da tempo l’ong Survival International, associazione per i diritti umani e dei popoli indigeni, che ha raccontato in diversi report la condizione delle comunità impattate dai progetti di carbon credits.

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A quanta sovranità si può rinunciare per ottenere un reddito?

In un comunicato l’ong denuncia che la discussione alla Cop28 in questi giorni minaccia particolarmente i diritti delle popolazioni indigene. Come riportato dal magazine sul clima Climate Home News in un’inchiesta che anticipava la Cop di pochi giorni, una società di Dubai presieduta da un membro della famiglia reale, la Blue Carbon, ha in programma di acquisire aree boschive grandi quanto il Regno Unito e di vendere i crediti di carbonio derivanti dalla loro conservazione secondo un meccanismo stabilito dalle Nazioni Unite in sei paesi africani. L’accordo tra la Blue carbon e il Kenya in particolare segue la scia delle dichiarazioni del presidente William Koto che ha dichiarato più volte che i crediti di carbonio rappresentano “una miniera d’oro”.

Secondo Simon Consuell, esperto Rainforest di Survival International e autore del report “Carbonio insanguinato”, la corsa ai crediti di carbonio rappresentano “un potenziale incredibile guadagno” per il presidente del Kenya ma il compremesso è alto. “A quanta sovranità il Kenya è disposto a rinunciare per ottenere un reddito dai crediti di carbonio?”. ha riferito a Economiacircolare.com.

L’African Carbon Markets Initiative (ACMII), un consorzio sostenuto dalle Nazioni Unite, ritiene che l’Africa utilizzi solo il 2% del suo potenziale annuale di crediti di carbonio mentre l’obiettivo è che l’Africa venda 100 miliardi di dollari di crediti all’anno entro il 2050. Per l’Economist anche solo una frazione di questa cifra sarebbe una toccasana per un continente in cui gli investimenti diretti esteri annuali non hanno mai superato gli 80 miliardi di dollari. La spinta è così forte che il Kenya ha modificato la legge nazionale sul cambiamento climatico per assicurarsi che i propri progetti siano conformi. “Introdurre un registro nazionale aperto e trasparente è un primo step” sostiente Consuell. “Il Kenya l’ha annunciato ma non è ancora attivo”.

Per l’esperto di Survival il caso della Blue Carbon non è rappresenta uno scandalo ma piuttosto la normalità dei mercati volontari. “Il 90% dei carbon credits sono una truffa” dichiara. “L’espansione del mercato volontario, con l’applicazione di un mercato globale ad esempio, risulta problematica se si pensa al fatto che il mercato non è regolamentato. Credo che alla Cop non raggiungeranno nessun accordo ma ci sono alcuni Paesi lo vogliono fortemente, come gli Stati Uniti, e altri che ne comprendono i rischi, come l’Unione Europea”.

Un nuovo mercato globale dei crediti di carbonio, infatti, non esclude la possibilità di includere progetti che impattano sulla la vita delle comunità indigene, soprattutto se legati a deforestazione e consumo di suolo e terra.  “Il pericolo maggiore è questo”, continua Consuell. “Quello che sta cercando di fare l’UNFCC alla Conferenza delle Parti è modificare il meccanismo sotto l’articolo 6.4 dell’accordo di Parigi per coinvolgere le popolazioni indigene. Ma qui non si tratta di coinvolgerle, si tratta di difenderne i diritti”.

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L’analisi di Carbon Brief

A fare eco alle osservazioni di Simon Consuell è Carbon Brief, un’organizzazione di giornalisti climatici il cui lavoro è stato definito dal presidente della Cop26 Alok Sharma come “incisivo, informativo e influente”. Carbon Brief ha recentemente pubblicato un’analisi globale dei report contemporanei sui progetti di compensazione che sottolinea diverse critiche rispetto ai crediti di carbonio. Le indagini sui singoli progetti di compensazione delle emissioni di carbonio da parte di giornalisti e organizzazioni non governative hanno rivelato che molti di questi programmi possono avere impatti devastanti per le popolazioni indigene e le comunità locali. Inoltre molti programmi sopravvalutano la propria capacità di ridurre le emissioni.

Spulciando tra i resoconti originali dei media pubblicati negli ultimi cinque anni e analizzando la banca dati sui conflitti ambientali più completa al mondo, Carbon Brief mette insieme per la prima volta queste storie per creare un quadro dettagliato dell’ampiezza e della portata degli impatti in tutto il mondo. Oltre il 70% dei rapporti esaminati provoca danni alle popolazioni indigene e alle comunità locali. Nella maggior parte dei casi, le popolazioni indigene sono state allontanate con la forza dalle loro terre a causa delle compensazione in diversi paesi tra cui la Repubblica del Congo, la Repubblica Democratica del Congo (RDC), l’Amazzonia brasiliana, colombiana e peruviana, nel Kenya, in Malesia e in Indonesia.

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