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mercoledì, Settembre 22, 2021

Plastica: cos’è? E quando è riciclabile?

Dal greco “plastikḗ” indica una famiglia di materiali caratterizzati dalla capacità di essere plasmati nelle più varie forme. Può essere artificiale, sintetica, da fonti fossili o rinnovabili, riciclabile, biodegradabile, compostabile. Vi spieghiamo le differenze

Valeria Morelli
Content Manager e storyteller 2.0. Fa parte del network di Eco Connection Media. Si occupa di strategie di comunicazione web, gestione social, consulenza 2.0 e redazione news e testi SEO. Per Green Factor, all’interno dell’ufficio stampa, si occupa delle relazioni istituzionali.

La plastica è un polimero artificiale, creato in laboratorio, con una struttura macromolecolare che, in determinate condizioni di temperatura e pressione, subisce variazioni permanenti di forma.

Il termine plastica deriva dal latino “plastĭca” e dal greco “plastikḗ” e indica appunto “l’arte del modellare’ proprio a sottolineare la capacità di questo materiale di essere plasmato in varie forme.

Si parla più precisamente di plastica artificiale per indicare quella derivante dalla trasformazione di polimeri naturali – come la cellulosa e la caseina – e di plastica sintetica – la quasi totalità – per indicare il materiale prodotto tramite il processo di polimerizzazione di idrocarburi leggeri (petrolio e gas).

Considerato che non esiste un solo tipo di plastica è più corretto parlare, al plurale, di materie plastiche ognuna con la sua formula chimica, le proprie caratteristiche e campo di applicazione.

Come anticipato, la quasi totalità delle plastiche viene prodotta tramite un processo di polimerizzazione che ha inizio da un derivato del petrolio: si tratta di un procedimento in forza del quale i monomeri che compongono le svariate sostanze che formano la plastica vengono fusi tra loro mediante il calore prodotto da appositi macchinari. In base alla reazione a questo processo le plastiche si possono dividere in materie termoplastiche e termoindurenti.

Sono definite termoplastiche quelle che, una volta riscaldate, acquistano malleabilità: in altre parole possono essere modellate per creare infiniti oggetti e, una volta raffreddate, tornano ad essere rigide. Diversamente le plastiche termoindurenti, una volta riscaldate, subiscono una trasformazione irreversibile, non sono quindi più deformabili e, se sottoposte nuovamente a calore, tendono a carbonizzarsi.

Come sono nati questi materiali che hanno rivoluzionato la società moderna?

La storia della plastica

Le plastiche sono nate allo scopo di sostituire costosissimi materiali naturali come avorio, vetro e ceramica, e che, oltre ad essere poco costose, fossero di facile reperibilità, versatili e assicurassero una più semplice lavorazione. La loro storia inizia nella seconda metà del XIX° secolo, quando l’inglese Alexander Parkes brevetta il primo materiale plastico semisintetico, la parkesina, come sostituto della gomma, ma senza ottenere il successo sperato. Maggiore riscontro ebbero invece, nel 1870, i fratelli americani Hyatt che brevettarono la formula della celluloide per sostituire l’avorio nella produzione delle palle da biliardo. Fu però il ‘900 l’era della plastica. Nel 1907 il chimico belga-americano Leo Baekeland creò la bachelite, la prima vera plastica sintetica che ebbe una produzione di massa: pensate che anche i primi dischi a 78 giri erano realizzati con questo materiale.

È a partire dagli anni ‘30 del secolo scorso, e soprattutto con la Seconda guerra mondiale, che la plastica decretò il suo trionfo con la nascita di una vera propria industria le cui fondamenta poggiavano sulla sua materia prima: il petrolio.

Una crescita che si amplificò a partire dal 1960 quando le plastiche diventarono insostituibili in tutti i settori – dall’industria, alla moda, all’arte – rivoluzionando il modo di vivere delle persone e contribuendo ad affermare quella società del consumismo e dell’usa e getta che oggi, come ben sappiamo, ha causato uno dei più gravi problemi ambientali che l’umanità si trovi ad affrontare: l‘inquinamento da plastica.

Secondo i dati raccolti ed analizzati dal sito Our World in Data, sito di pubblicazione scientifica, dal 1950 ad oggi sono state prodotte circa 8.300 milioni di tonnellate di plastica; 5.800 milioni di queste non sono più in uso, ma solo il 9% è stato riciclato, mentre il restante 91% è stato bruciato o disperso nell’ambiente.

Quindi cosa fare, oggi, di tutta la plastica prodotta e che ancora si produce? Possono esserci delle alternative sostenibili?

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Come smaltire le plastiche

Le plastiche innanzitutto non sono biodegradabili o meglio si degradano solamente alla fine di un lunghissimo processo. Ad esempio, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente, se disperso nell’ambiente, un sacchetto di plastica rimane per circa 15 anni.

Attualmente sono due i processi di smaltimento dei materiali plastici: l’incenerimento che avviene negli appositi impianti di smaltimento dei rifiuti e il riciclo al quale si può aggiungere il riuso, anche se purtroppo praticato ancora in minima parte.

Ad oggi in Italia si cerca di incentivare i processi di raccolta differenziata e riciclo per consentire di recuperare la plastica, risparmiare energia ed evitare nuove emissioni di CO2 per produrne di nuova.  Tuttavia, solo alcuni tipi di plastica possono essere riciclati.

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Tipologie di plastica riciclabile

Innanzitutto, è importante precisare che il riciclo può aver luogo solo a seguito di una corretta raccolta differenziata; regola generale, per quanto riguarda la raccolta della plastica, è quella che, ad oggi, possono essere conferiti nell’apposita pattumiera solo imballaggi, flaconi e contenitori e non generici oggetti di plastica come, ad esempio, i giocattoli. Nello specifico le tipologie di plastica riciclabile sono identificate con un simbolo riportato sulla confezione. Lo avrete sicuramente incontrato tante volte posto sui contenitori di detersivi, bevande e scatole: si tratta di un triangolo di frecce sottili che riporta, al proprio interno, un numero che va da 1 a 7. Il numero è importante perché indica il tipo di polimero a cui appartiene la plastica usata per realizzare il prodotto: ad esempio il triangolo al cui interno è riportato il numero 1 individua il PET che viene usato per realizzare le bottigliette.

Se il numero contenuto all’interno del triangolo va da 1 a 6, l’imballaggio è realizzato con plastica riciclabile. Al contrario, se all’interno del simbolo è scritto il numero 7, ci troviamo di fronte ad un tipo di plastica non riciclabile che andrà quindi conferita nella frazione secca dell’indifferenziata fatta salva l’ipotesi che sia una bioplastica certificata compostabile (su cui si veda infra).

Nel tentativo di sviluppare alternative alla plastica, negli ultimi anni si sono sviluppati studi ed applicazioni pratiche sulle bioplastiche.

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Bioplastiche cosa sono e perché sono una alternativa alla classica plastica?

Con il termine bioplastiche si indicano quei materiali e quei manufatti, siano essi da fonti rinnovabili che di origine fossile, che hanno la caratteristica di essere biodegradabili e compostabili. l

In particolare, le bioplastiche che derivano da fonti rinnovabili possono avere proprietà simili alla classica plastica, ma sono prodotte impiegando, in tutto o in parte, materie prime di origine vegetale come la canna da zucchero, la cellulosa degli alberi, oli vegetali e amido di mais. È proprio l’impiego di tali materie prime che fa delle bioplastiche da fonti rinnovabili un’alternativa ecosostenibile alla tradizionale plastica. Un esempio è il PLA, acido polilattico, derivato dall’acido lattico prodotto dalla fermentazione del latte con il quale possono essere realizzate, tra l’altro, anche le stoviglie monouso.

Bioplastiche biodegradabili e compostabili

Nel linguaggio comune spesso si parla di bioplastiche biodegradabili. Tuttavia, è importante sottolineare che tutti i materiali sono biodegradabili: ciò che varia è il tempo in cui avviene questo processo che, per la classica plastica, può durare diversi anni mentre, nel caso di questi nuovi materiali, si limita ad alcuni mesi.

Più correttamente bisogna parlare di bioplastiche compostabili in relazione a quelle certificate come tali. Ciò significa che i manufatti (come alcuni oggetti monouso quali piatti o posate) possono degradarsi, mediante il processo di compostaggio industriale, trasformandosi in compost, terriccio.

La normativa di riferimento che chiarisce quando un oggetto può definirsi compostabile è la EN 13432 del 2002 che stabilisce i criteri di compostabilità. Per essere tale un prodotto deve decomporsi del 90% in 6 mesi se sottoposto ad un ambiente ricco di anidride carbonica; a contatto con materiali organici per un periodo di 3 mesi, la massa del materiale deve essere costituita almeno per il 90% da frammenti di dimensioni inferiori a 2 mm; deve assicurare bassi livelli di metalli pesanti; deve avere valori di pH entro i limiti stabiliti; assenza di effetti negativi sul processo di compostaggio.

Un esempio di biopolimero biodegradabile e compostabile è il Mater-Bi con il quale si realizzano numerosi prodotti impiegati nella vita quotidiana: dai sacchetti per fare la spesa alle eco-stoviglie. Il solo fatto che un bene sia realizzato con un biopolimero non conferisce all’oggetto stesso la qualifica di compostabile.

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Come capire se l’oggetto realizzato in bioplastica è oltre che biodegradabile anche compostabile? 

Leggendo bene quanto riportato sulla sua etichetta, nella quale dovrà essere presente un marchio che ne attesti la compostabilità. Tale marchio viene rilasciato da appositi enti certificatori dopo che gli stessi hanno verificato il rispetto dei criteri previsti dalla normativa. Nel caso in cui il bene sia realizzato con una bioplastica biodegradabile e compostabile potrà essere conferito direttamente nella raccolta della frazione umida per essere poi avviato al compostaggio.

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