lunedì, Gennaio 17, 2022

Per un’economia ecologica di pace

La crisi ecologica globale dovrebbe convincerci, una volta di più, della necessità di ripensare l’economia per metterne in discussione la centralità nella nostra vita e in quella del pianeta, partendo dalla considerazione che la “scienza economica” è, in realtà, una disciplina sociale, al servizio di altre discipline. E che è alla politica che andrebbe lasciato il compito di occuparsi della riorganizzazione della società

Emanuele Profumi
È ricercatore in filosofia politica e giornalista free lance. Collabora con diverse università italiane ed europee. Scrive e pubblica per riviste italiane (es: Micromega, Left, La Nuova Ecologia) e straniere (es: Le Monde Diplomatique) ed è stato anche corrispondente estero per alcuni giornali e riviste italiani (Londra, Parigi, Atene, Messico). In Italia ha già pubblicato una trilogia di reportage narrativi (le "Inchieste politiche") sul tema del cambiamento sociale e politico: sul Cile (Prospero, 2020), sulla Colombia (Exorma, 2016) e sul Brasile (Aracne, 2012). È professore di "Introduzione ai Peace Studies" presso l'Università di Pisa, e scrive e pubblica saggi filosofici. L'ultimo libro di filosofia è una curatela realizzata insieme all'importante filosofo italiano Alfonso Maurizio Iacono (Ripensare la politica. Immagini del possibile e dell'alterità. Ets 2019).

È possibile affrontare davvero la profonda crisi ecologica senza capire come superare una società-mondo ormai pervasa da quello che, prendendo a prestito un’idea dell’antropologo Marcel Mauss, si potrebbe chiamare “fatto sociale totale”?

Mi riferisco a ciò che comunemente si chiama “capitalismo” nella sua ultima fase devastante, ovvero la cosiddetta globalizzazione neoliberista. Per affrontare un dibattito pubblico sull’alternativa economica ecologicamente sostenibile, come stiamo facendo con coraggio su questa rivista, si dovrebbe iniziare a rispondere a partire da un’altra coppia di domande. Cosa segna maggiormente la realtà del capitalismo neoliberista? La prospettiva teorica dell’economia accademica può davvero aiutarci ad elaborare un’alternativa?

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Il neoliberismo, ultima espressione del doppio imperialismo economico capitalista

Cominciamo dall’inizio. Se diamo credito ad uno dei maggiori critici del capitalismo del secolo scorso, Cornelius Castoriadis, possiamo affermare che il neoliberismo radicalizza le caratteristiche principali del capitalismo e del suo immaginario.

Castoriadis, infatti, riteneva che il capitalismo fosse una “creatura moderna” profondamente guidata dall’idea di controllo totale. Questa convinzione si radica nel modo di pensare e rendere effettiva la forma economica portata avanti sin dalla nascita delle banche, e costituisce il motore nascosto dello sviluppo tecnologico, oltre ad essere ormai un postulato pervasivo ed implicito dell’immaginario sociale delle società contemporanee. Il che significa che, nelle nostre società, l’idea che è sempre possibile e realizzabile aumentare la propria potenza ad ogni livello non è solo un’opinione diffusa, ma diventa una vera e propria norma di orientamento sociale, che informa le nostre istituzioni e le nostre relazioni. Nel nostro immaginario collettivo, per esempio, ciò si lega all’idea di libertà assoluta, intesa come arbitrio assoluto, che viene di solito usata per affermare il primato dell’economia sulle altre discipline sociali e la centralità del valore economico (il denaro) per la totalità dell’organizzazione sociale.

Inoltre, Castoriadis è convinto che se il capitalismo è una forma sociale che rende tutto mercificabile è perché il suo fine, per quanto possa apparire assurdo, è quello di aumentare in modo infinito la produzione diminuendone i costi, generando un circolo vizioso dove la produzione per la produzione e il consumo per il consumo sono i veri obiettivi sociali ed economici generali. È su questo imperativo che si fonda la sua “razionalità”, si organizza il ciclo produttivo, e si delegittima e schiaccia ogni altro tipo di norma, valore o finalità umana. Ecco perché la crescita per la crescita diventa la logica decisiva di cui si dota lo sviluppo capitalista e il suo immaginario ormai ampiamente condiviso, generando inevitabilmente il disastro ecologico in corso.

Se ci pensiamo bene, in effetti, quando negli anni ‘90 l’Organizzazione mondiale del commercio si affianca al Fondo monetario internazionale e alla Banca mondiale, e il neoliberismo diventa ufficialmente il sistema economico globale a cui tutti devono adeguarsi, la politica economica che ne consegue non è altro che l’arrogante e cinica santificazione di un modello economico imperiale che porta alle estreme conseguenze la logica della massimizzazione dei profitti a scapito di tutto (dell’essere umano stesso e della Terra), ergendo il consumismo a cultura planetaria.

Ecco anche perché, sulla base delle osservazioni di Castoriadis, Serge Latouche elabora la prospettiva della decrescita. Ma, per quanto si possa apprezzare e condividere la validità di questa prospettiva critica, c’è un altro aspetto che segna in profondità l’economia nella nostra società globale, messo in evidenza proprio dalle osservazioni di Castoriadis, e che costituisce l’altra faccia della stessa medaglia.

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Il dominio economico

La necessità espansiva capitalista, che porta questa economia a imporsi su tutto e tutti e ad essere la principale responsabile diretta della nostra crisi ecologica, legata al doppio imperativo dell’iper produzione e dell’iper consumo (all’hubris della crescita), si regge anche su una logica del dominio. La competizione che la società capitalista aveva già considerato il cuore del dinamismo economico, si palesa in modo ancora più chiaro proprio con l’affermazione storica della globalizzazione neoliberista: il principio di potenza è lo strumento principale e legittimo per organizzare la produzione e la società, e l’industria militare non solo è ampiamente legittimata, ma ne costituisce uno degli ambiti imprescindibili. Del resto, cos’è la competizione capitalista se non, in fondo, espressione della forza bruta e della “ragione del più forte”?

La concentrazione del capitale, come già individuato da Marx, non è un aspetto marginale di questa forma economica, ma una delle regole principali del funzionamento che la ordina e sorregge: la competizione è un conflitto violento che sancisce chi ha diritto e ragione di “sopravvivere e prosperare”. Spesso malcelata sotto frasi ridicole del tipo “che vinca il migliore”, questa logica arcaica di esclusione, sopraffazione e rapina, fa del capitalismo un sistema economico e sociale necessariamente corrotto, colonialista, militare e distruttivo. Mossa dalla logica del più forte (del più potente, di chi può esercitare dominio), la follia di “massimizzare” la competizione attraverso la concorrenza “perfetta” tra i soggetti economici, non solo è una finzione teorica e politica del tutto ideologica, ma genera concentrazione di potere ed esclusione di ogni tipo, in primis sul piano economico e politico. Per capirlo basta guardare la nostra storia, così come il nostro presente: lasciare che il “mercato si autoregoli” significa che è il “sistema economico” a ordinare la società, che diventa la fonte principale del potere collettivo, imponendo alla politica dei diktat a cui si può sottrarre solo quando vi può opporre una forza altrettanto importante (il che non è quasi mai il caso, purtroppo). Insomma, il capitalismo conserva in sé la logica del dominio tipica delle forme pre-moderne di potere sociale autoritario (e totalitario contemporanee). Negli ultimi 40 anni il neoliberismo la sta cercando di “normalizzare” per creare un ambiente favorevole all’affermazione della crescita infinita; come a voler sancire che l’illimitatezza della crescita si accompagna necessariamente all’illimitatezza del dominio dell’essere umano su sé stesso e sulla natura, in barba alla devastazione del pianeta e al proliferare di guerre, armi, e della minaccia atomica.

Come non considerare, infatti, la diffusione della corruzione finanziaria, della privatizzazione e della mercificazione di ogni ambito dell’esistenza, delle rendite di posizione e della diseguaglianza economica e politica, delle economie criminali, della valorizzazione dell’industria militare, della moltiplicazione delle nuove schiavitù, della precarietà economica come modello di vita, dell’indebitamento come paradigma che accerta la sudditanza ai soggetti economicamente più forti (come le banche, per esempio), una conseguenza della doppia logica e finalità imperiale di questo modello di società incentrato su un certo tipo di economia? Come non legarla al fatto che, nelle società occidentali, l’aumento delle merci e delle opportunità sociali si dà mentre si diffondono forme d’ansia, angoscia e stress (il malessere psicologico e sociale), prodotte dalla crescente insicurezza sociale e da un impoverimento materiale e umano importante, ossia che diminuisce il benessere reale in società sature di merci e “possibilità”? La pandemia ha reso più evidenti tutte queste tendenze, incluso il peggioramento delle condizioni psico-sociali a cui si sta prestando necessariamente attenzione. A differenza di quanto sostenuto da Tim Jackson su questa rivista, non è la pandemia ad averle create né il sistema economico neoliberista ad essere stato messo in crisi dalle politiche economiche di contrasto all’emergenza sanitaria, bensì quest’ultimo ad essere stato messo a nudo proprio da quelle politiche.

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Ripensare l’economia? Rivedere la generazione del valore economico

 Per questo il capitalismo come “forma sociale totale” non è riformabile. Qualsiasi prospettiva teorica che vuole ripensare l’economia per affrontare davvero la crisi ecologica ed umana che stiamo vivendo non deve dimenticarlo. Dovrebbe, piuttosto, aiutarci a capire come superarlo. Ma come si fa a ripensare questo modello di società e l’immaginario economico che lo sorregge, sulla base di approcci teorici vagamente critici e in una società che lo rispetta?

Il primato della razionalità strumentale e del calcolo nell’approccio teorico neoclassico e in altre prospettive economiche che vanno per la maggiore, finisce per legittimare e sancire, come ci ricorda ancora una volta Edgar Morin davanti alle misure economiche prese nel contesto pandemico (Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus), un’economia che mette in pericolo la nostra stessa sopravvivenza. Come ha sottolineato anche Georgescu-Roegen, fondatore dell’economia ecologica, la mancata valutazione teorica dell’irreversibile processo di degradazione (entropia) e delle inevitabili limitazioni delle risorse materiali e immateriali (i limiti contestuali della biosfera, ma anche sociali e di tempo), per esempio, rende le teorie economiche del tutto irreali e irresponsabili. Ecco anche perché, però, è molto arduo poter immaginare un’economia che abbia uno “stato stazionario”, come immaginato anche da Herman Daly: la legge della termodinamica, da un lato, e la dimensione sociale-storica dall’altro, fanno del nostro ambiente fisico e della nostra specie, realtà in continuo movimento (creazione e distruzione, avrebbe detto Eraclito). Qualsiasi ipotesi classica di equilibrio, o di stato stazionario, non tiene conto delle tendenze temporali e del movimento sociale che attraversano le società. In particolare, le modellizzazioni economiche, molto diffuse in ambito accademico ormai da diverso tempo, sembrano condannate a valorizzare approcci sincronici, quantitativi e una razionalità ristretta, che tiene presente principalmente della matematizzazione algebrica e differenziale e di metodi di quantizzazione statistica che impediscono all’economia di tornare ad essere una disciplina sociale complessa, con forti radici filosofiche e riferimenti alle altre discipline umane, inevitabili per qualsiasi prospettiva teorica veramente fertile. Riferimenti che diventano necessari, tra l’altro, se si vuole ripensare l’economia per metterne in discussione la sua centralità e le sue forme di dominio.

La scienza economica tradizionale, come se non bastasse, non assume una logica circolare per spiegare le relazioni e le interrelazioni umane, né il fenomeno centrale dell’immaginario sociale, e neppure considera le complesse catene di retroazione che pure sono alla base di qualsiasi fenomeno umano, ma tende a spiegare la realtà mediante catene lineari basate sul principio di causa-effetto. Alcune volte, in modo del tutto anacronistico, ancora sostiene che esistono delle vere e proprie leggi universali o naturali di tipo economico, bypassando inspiegabilmente l’insegnamento delle “scienze dure” del ‘900 (la fisica e la biologia) e della filosofia.

Qualsiasi teoria economica che non vuole limitarsi a mettere le toppe a questo tipo di approcci, del tutto riduttivi e irreali, dovrebbe riscoprire una verità di fondo: la “scienza economica” è, in realtà, una disciplina sociale, al servizio di altre discipline, e in primis della politica (la più architettonica delle virtù, avrebbe detto Aristotele). È a quest’ultima che andrebbe lasciato il compito di occuparsi della riorganizzazione della società in base all’incontro, al confronto e al conflitto tra varie visioni della giustizia. Se, ovviamente, parliamo di una politica realmente democratica. Per “capire che essere sostenibili è la cosa giusta da fare”, come ricorda a ragione Berners-Lee su questa rivista, bisogna avere un’idea della giustizia, che è prima di tutto politica, non semplicemente culturale. È ad una specifica visione della giustizia ecologica e umana, assunta dal processo di trasformazione politica, che l’economia deve riferirsi se vuole tornare ad essere davvero una disciplina sociale.

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Un’economia ecologica di pace

In quest’ottica, la teoria economica  dovrebbe insegnarci a vedere il valore economico non nell’ambito produttivo ma in quello relazionale legato all’autonomia solidale, per abbandonare la centralità che ha oggi l’economia sulla vita della nostra specie e del pianeta, e renderla parte di un più generale di un processo di trasformazione politica e democratica.

Il che significa che ci sarebbe bisogno di sostituire l’attuale architettura economica mondiale con nuove forme economiche non mercantili, non sottomesse alla logica del profitto, e che riscoprono e favoriscono la logica e la dinamica del dono a cui si riferisce Mauss (oggi sostenuta principalmente da Alain Caillé). Un’economia ecologicamente sostenibile al servizio di una “società di pace”, dove la competizione non è guerra, ma emulazione positiva in vista del bene comune, che grazie a processi partecipativi democratici si cerca di sancire per tutti. Per espellere alienazione, sfruttamento ed esclusione dal processo produttivo, così come il desiderio di possesso, potenza e superiorità dalle dinamiche relazionali e di consumo, c’è quindi bisogno di ripensare la creazione del valore economico.

Solo innescando una profonda mutazione dell’immaginario economico e sociale si può spostare tutto dalla produzione di beni materiali (cose), finalizzata ad un consumo eccessivo e nocivo, alla realizzazione di partecipazione diretta al potere collettivo (civico-politica), di forme di cura reciproca (non necessariamente di medicalizzazione, ma di attenzione alle relazioni affettive e ai contesti umani e ambientali), di processi di trasformazione e risoluzione dei conflitti sociali a tutti i livelli di gruppo (dalla coppia ai gruppi di lavoro passando per le comunità e quartieri metropolitani, etc), di micro economie della relazione, del gioco e della festa, di valorizzazione del lavoro educativo nell’ottica di una formazione continua (alla pace e alla nonviolenza, prima di tutto), di ricerca ed esplorazione in ogni campo dell’esistenza, di sostegno all’espressione artistica diffusa e condivisa, ma anche, perché no, a forme di spiritualità libere dalle gerarchie religiose, etc.

Insomma, partendo dalla consapevolezza che la cultura è il cuore di qualsiasi società, bisognerebbe metterla al centro dell’economia grazie ad una visione della giustizia che guida il progetto di una società politica e democratica. Per farlo la logica della decrescita (da intendere, prima di tutto, come riduzione o eliminazione del comparto industriale-militare, del settore finanziario globale – e quindi della speculazione economica come tale -, e dell’affermazione dell’economia circolare e della conversione ecologica in tutti i settori produttivi) va armonizzata con la crescita di nuove “economie sociali e relazionali”. In una spirale di trasformazione in grado di sostituire gli attuali settori dell’economia con altri, nuovi, o con alcuni già presenti, anche se completamente ripensati, rigenerati e rafforzati in base ad una società pervasa da un immaginario ecologista e nonviolento.

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