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lunedì, Luglio 26, 2021

Eccellenza dall’eccedenza. La filosofia di Daniela Ducato

Ricavare prodotti per l'edilizia con performance eccezionali partendo dagli scarti: da quelli della lana a quelli delle falegnamerie fino alle aziende vinicole. Uno dei volti italiani dell'innovazione green.

Daniele Di Stefano
Giornalista, scrive per diverse testate. È convinto che la sostenibilità ambientale abbia a che fare con la salute (del pianeta e la nostra), con l’innovazione e la competitività delle imprese, con la qualità della vita e la giustizia sociale.

Cagliaritana, 61 anni e due figli, Daniela Ducato è in Italia una delle voci più innovative dell’economia circolare, quell’economia circolare che l’Europa vuole al centro della ripresa e del Recovery plan nazionale. Chiamatelo pure pensiero laterale: per lei gli scarti sono opportunità. Partendo dagli scarti – quelli delle sottolavorazioni agricole, boschive, alimentari, dal sughero alle bucce di pomodori – con Edizero, filiera di industrie verdi, ha contribuito alla creazione di prodotti e posti di lavoro. Ve la raccontiamo qui, in attesa di ascoltarla nel Circular Talk di oggi pomeriggio.

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S’aggiudu torrau

La premessa da fare è che Daniela Ducato rifugge il protagonismo. Per lei il successo non è mai ‘io’ ma è sempre ‘noi’. Qualche anno fa, intervistata da Ermete Realacci – che nel suo volume “Green Italy” la annoverava tra i campioni nazionali della sostenibilità – Daniela per dirlo usava la lingua della sua terra: “S’aggiudu torrau”, l’aiuto reciproco. L’aiuto, le sinergie, sono il cuore del suo modo di fare, e immaginare, un’impresa. “Io rappresento solo la creatività collettiva”, ha detto all’ANSA in occasione di uno dei tanti premi ricevuti, definendosi “”capitana di una squadra fatta di imprenditori, ricercatori, progettisti e comunità del sapere locale e globale”.

L’avventura di Daniela come campione dell’innovazione sostenibile parte dalla Banca del tempo del suo Comune, Guspini (Medio Campidano): dove le persone offrivano competenze e capacità in cambio di tempo. È grazie all’esperienza della Banca del tempo che il principio della circolarità e dello scambio di competenze vengono calati anche in ambito culturale, sociale e poi industriale.

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Eccellenza dagli scarti: la Filiera Edizero

Da lì parte un percorso – coi prodotti della linea Geolana, che trasforma sottoprodotti e scarti di lana, destinati a diventare rifiuti perché non adatti alla filatura, in prodotti geotessili (usati a contatto col terreno per migliorarne le caratteristiche) o isolanti termici per pareti e tetti verdi – che poi si allarga ad impiegare centinaia di altri scarti. Ne nasce Filiera Edizero – Architecture For Peace, una serie di aziende che in Sardegna realizza a chilometro zero oltre 150 prodotti rinnovabili, oil-free, tracciabili e certificati per diversi settori dall’edilizia alla geotecnica (difesa del suolo).

Tra i prodotti Edizero, le pitture Edilatte, “le prime al mondo con zero acqua, con un risparmio di volumi e di imballaggi del 90%, ed ottenute da sottolavorazioni minerali 100% di materia seconda, zero sfruttamento di cave, zero acqua, zero petrolio”, racconta Daniela Ducato. E per i colori si sfruttano eccedenze agricole, scarti delle falegnamerie, dei frantoi e delle aziende vinicole che producono Barbera, Chianti, Cannonau. Prodotti garantiti dalla certificazione etica ambientale ANAB (Associazione nazionale architettura bioecologica) rilasciata dall’ente certificatore ICEA – perché Daniela, nell’azienda di famiglia che commercializza appunto prodotti per l’edilizia, ha imparato che il greenwhasing è sempre dietro l’angolo.

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E poi gli isolanti in canapa Canapa tech, o quelli in sughero sardo Edisughero; adesivi, colle, intonaci, malte ecologiche Terramia; fino ai banner “mangiapetrolio” Geolana salvamare, impiegati nei porti e nei moli di bunkeraggio dove le barche fanno rifornimento di gasolio, per limitare i danni negli sversamenti di olii e idrocarburi, anch’essi certificati ICEA.

Tutti prodotti ecologici e circolari, ma anche efficaci e niente affatto di nicchia, garantisce Daniela: “Perché un materiale venga usato in edilizia – spiega a EconomiaCircolare.com – non basta che abbia caratteristiche ambientali, che sia ecologico: deve avere anche capacità di resa e performance eccellenti, deve avere gli stessi requisiti dei materiali inquinanti, che banalmente oggi chiamiamo ‘tradizionali’”. Un isolante di canapa, ad esempio “può essere certificato, realizzato a chilometri zero, e con un ottimale potere isolante, altrimenti l’impresa edile non lo acquista. I nostri prodotti sostenibili a parità di prestazione hanno anche costi sostenibili, quindi allineati al mercato”.

I premi

Cavaliere della Repubblica, Daniela, insieme al team di Edizero ha ricevuto moltissimi premi, nazionali e internazionali. Riconoscimenti sono arrivati da Legambiente, Fondazione per lo sviluppo sostenibile, Confindustria. Daniela è stata insignita del premio Sette Green Award e nel 2013 è stata premiata a Stoccolma con l’Euwiin International Award come miglior innovatrice d’Europa nell’edilizia verde. Fortune l’ha incoronata imprenditrice più innovativa d’Italia, e per il New York Times i prodotti a cui ha dato vita sono tra le 10 innovazioni che possono salvare il Pianeta. Ambasciatrice dell’innovazione nell’Expo 2015 è stata tra le 21 case history scelte per rappresentano l’eccellenza imprenditoriale italiana, e nel 2016 Edizero ha rappresentato l’eccellenza italiana al World Economic Forum di New Delhi. Ma ci sono anche premi che Daniela Ducato non ha voluto ricevere.

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Innovazione femminile?

Il mercato non guarda se l’innovazione è femminile o maschile. Il mercato ha bisogno di risposte: se la risposta arriva da una donna o da un uomo non importa. L’importante è dare risposte alle esigenze”. Daniela ha le idee chiare sulla “questione femminile”. Ad esempio ha rifiutato alcuni premi dedicati appunto all’innovazione femminile: “Parlare di innovazione femminile è un autogol che ci colloca in una sorta di riserva indiana, una sottocategoria che non ci rende giustizia. Io voglio essere considerata come sono considerati gli uomini non di più e non di meno”.

Alle donne, dice Daniela, “si chiede di più e si perdona di meno. Quando ci dicono che siamo più brave, che sappiamo fare tutto, che siamo multitasking, non ci stanno facendo un complimento, ci stanno invece caricando di un peso: ci viene chiesto di essere instancabili, impeccabili, bioniche”. E lei? “Quando l’ho capito ho subito fatto emergere il contrario, il fatto ad esempio di avere bisogno di aiuto, e senza vergogna per la mia fragilità. Io non voglio essere né santa donna né donna bionica”.

Piuttosto che auto-recludersi dentro steccati di genere, Daniela Ducato non perde la sua indole da innovatrice anche fuori dalle mura dell’impresa. Grazie ad una sua iniziativa, quella di Guspini è “la prima zona industriale al mondo in cui tutte le strade e le piazze sono intitolate alle donne: donne scienziate e donne innovatrici in tanti settori, da quello industriale a quello sociale”, sottolinea. Mentre la grande maggioranza delle strade sono intitolate a uomini, “la toponomastica riflette la storia, è giusto che la storia evolva e racconti anche le donne”. E così la strada per entrare nella zona industriale del Comune sardo è “via Eva Mameli, sarda, prima donna che ha potuto studiare in un liceo scientifico pubblico e la prima donna a conseguire in Italia la libera docenza di botanica in una università”.

Una società in ritardo

“Tutte le cose che ho fatto, avrei voluto farle prima”, spiega con un filo di rammarico Daniela. “Mio marito fa un lavoro che lo ha sempre assorbito moltissimo, e dovendo seguire i figli e non avendo la famiglia vicina per aiutarmi, ho potuto dedicarmi al settore dell’innovazione solo a quasi 50 anni”. Il grande problema, aggiunge, è che “la società fa ancora fatica ad organizzarsi per le famiglie, e alla fine il carico che ricade sulle donne è sempre maggiore”. Con effetti negativi non solo sulle singole donne ma stessa società che paga i suoi limiti in termini di mancata – o ritardata, come nel caso di Daniela – iniziativa. “Rispetto a 20 anni fa le cose sono certamente cambiate in meglio, ma non ancora ad un livello che dovrebbe consentire alle donne di avere tante scelte, e non solo scelte obbligate”.

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