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lunedì, Luglio 26, 2021

ReFashion Week: a New York la circolarità va in passerella

Dal 26 febbraio al 5 marzo va in scena a New York la ReFashion Week. L'evento dedicato al riuso, all’upcycling e alla sostenibilità nel settore dell’abbigliamento è giunto alla sua terza edizione. Con l’obiettivo di ridurre i rifiuti e l'impegno a diffondere buone pratiche. Ed è possibile dare il proprio contributo

Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

A pochi giorni di distanza dalla famosa Fashion Week, New York diventa lo scenario virtuale di un altro evento dedicato alla moda, ma una moda, in questo caso, tutta circolare. Dal 26 febbraio al 5 marzo va in scena la ReFashion Week, evento dedicato al riuso, all’upcycling e alla sostenibilità nel settore dell’abbigliamento, giunto quest’anno alla sua terza edizione.

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Con la pandemia in corso e gli appuntamenti dal vivo ancora bloccati, la ReFashion Week quest’anno si è svolta online, tra incontri su Zoom e un marketplace virtuale sviluppato da Gather. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra la Sanitation Foundation, partner non profit del Department of Sanitation della municipalità, e DonateNYC, programma che mette in comunicazione chi ha oggetti da donare con chi ne ha bisogno. Nel corso delle passate edizioni, i due gruppi hanno creato una rete con enti pubblici, aziende private e non profit, grazie alla quale si sono attivate le collaborazioni che oggi danno vita alla settimana di eventi.

Julie Raskin, direttore esecutivo della Sanitation Foundation, ha spiegato a EconomiaCircolare.com che, per una città come New York che si è posta l’obiettivo rifiuti zero entro il 2030, affrontare il problema dei rifiuti tessili è una parte importante della strategia di riduzione.

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“Capi d’abbigliamento e tessuti – ha detto Raskin – costituiscono una rilevante porzione dei materiali che finiscono nelle discariche della città di New York: ogni anno la metropoli manda in discarica 200mila tonnellate di abiti, scarpe e accessori che costituiscono circa il sei per cento del totale dei rifiuti prodotti”. Evitando che questi finiscano in discarica, si legge nel comunicato che accompagna l’iniziativa, si possono ridurre le emissioni di gas serra di 1.231.917 tonnellate, un risultato pari a quello che si otterrebbe piantando oltre 150mila ettari di foresta.

Sfilata di seconda mano

Con l’obiettivo di ridurre i rifiuti, quindi, la ReFashion Week si impegna a diffondere buone pratiche e modelli di consumo responsabili nell’ambito della moda. “Il nostro pubblico è composto da aziende che lavorano nell’ambito della sostenibilità, appassionati del settore, ma anche, sempre di più, professionisti della moda. Inizialmente erano soprattutto quelli un po’ più alternativi, ma adesso che anche la Fashion Week sta diventando più sostenibile, vediamo anche rappresentanti della moda mainstream che si interessano di questo settore”.

Quest’anno la manifestazione si è arricchita di una collaborazione che certifica l’approvazione della moda con la m maiuscola, quella con Vogue: due editor della prestigiosa rivista sono nella giuria della sfilata che concluderà la settimana, venerdì 5 marzo. “La sfilata – ci ha spiegato ancora Raskin – è realizzata interamente con abiti presi in prestito da negozi dell’usato e che i nostri stilisti, selezionati attraverso una open call, ricombinano per creare nuovi look. Le combinazioni che andranno in passerella sono raccolte in un lookbook che mostra quello che si può fare con pochi dollari. Dal momento che l’emergenza che stiamo vivendo ha avuto un forte impatto economico sulle persone, quest’anno è più importante che mai mettere in evidenza come si possano creare dei look bellissimi con una minima spesa”.

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Nuova vita al calzino

Cuore dell’evento è la fiera vera e propria che si svolge sulla piattaforma Gather. Sono oltre 50 gli espositori presenti quest’anno nel marketplace virtuale, aperto al pubblico il giorno dell’inaugurazione dell’iniziativa. Grazie a Gather, i visitatori, ognuno con il suo avatar, possono muoversi liberamente nello spazio virtuale, visitare gli stand e parlare con gli espositori. Guidati da Julie Raskin, noi di EconomiaCircolare.com abbiamo navigato la fiera in lungo e largo, consumando le suole delle scarpe del nostro avatar per parlare con più aziende e gruppi possibile.

Nello stand di Knickey abbiamo incontrato la co-fondatrice e CEO, Cayla O’Connell, che ci ha raccontato che il suo marchio, che produce abbigliamento intimo in cotone bio certificato, da commercio equo e a emissioni zero, ha di recente avviato una campagna per il recupero e riciclo dell’intimo usato, la prima al mondo. “I clienti possono andare sul nostro sito e, compilando un form, decidere che cosa vogliono riciclare, a quel punto il sito crea un’etichetta di spedizione con la quale l’utente può inviarci il materiale a costo zero”. In cambio, l’utente riceve un paio di slip gratis che vengono spediti a carico dell’azienda e con confezioni senza plastica.

Il materiale raccolto viene poi riciclato per diversi usi. “Facciamo downcycling di migliaia e migliaia di calze e calzettoni, mutande, costumi da bagno che vengono trasformati in materiali per usi secondari come isolanti, imbottiture per divani, tappeti, eccetera. Il programma sta andando molto bene e ne siamo felici: vogliamo davvero chiudere il cerchio della nostra catena di produzione, stando attenti sia a quello che immettiamo nell’ambiente che a evitare che i tessuti finiscano in discarica. Ci concentriamo sull’intimo perché non può essere reimmesso nei mercati secondari e terziari dell’usato, nè può essere donato”. Al momento il programma copre solo gli Stati Uniti ma l’azienda sta studiando soluzioni e collaborazioni per avviarlo anche su altri territori, con attenzione, tuttavia, alle emissioni prodotte per la spedizione.

Bambini e preziosi

Un altro settore che produce una grossa quantità di rifiuti è quello dell’abbigliamento per bambini. Come ogni genitore sa, nel corso della vita di un bambino si comprano decine e decine di vestiti che vengono utilizzati solo per pochi mesi. Un problema che l’azienda Cahoots ha pensato di affrontare con un programma a sottoscrizione che, a partire da 15 dollari al mese, consente di accedere a un guardaroba condiviso e prendere in prestito un certo numero di capi che, entro un anno, devono poi essere restituiti.

L’azienda si occupa anche di rammendare e modificare i vestiti danneggiati dopo l’uso, ma anche prima: lo stock di partenza infatti è composto da abiti fallati di marchi partner o da donazioni. “Questo è ciò che ci distingue da altre aziende che affittano vestiti – ci ha spiegato Eliza Edge, co-fondatrice e CEO di Cahoots – Noi cerchiamo di allungare la vita dei capi riparandoli, anziché avviarli al riciclo non appena minimamente danneggiati. Inoltre, in questo modo, abbiamo capi unici, individualmente rimodellati. Quindi non solo crei un guardaroba a basso impatto ma anche unico. L’idea è di serializzare la riparazione dei vestiti”.

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Settore più di nicchia ma dal grande potenziale è quello della bigiotteria. Il marchio Stella Lucchi, già presente all’edizione dell’anno scorso della ReFashion Week, si occupa di upcycling di gioielli e bigiotteria usati. “All’inizio avevo messo un annuncio su freecycle.org e andavo personalmente a ritirare il materiale porta a porta – ci ha raccontato la fondatrice, Luz Barbosa – Poi è iniziato il passaparola tra amici. Adesso sto iniziando a lavorare con una ditta specializzata di Londra che sta lanciando un sito internet proprio in questi giorni: gli utenti vanno sul sito e trovano il designer più vicino a loro e gli inviano la bigiotteria che non usano più. I designer danno loro un voucher da usare per l’acquisto dei prodotti upcycled. Il mio obiettivo di lungo termine però è quello di creare un centro di raccolta dove le persone possono andare a portare la vecchia bigiotteria”.

pagina Instagram Stella Lucchi

Spreco sulle punte

Ma lo spreco si nasconde anche negli ambiti più inaspettati e anche per questi la ReFashion Week propone soluzioni. Chi non ha mai fatto danza classica, per esempio, forse non sa che i ballerini professionisti utilizzano fino a quattro paia di scarpette con le punte al giorno.

“Sono un sacco di scarpe! – ha commentato Ozgem Ornektekin, una delle fondatrici di Petit Pas – Quando ho sentito questo numero, avendo una formazione da ingegnere, ho iniziato a fare due conti e mi sono detta che bisognava fare qualcosa per evitare questo spreco. Così ci siamo fatti donare delle scarpette per esaminarle. Le abbiamo smontate e ci siamo resi conto che, proprio perché devono adattarsi perfettamente al piede, non possono avere una lunga durata. Così abbiamo iniziato a pensare a quali prodotti secondari se ne potessero ricavare e siamo arrivati all’idea di bracciali, prodotti localmente a New York”.

L’azienda collabora oggi con la School of American Ballet che dona le scarpette usate a Petit Pas che, in cambio, offre parte del ricavato della vendita dei bracciali per l’acquisto di nuove scarpette per gli studenti della scuola.

pagina Instagram petyt pas nyc

Spazio alla creatività

Oltre al marketplace, la ReFashion Week è densa di appuntamenti dedicati alla sostenibilità nella moda, alla riduzione dei rifiuti, a stili di consumo alternativi e all’economia circolare. Inoltre, nel corso della settimana, su Instagram, si può partecipare alla ReFashion Challenge, postando foto di look creati con capi di seconda mano, taggando @refashionweeknyc e la stilista @fayedelanty che fornisce ispirazioni e stimoli dal suo profilo. Adesso tocca a voi: è ora di riaprire quel vecchio baule e dare spazio alla creatività.

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