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sabato, Dicembre 5, 2020

Economia circolare in Sicilia, cosa c’è oltre la buona volontà?

Nella Regione più estesa d'Italia il settore è ancora marginale, nonostante le buone volontà. Le priorità da anni sono concentrate sul settore dei rifiuti, che la Commissione Antimafia ha definito "un'emergenza costante". Mentre da gennaio si attende l'approvazione di un disegno di legge in materia

Andrea Turco
Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

“Se non si riesce a fare il minimo, figurarsi le cose complesse”. In qualità di deputata all’Assemblea Regionale Siciliana, Valentina Palmeri ha presentato il 23 gennaio 2020 le “norme per la prima applicazione dell’economia circolare nell’ambito della Regione Siciliana”: un disegno di legge molto avanzato, composto da 21 articoli, che mira a “uscire da un’economia concepita con un modello lineare basato su produzione, consumo e smaltimento, dove ogni prodotto è destinato ad arrivare a fine vita in discarica e passare a un modello integrato che gestisce le risorse naturali in maniera efficiente, ovvero aumentandone la produttività nei processi di produzione e consumo, riducendo gli sprechi e mantenendo il più possibile il valore dei prodotti e dei materiali”. Una vera e propria rivoluzione, insomma, che però deve fare i conti con i tempi elefantiaci della burocrazia e della politica. Attualmente il disegno di legge è in discussione in Commissione Ambiente, dove Palmeri tra l’altro è la vicepresidente. Nel frattempo nel resto del mondo è giunta una pandemia globale e la deputata siciliana, nel suo piccolo, ha cambiato gruppo politico (dal M5s a Sicilia Attiva). Come a dire: è più facile che si trovi un vaccino per il Covid che la Sicilia approvi una legge sull’economia circolare. Anche perché le priorità al momento sono altre, come ammette lo stesso assessorato regionale all’Energia e ai Rifiuti. Ovvero la munnizza (l’immondizia), un eterno pantano certificato come tale, e con parole durissime, dalla Commissione regionale Antimafia.

Gli appetiti mafiosi sulla munnizza

Il 16 aprile scorso il presidente della commissione Claudio Fava ha reso nota la relazione di 203 pagine che racconta il business degli inceneritori, gli interessi di Cosa nostra, i pessimi servizi di raccolta dei Comuni, fino ad arrivare a strani scioglimenti per mafia di amministrazioni locali che avevano provato a opporsi al giro d’affari messi in piedi con i soldi dei cittadini. “Negli ultimi vent’anni – si legge nel documento – funzione politica e ragione d’impresa si sono spesso incrociate lungo un piano inclinato che ha mescolato inerzie, inefficienze e corruttele. La governance regionale sul ciclo dei rifiuti è stata spesso ostaggio di un gruppo di imprenditori che hanno rallentato, anche per responsabilità di una politica compiacente, ogni progetto di riforma che puntasse a un’impiantistica pubblica, con la conseguenza che l’unico esito possibile dell’intero ciclo resta oggi il massiccio conferimento in discariche private (eccezion fatta per l’impianto di Bellolampo)”. Il risultato è che si è vissuti in “un’emergenza costante”, per dirla ancora con l’efficace ossimoro scelto dalla Commissione Antimafia. I dati di Ispra d’altra parte parlano chiaro: se nel 2019 sono 243, su 390, i Comuni che hanno raggiunto il 50% di raccolta differenziata, è altrettanto vero che le tre città metropolitane – Palermo, Catania e Messina – arrancano ancora attorno al 20%, e da sole costituiscono più di un quinto della popolazione isolana. Di fronte a questo quadro, dunque, parlare di economia circolare in Sicilia diventa particolarmente difficile. Ma Palmeri non demorde e resta ottimista. “È la stessa Europa – insiste la deputata – a dirci che non esiste più la vecchia concezione dei rifiuti, quella su cui siamo cresciuti. Vero è che la raccolta differenziata rimane al centro di tutto, specie col porta a porta che in Sicilia è ormai un obbligo per tutti i Comuni, però ora si deve ripensare l’intero sistema nell’ottica dell’economia circolare. Una sostituzione di paradigmi, insomma, considerando che le normative comunitarie e italiane sono molto precise. Si dovrebbe azzerare tutto, ma chiaramente è complicato. Per capirci: non si possono più autorizzare impianti di trattamento dei rifiuti se poi non è chiaro dove questi verranno portati e in che modo verranno riutilizzati”.

Il pantano istituzionale

L’ultimo Piano regionale per la gestione rifiuti in Sicilia risale al 2000. E fu dichiarato in stato di emergenza. Da allora i governi che si sono succeduti (Cuffaro, Crocetta, Lombardo) non sono riusciti a redirgerne uno in maniera ordinaria. Ci prova, da tre anni, il governo Musumeci. Si è però ancora in alto mare, considerato che a giugno il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha ribadito alla Regione di togliere, nella bozza sottoposta a Valutazione Ambientale Strategica, il ricorso agli inceneritori. Nella lettera si afferma che l’isola deve “avviare un percorso di gestione dei rifiuti votato alla sostenibilità e allo sviluppo di soluzioni alternative alla tradizionale termovalorizzazione, meno impattanti in termini ambientali ed emissivi” e serve “limitare il ricorso alla discarica ai soli scarti non altrimenti valorizzabili”. Inoltre, annota ancora il ministro, “una corretta applicazione dell’economia circolare comporta anche una drastica riduzione della quota di rifiuti smaltiti in discarica e con l’incenerimento, con un progressivo superamento di questi impianti mediante metodi tecnologicamente avanzati ed alternativi”. Si tratta di indicazioni già recepite dal disegno di legge che giace in discussione al Parlamento siciliano, e che però vedrà solo la luce, così afferma Palmeri, solo quando “si supererà prima il caos dei rifiuti”. Peccato, perché nel testo indicato ci sono proposte interessanti e immediatamente attuabili come la redazione di un piano regionale dell’economia circolare, il divieto di  commercio di contenitori di liquidi non riciclabili, l’istituzione di una borsa regionale delle materie prime seconde, la resa trasparente e pubblica dei fabbisogni regionali di prodotti derivati dalle materie e i  fabbisogni degli impianti industriali di trasformazione. Inoltre è previsto anche l’istituzione di un fondo regionale per incentivare le imprese al riciclo, recupero e riuso dei materiali, alimentato con i proventi dell’addizionale, oltre che un marchio regionale per identificare i prodotti in linea con i principi di economia circolare. L’ottica della proposta di legge è chiara: non si può lasciare tutto soltanto alla buona volontà dei singoli, ma serve una regia istituzionale. Eppure al momento il quadro in Sicilia è composto da piccoli tasselli. È il caso, ad esempio, della cooperativa Guglielmino che, nel catanese, da sei anni si è specializzata nella bioedilizia: il cocciopesto proviene dagli scarti della lavorazione del cotto fatto a mano e industriale, tutti gli inerti utilizzati provengono da cave siciliane, il canapulo deriva dalla coltivazione di canapa industriale da parte di società agricole siciliane, e più in generale l’intero ciclo di vita dei prodotti è chiuso. “Di economia circolare in Sicilia se ne parla, ma francamente credo che le istituzioni abbiano altre priorità” afferma Peppe Guglielmino, che porta avanti l’impresa insieme al cugino Peppino. “Di sostegno alle imprese non c’è nulla, e invece almeno una serie di agevolazioni, soprattutto per chi vuole cominciare, sarebbero fondamentali. In realtà noi non ci aspettiamo chissà quale aiuto, anche perché per fortuna sono le persone che ci premiano, c’è una sensibilità in crescita su recupero, riciclo e utilizzo di materiali naturali. Quindi noi siamo già avanti e questo ci sta premiando”. Una sintesi interessante: l’economia circolare conviene, anche in Sicilia. Adesso sta alle istituzioni comprendere in primis il concetto, e farlo diventare sistema. Per andare oltre la buona volontà.

La versione delle istituzioni

Nel terzo Ecoforum regionale sui rifiuti e l’economia circolare, organizzato da Legambiente Sicilia tra l’8 e il 10 ottobre a Palermo, l’assessore regionale Alberto Pierobon ha parlato di “temi incandescenti”. A partire dal piano regionale dei rifiuti, ancora in fase di revisione.  “Il piano è antesignano delle ultime direttive europee in tema di economia circolare, e spinge verso non solo il riutilizzo ma anche il riciclaggio. Chiaro che mancano ancora delle parti intermedie. Non è vero che mancano gli impianti, anche perché il piano è stato studiato in maniera specifica per la Sicilia e non è stato copiato da altre regioni”. Il quadro dipinto da Pierobon, tra “anarchia” e “rimpalli” e “caos amministrativo” , non è sicuramente idilliaco ma ciò non lo fa demordere. “Vogliamo mettere ordine, e non certo demonizzare il privato – continua l’assessore regionale – Gli indirizzi che abbiamo dato sono stati male interpretati, anche all’interno della Regione. Saremo più chiari ed efficaci. Le discariche che abbiamo indicato sono quelle che erano già in avanzata fase di autorizzazione e abbiamo premuto l’acceleratore sulla raccolta differenziata. Il Piano non è chiuso a impianti complessi. Il basso profilo vince”. Sul disegno di legge che mira a disciplinare il settore dei rifiuti, invece, Pierobon è più tranciante. “Fino a questo momento è stato bocciato il primo articolo, che era un guazzabuglio e un insieme di norme in cui si diceva troppo – commenta l’assessore – L’occasione però è stata colta per sforbiciare. Sulla governance abbiamo assecondato le indicazioni dell’Anac e della Corte dei Conti. Non capisco perché qui in Sicilia non si vuole dare autonomia agli enti pubblici locali, al contrario di quello che avviene al Nord”.

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