giovedì, Maggio 6, 2021

L’arte alla ricerca della circolarità. Emma Hislop, prima artista in residenza della Ellen MacArthur Foundation

Arte e creatività sono alleate di lunga data delle questioni ambientali e dell’ecologia. Come può l’arte raccontare un concetto così astratto come quello di economia circolare? Lo descrive la scozzese Emma Hislop.

Maurita Cardone
Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

Arte e creatività sono alleate di lunga data delle questioni ambientali e dell’ecologia. Ma quando si parla di circolarità le cose si complicano perché a complicarsi sono i concetti e le idee. Come può l’arte raccontare un concetto così astratto come quello di economia circolare e come può contribuire a dare forma a un sistema improntato a questi concetti? E, spingendosi ancora più in là, può l’arte stessa essere circolare, possono le opere prodotte da un artista essere improntate alla circolarità? Sono questi i concetti che la Ellen MacArthur Foundation si propone di esplorare con un programma di residenze artistiche inaugurato l’anno scorso. La prima artista in residenza è stata la scozzese Emma Hislop che si è ritrovata ad affrontare questa esperienza nel pieno della pandemia. Nonostante qualche inevitabile cambio di programma, la residenza è andata avanti e Hislop ha avuto modo di portare avanti un’approfondita ricerca sul concetto di circolarità e da questo sviluppare idee, progetti e lavori. L’abbiamo intervistata per farci raccontare l’esperienza e come ha creato delle opere che vivono nella trasformazione.

La tua è stata la residenza inaugurale di questo nuovo programma della Ellen MacArthur Foundation. Raccontaci questa esperienza.

Inizialmente doveva essere un’esperienza di un mese ma poi è stata prolungata perché ci siamo trovati molto bene. All’inizio non è stato semplice orientarsi, anche perché, a causa della pandemia, la residenza è stata virtuale ed io ero la prima artista in residenza in assoluto per la fondazione, quindi all’inizio loro non sapevano cosa aspettarsi da me e io da loro. Non c’erano linee guida, mi hanno lasciata libera di fare quello che volevo. Il che è meraviglioso quanto terrificante perché a volte ti servono dei confini per avere qualcosa a cui ancorarti. Ne abbiamo parlato molto e, come artista inaugurale della residenza, in qualche modo ho lavorato con loro per valutare il programma in modo da spianare la strada per futuri artisti in residenza. Credo che questo sia anche parte della ragione per cui sono stata scelta, il fatto che nel mio lavoro c’è questa idea di eredità e volevo essere certa che l’eredità che avrei lasciato andasse a beneficio degli artisti che seguiranno e del programma stesso. All’inizio è stato soprattutto interessante parlare con tutti i componenti dell’organizzazione, da Ellen MacArthur stessa fino al personale amministrativo, e capire quello che fanno, il loro lavoro e confrontarmi con loro. Volevo fare il punto della situazione con i diversi dipartimenti, avere i dettagli delle diverse ricerche e, soprattutto, imparare di più sull’economia circolare, di cui non avevo una comprensione profonda quando ho iniziato. Volevo assicurarmi di avere più punti di vista diversi in modo da poter sviluppare la mia prospettiva. Sono stata una spugna, ho assorbito tutto e questa capacità di assorbire è quello che poi alla fine ha costituito la residency.

Un’esplorazione di un terreno comune tra arte ed economia circolare?

Sì, per me era tutto nuovo, non avendo mai lavorato in un’organizzazione del genere, ma anche loro non erano sicuri di come funzioni il lavoro di un’artista, in particolare un’artista concettuale. Bisogna riconoscere loro il merito di aver scelto un artista molto concettuale che non fa cose tangibili. Il loro lavoro è a sua volta intangibile, in un certo senso: l’economia circolare è un concetto, non è un’idea traducibile fisicamente, è davvero complessa.

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Con quale progetto e idee hai portato avanti la residenza?

Avevo proposto di esplorare l’economia circolare come un esperimento e come ricerca, per poi, eventualmente, costruire un mio metodo di ricerca. Questo si è concretizzato con il pubblicare sul mio sito Internet una specie di album da disegno aperto che ho chiamato Open Tongue. È una cosa che fa un po’ paura perché è come un diario ma è pubblico, chiunque può leggerlo e prendere una mia idea e svilupparla. Quindi c’è una sorta di rinuncia alla maternità dell’idea e credo che questa sia una cosa, in sé, circolare. Come artista hai tutte queste idee che vuoi proteggere perché sono l’unica cosa che hai ma poi molte finisci per non usarle. Invece qui c’è la possibilità di liberarle nel mondo affinché chiunque possa riprenderle, continuarle e ampliare il discorso, scatenando, si spera, qualcosa di nuovo. Perché anche se fossi stato tu stesso a portare avanti quell’idea, un altro la porta avanti in modo completamente diverso da come l’avresti fatto tu, quindi si crea comunque qualcosa di nuovo. Credo che Open Tounge possa costituire un modello interessante e quell’eredità di cui dicevo prima: i nuovi artisti in residenza avranno accesso al sito e potranno farne quello che vogliono, smontarlo completamente e rifarlo da capo o non usarlo affatto. Voglio che il sito continui a vivere e ad avere un effetto a catena, continuando a rinascere e ad arricchirsi.

A cosa fa riferimento il titolo Open Tongue?

Il nome viene dal lavoro open desk, quindi da questo concetto di totale onestà, come un libro aperto che permette a chiunque di vedere il mio lavoro. E viene anche dall’idea di trasferire la mia pratica di scultore in laboratorio e avere una pratica da scrivania, per via della pandemia e del fatto che era una residenza virtuale.  Poi c’è l’idea della lingua: ho sempre esplorato l’idea di una lingua madre. Penso che esista una lingua madre per ogni essere umano e per ogni specie, che non è l’inglese, lo spagnolo o il francese. Per me è una lingua madre ecologica, una lingua madre interspecie. In questo senso, l’ecologia è sempre stata parte del mio lavoro, è una ricerca costante di questa sorta di giardino segreto, di questo portale che puoi aprire per creare una conversazione tra diversi piani e diverse specie.

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Se l’ecologia è sempre stata parte del tuo lavoro, mi chiedo se familiarizzare con il concetto di economia circolare abbia cambiato in qualche modo il tuo approccio al discorso ecologico e come.

Penso che la cosa principale che è cambiata per me sia la comprensione della parola valore. Economia circolare significa conservare il valore. La parola sostenibilità è lineare e ormai piuttosto obsoleta. Nell’idea di sostenibilità c’è ancora una fine e quindi ancora una produzione di scarti. E la parola scarto implica perdita di valore: non c’è più valore in quel qualcosa. E quindi credo che l’insegnamento più grande che è entrato nella mia pratica sia il pensare al valore delle cose, anche per quel che riguarda miei precedenti lavori: quando un’opera se ne sta sullo scaffale perché l’hai già presentata – soprattutto per un’artista a inizio carriera che non ha tutte queste occasioni di ripresentare gli stessi lavori – quell’opera magari ha ancora un valore per te ma non ne ha per nessun’altro e allora potrebbe trasformarsi in qualcos’altro. Ci ho riflettuto molto e ho sviluppato nuovi metodi di ricerca e un nuovo modo di pensare che sicuramente vengono da quanto ho imparato dal team della fondazione e che continueranno a evolversi per conto loro, il che è già di per se una cosa molto circolare.

L’idea che un’opera possa trasformarsi in qualcos’altro è affascinante. C’è qualcosa di specifico nei lavori che hai portato avanti durante la residenza che integra questo concetto?

Ho lavorato a un gruppo di lavori che possono essere racchiusi sotto il titolo Plaeriet for Aether che non si è ancora del tutto realizzato perché l’idea era di installarlo nella sede della fondazione sull’isola di Wight, ma a causa del Coronavirus, non è ancora successo. Questo è un testo teatrale rilegato come un libro e custodito in un teca di vetro insieme ad alcuni oggetti di scena che compaiono nel testo. Il libro è stampato su carta ecologica e con inchiostro ecologico. È una copia unica e sul retro ha una tasca. Anche se è un testo teatrale, lo spettacolo non è mai esistito e il libro non è mai stato letto da nessuno. Quindi anche questo vive in quello spazio che non è proprio realtà, di cui parlavo prima. L’idea è che, se mai il testo dovesse essere messo in scena, metterò dei funghi nella tasca del libro e la teca diventerà una incubatrice all’interno della quale i funghi cresceranno fino a mangiarsi il libro. A quel punto li raccoglierò e mangerò e così mangerò le mie stesse parole. Poi tutto quel che rimarrà sarà una sorta di residuo o di cianotipo della presenza dei funghi cresciuti nel libro, una traccia di ciò che era. Il libro sarà rigurgitato, digerito in maniera circolare. Ma la teca continuerà ad esistere e trovo interessante l’idea di avere questo vuoto dove prima c’era qualcosa.

Puoi spiegarci il titolo?

Ho voluto usare uno strano spelling della parola playwright che non userei mai per definirmi, non mi definirei mai drammaturgo. Poi c’è l’etere che Einstein ha dimostrato non esistere ma che è la protagonista della storia e un po’ un quinto elemento. Nel testo c’è questa battaglia tra gli elementi per decidere se l’etere esiste o meno. Ci sono cose che vengono considerate mitologie e mi piace giocare con l’idea che non ci siano fatti reali ma si sono solo fattualità e fattoidi, nessun fatto reale.

Credi che il mondo dell’arte sarà in grado di andare nella direzione della circolarità?

Mi fa piacere sentire grandi organizzazioni parlare di sostenibilità anche se in qualche modo il concetto, come dicevo prima, è ormai quasi obsoleto e rischia di riportare al mainstream. Ma la cosa positiva di questi fenomeni è che poi si crea una sottocultura e ora ci sono tanti gruppi e collettivi che fanno cose interessanti in questo senso e che ridanno potere all’artista invece che al mercato dell’arte che, quando si tratta di quella parola che citavo prima, valore, di solito detiene il potere. Questa è una cosa che voglio continuare a studiare e  imparare. Mi piacerebbe iniziare a mettere in discussione come viene controllato e amministrato quel valore.

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