venerdì, Ottobre 30, 2020

Il vero antidoto al fast fashion? La formazione alla moda circolare

Il costo ambientale dell'industria tessile è sempre più insostenibile: per creare un paio di jeans serve l’equivalente di 10 anni di approvvigionamento d’acqua potabile per una persona. Sulla rivista Fashion United le critiche al sistema e le opportunità future

Caterina Ambrosini
Caterina Ambrosini
Laureata in Gestione dell’ambiente e delle risorse naturali presso la Vrije Universiteit di Amsterdam con specializzazione in Biodiversità e valutazione dei servizi forniti dall'ecosistema. Da inizio 2020, collabora con l’Atlante Italiano dell’Economia Circolare nel lavoro di mappatura delle realtà nazionali e nella creazione di contenuti.

Oggi vi proponiamo un esperimento. Dirigetevi verso l’armadio. Sì, proprio l’armadio, quello in camera vostra. Ci siete? Bene! Ora aprite le ante e guardate bene? Le vedete le camicie di cotone? Quanti colori… Ora date uno sguardo ai jeans, o a quegli abiti comprati al volo per colpa di quell’attrazione fatale per i saldi o per il “tutto a…”.Ora richiudete l’armadio e date un’occhiata a questi numeri.

Per produrre un chilo di cotone, lo stesso quantitativo che serve per fare un paio di jeans, serve l’equivalente di 10 anni di approvvigionamento d’acqua potabile per una persona.

Il 65% dell’abbigliamento che indossiamo – e probabilmente il 65% degli abiti nel vostro armadio –  è a base di polimeri, fibre di poliestere per produrre le quali si usano 70 milioni di barili di petrolio.

Per i 7,8 miliardi di abitanti del Pianeta si producono oltre 100 miliardi di capi, ma un valore equivalente a circa 4 miliardi di euro non viene acquistato e finisce in discarica o bruciato.

Non serve che apriate di nuovo l’armadio, a questo punto, per comprendere appieno il significato della locuzione fast fashion, la moda usa e getta che ormai popola i negozi di abbigliamento di mezzo mondo. Grazie a media e associazioni che ci hanno spinto a guardare dentro quell’armadio degli orrori qualcosa, però, sta cambiando.

Un’agenda tutta da scrivere

Il Global fashion Agenzia (agency), think thank che spinge per la riconversione ecologica del settore, ha fatto in modo che i marchi più noti del settore aderissero a un programma di impegni chiamato 2020 Circular Fashion System Commitment: 200 parametri fissati a Copenaghen tre anni fa ci aiutano a capire quanti e quali passi avanti sono stati fatti e chi è più virtuoso tra i marchi aderenti. Nel 2019 i risultati del primo biennio si sono rivelati deludenti: alla crescita esponenziale del settore non ha corrisposto un altrettanto celere raggiungimento dei target. I firmatari dell’intesa hanno raggiunto solo il 21% degli obiettivi stabiliti.

Forma mentis lineare

Sul tema hanno fatto una riflessione alcuni addetti ai lavori in un articolo pubblicato sulla rivista britannica Fashion United, che prende le mosse proprio dalla constatazione che l’Agenda 2020 per la moda circolare per molti operatori è ancora un obiettivo lontano anche per la formazione degli operatori del settore basata sul sistema lineare materia prima > prodotto > rifiuto. Senza una conoscenza delle opzioni disponibili per produrre in modo differente e dunque una forma mentis circolare, difficilmente l’obiettivo potrà essere raggiunto in tempi brevi. Questo spiega anche perché, nonostante la disponibilità di tecnologie per una produzione con zero rifiuti, mancano ancora gli investimenti necessari per poterle utilizzare e diffondere.

Il progetto si ferma alla cassa

“L’80% dell’impatto ambientale di un prodotto è deciso sul tavolo di progettazione” affermano gli autori dell’intervento su Fashion United, spiegando che chi progetta un abito ha in mente l’estetica e il prezzo, non certo chi lo indosserà e, ancor meno, cosa ne sarà quando sarà gettato via. Poco importa se una maglietta potrà essere o meno riciclata, quello che conta è che si venda a un prezzo predeterminato e possa durare il tempo di aspettare l’arrivo della nuova collezione. Per sintetizzare potremmo dire che la proiezione temporale del progetto di un capo di fast fashion si ferma alla cassa: il destino di un capo, una volta venduto, non è più affare di chi lo produce.

Formare alla complessità

Da qui la necessità di puntare i riflettori sulla formazione, di chi progetta ma anche di chi finanzia l’impresa e per certi versi di chi poi realizza materialmente il processo produttivo. Discorso, questo, che vale un po’ per tutti gli ambiti produttivi: l’ecoprogettazione, criterio cardine dell’economia circolare, impone di pensare in termini di rigenerazione del prodotto e di ciclo vitale lungo. Su Fashion United gli autori scrivono che “per passare a una progettazione circolare, i professionisti dell’abbigliamento devono espandere i loro orizzonti e capire le fasi di uso e di fine uso del ciclo di vita di un indumento”.
Per allungare la vita del prodotto non si deve guardare soltanto ai materiali utilizzati, ma anche alle nuove modalità per usufruire della funzione di un indumento, trasformandolo ad esempio in un servizio tramite affitto o vendita del capo usato. Questo implica un cambiamento dei modelli produttivi e dunque ancora una volta la necessità di nuovi approcci formativi svolti trasversalmente, sia coinvolgendo gli studenti sia coinvolgendo i lavoratori di determinati settori o rami d’azienda in via di riconversione.

Poche opportunità per gli studenti

Formarsi in ottica circolare è ancora una prerogativa di alcuni ambiti di studio ritenuti più teorici. A livello accademico, a parte le discipline economiche o qualche illuminato corso di design, sono poche le opportunità per gli studenti: solo alcuni istituti specializzati e all’avanguardia offrono la possibilità di una formazione in moda in chiave circolare. All’estero, come in Inghilterra e nei Paesi Bassi, alcune università e organizzazioni hanno sviluppato corsi online focalizzati sul tema della moda circolare, mentre in Italia le poche opportunità di formazione disponibili sono offerte in master annuali sulla moda sostenibile in cui si fa riferimento anche alle opportunità di circolarità per il settore. L’Istituto Marangoni (Milano, Firenze), il Polimoda di Firenze, l’Accademia del Lusso (Milano, Roma) e il Milano Fashion Institute sono esempi virtuosi di come si stia evolvendo una coscienza sostenibile e circolare nel mondo della moda nel nostro paese e si stiano aprendo gli occhi sulla necessità di formare i futuri addetti ai lavori in quest’ottica.
“Formare in parallelo rappresenta un’opportunità per il settore di stabilire e indirizzare le conoscenze, abilità e attitudini di cui è alla ricerca nei nuovi talenti – osserva Fashion United- In cambio, l’istruzione può fornire all’industria idee fresche e ricerche innovative sulle sfide reali del settore”. Insomma, se la futura generazione dei professionisti del settore non si forma alla circolarità, gli obiettivi di sostenibilità dei big della moda resteranno irraggiungibili. E i vestiti nel nostro armadio continueranno a pesare troppo sul Pianeta.

Dell’abbigliamento invenduto e considerato rifiuto, dal 3 al 5 percento dell’inventario solo nelle fabbriche, l’80 percento è bruciato o finisce in discarica. In termini monetari, un valore equivalente a circa 4 miliardi di euro non viene acquistato e finisce in discarica o bruciato.

 

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