lunedì, Ottobre 26, 2020

L’economia circolare non esiste. Ma se ci crediamo cambierà il mondo

Le fondamenta e le basi per condurre l’Italia verso l’economia circolare esistono, ma la trasformazione è in gran parte da realizzare. Per farlo serve un grande sforzo collettivo.

Andrea Fluttero
Andrea Fluttero
Presidente di E.C.O. s.c.r.l. Erion Compliance Organization. Esperto di ambiente, ha ricoperto diversi ruoli amministrativi locali ed è stato senatore della Repubblica e segretario della Commissione Ambiente nella XVI Legislatura. Dal 2013 è Consulente libero professionista e si occupa di Relazioni istituzionali e comunicazione nel settore Green Economy. Ha rivestito incarichi in enti pubblici e privati, presiedendo tra gli altri Fise Unicircular e il Consorzio Conau. Dal 2020 è alla guida di E.C.O.

Le fondamenta e le basi per condurre l’Italia verso l’economia circolare esistono, ma per rafforzare la trasformazione dei nostri modelli produttivi serve un grande sforzo collettivo.

L’idea è ottima, ma la trasformazione del nostro modello economico lineare in circolare è in gran parte ancora da realizzare. Il rischio è che se ne parli tanto e se ne faccia poca, che l’argomento, oggi di gran moda, venga rapidamente consumato dal punto di vista mediatico per poi lasciare il posto a qualche altro “prodotto comunicativo” attraente e finire nel dimenticatoio del repertorio dei parolai della comunicazione, politica e non.

L’idea è ottima e parte dalla constatazione che negli ultimi 100 anni la popolazione mondiale è aumentata di 4,5 volte ma il consumo di materie prime, che non sono illimitate, è cresciuto di un fattore 12. Ogni anno oltre 9 miliardi di tonnellate di materie prime vengono consumate e meno del 10% sono riciclate.

Come europei abbiamo deciso di avviare una transizione dal modello lineare della nostra economia, “estrai materie prime, progetta, costruisci, usa e smaltisci rifiuti” a uno circolare, “ricava le materie prime dai prodotti a fine vita, progetta beni durevoli, riusabili e riciclabili, produci, usa, conferisci agli impianti che riparano o riciclano e riforniscono le aziende per le nuove produzioni”.

I vantaggi sono evidenti: riduzione drastica del consumo di materie prime e disponibilità di materie prime seconde al riparo di crisi geopolitiche mondiali, nuove opportunità di occupazione, riduzione delle emissioni e degli impatti ambientali.

In Italia, per trasformare il nostro modello economico da lineare a circolare partiamo da una buona base, rappresentata dalle industrie del riciclo che costituiscono però un solo anello della catena del valore nel modello economico a cui si vuole tendere ed esso stesso deve essere oggetto di una forte evoluzione tecnologica.

Leggi anche: Come l’Italia affronterà la sfida circolare

L’opinione pubblica, e anche quella politica, in gran parte confonde l’economia circolare con il riciclo ed infatti spesso vengono chieste notizie sul “settore dell’economia circolare” ignorando che non si tratta di un settore produttivo bensì di un sistema economico.

La disponibilità dei fondi europei del “recovery and resilience fund” è indubbiamente una grande opportunità per dare una forte spinta alla transizione verso il modello circolare, ma è indispensabile un piano chiaro, completo, trasparente e condiviso con le imprese, con le istituzioni pubbliche e con i cittadini che fornisca indicazioni sulla situazione attuale e sugli obiettivi che vogliamo raggiungere.

Leggi anche: Recovery Fund, i soldi dell’Europa per una transizione circolare

Occorre una “cabina di regia nazionale” che certifichi la coerenza con il piano dei progetti impiantistici da sostenere finanziariamente. È necessario investire in ricerca e innovazione per l’eco-progettazione, per il riciclo e per ottimizzare in modo omogeneo la rete della logistica di ritorno dei prodotti post consumo. Servono laboratori per la qualificazione delle materie prime seconde, impianti di smaltimento o recupero energetico per la gestione delle frazioni di scarto provenienti dalla preparazione al riuso e del riciclo e la creazione di un sistema che garantisca, tramite un forte aumento del GPP e il governo delle variabili di mercato, sbocchi più sicuri ed economicamente sostenibili per le materie prime seconde.

In questo contesto sarà opportuna l’istituzione di nuovi sistemi di EPR, responsabilità estesa dei produttori, perché laddove sono stati istituiti (imballaggi, PFU e RAEE) stanno dando ottimi risultati nel governo delle filiere che presidiano in termini di aumento quantitativo e qualitativo, comunicazione verso cittadini e verso i produttori per fornire informazioni provenienti dalle attività di preparazione al riuso e riciclo utili per migliorare l’eco-progettazione.

Serve come si vede un grande sforzo che deve partire dalla politica, se ci crede, ma deve coinvolgere tutto il Paese, dai produttori ai consumatori. L’economia circolare si costruisce con uno sforzo e un impegno collettivo, consapevole e condiviso o non si costruisce. Per questo è molto utile uno strumento di comunicazione, informazione, discussione e confronto come Economiacircolare.com che nasce oggi ed al quale auguro buon lavoro!

 

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