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sabato, Ottobre 16, 2021

La sostenibilità digitale non è più un’opzione. Intervista all’esperto Stefano Epifani

“Non ha senso chiedersi ancora se la tecnologia sia buona o cattiva. Dobbiamo, invece, capire come svilupparla così che sia funzionale alla costruzione di un mondo migliore". Stefano Epifani, docente di Internet Studies all’Università La Sapienza di Roma, spiega come dobbiamo imparare a indirizzare le innovazioni

Antonio Carnevale
Nato a Roma, giornalista pubblicista dal 2012, autore radiofonico ed esperto di comunicazione e new media. Appassionato di sport, in particolare tennis e calcio, ama la musica, il cinema e le nuove tecnologie. Da qui nasce il suo impegno su StartupItalia! e Wired Italia, dove negli anni - spaziando tra startup, web, social network, piattaforme di intrattenimento digitale, robotica, nuove forme di mobilità, fintech ed economia circolare - si è occupato di analizzare i cambiamenti che le nuove tecnologie stanno portando nella nostra società e nella vita di tutti i giorni.

Se qualcuno vi chiedesse di dire, in una sola parola, come sarà il futuro, voi cosa direste? Qualcuno si augurerà che possa essere magnifico, per altri sarà probabilmente cupo, molti diranno che potrebbe rivelarsi imperscrutabile. Stefano Epifani però non ha dubbi. Il futuro di tutti noi sarà sostenibile. Deve esserlo per forza.

“Se la direzione di questo futuro non è la sostenibilità, allora vuol dire che la nostra politica non ha capito nulla”. Stefano Epifani è docente di Internet Studies all’Università La Sapienza di Roma e presidente del Digital Transformation Institute. Da diversi anni si occupa di trasformazione digitale e sviluppo sostenibile, collaborando con Agenzie delle Nazioni Unite ed altre istituzioni. E’ senza dubbio uno dei maggiori esperti italiani sul tema, ed è a lui che abbiamo scelto di rivolgerci per affrontare quello che troppo spesso viene indicato come tema del futuro, senza rendersi conto che in realtà è già presente, ed è il nostro presente.

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“Non ha senso oggi chiedersi ancora se la tecnologia faccia bene o male o se sia buona o cattiva”, ci spiega il professor Epifani. “Dobbiamo, invece, capire come svilupparla così che sia funzionale alla costruzione di un mondo migliore. E un mondo migliore è un mondo sostenibile”. Lo ha ribadito anche nel suo ultimo libro, dal titolo “Sostenibilità digitale. Perché la sostenibilità non può fare a meno della trasformazione digitale?”.

Del resto, prendendo in prestito un noto detto, verrebbe da dire “se non ora quando?”. Tecnologie come intelligenza artificiale, big data e blockchain, stanno già modificando radicalmente i nostri modi di fare, lavorare, vivere. E oggi la vulgata comune, diffusa quotidianamente da istituzioni e media, asserisce che sarà proprio la pandemia a renderci – o meglio a costringerci ad essere – più sostenibili, facendoci percorrere quella strada della trasformazione digitale che prima faticavamo a intraprendere. Ma, mentre l’utilizzo si è sicuramente intensificato, il nostro approccio alla tecnologia non sembra essere mutato (e come avrebbe potuto?).

Siamo dunque pronti per questa rivoluzione?

Di certo non sarà l’emergenza Covid-19 a renderci magicamente protagonisti del cambiamento. Ma potremo esserlo se sapremo orientare le nostre azioni nell’ottica di un utilizzo consapevole della tecnologia in chiave sostenibile

Perché la sostenibilità non può fare a meno della trasformazione digitale?

La sostenibilità – intesa come sostenibilità ambientale, economica e sociale – è un sistema complesso, che si fonda su una logica inferenziale. Per gestire la complessità che viene dalla sostenibilità abbiamo bisogno di un sistema che riesca a maneggiare questi livelli di complessità. Quindi, se vogliamo creare davvero un sistema sostenibile, abbiamo necessità di usare uno strumento che lo supporti. E questo strumento è la digitalizzazione.

Fino ad oggi siamo stati troppo impegnati a chiederci se le tecnologie fossero buone o cattive, se facciano bene o male. Basta pensare a quello che è successo durante questa emergenza sanitaria: il dibattito pubblico è sempre polarizzato su l’intelligenza artificiale che crea o distrugge posti di lavoro, il telelavoro è utile o inutile, la didattica a distanza è positiva o negativa. Sono domande sbagliate perché spostano sulla tecnologia una responsabilità che non può essere della tecnologia. Secondo il mio punto di vista, dobbiamo vedere le tecnologie come funzionale al perseguimento di obiettivi di sostenibilità. E i sistemi moderni, come l’intelligenza artificiale, big data, IoT rispondono perfettamente a questa richiesta.

Appurato che il digitale è lo strumento, in Italia dobbiamo ancora capire come utilizzarlo. Serve una strategia.

Temo che una strategia, al momento, non ci sia. Questo è evidente dai discorsi delle ultime settimane sul Recovery Fund. Mentre la Germania dice che orienterà tutti quanti i suoi investimenti sulla sanità, la Francia parla di utilizzare questi soldi per gestire un processo di riconversione sostenibile, noi invece nominiamo 300 persone che dovrebbero decidere come utilizzare questi soldi, facendo emergere l’assenza di una vera strategia nazionale. Per questo ritengo sia indispensabile riuscire ad avere un riferimento più alto per poterci muovere in un contesto sempre più difficile, che non può che essere quell’Agenda 2030 che in 17 goal e 169 target definisce una strategia globale per arrivare a vivere in un mondo sostenibile. Parliamoci chiaro: sappiamo benissimo che non riusciremo ad onorare tutti gli obiettivi nei tempi previsti. Ma la nostra direzione non può che essere quella.

Un punto di partenza per iniziare a costruire il mondo del futuro.

Sì. Ma guardandola in ottica di sistema, cioè rendendoci conto che non vince l’ambiente, l’economia, o la società, ma vinciamo soltanto se si riesce a gestire tutto in maniera coordinata. Ossia ambiente, economia e società, in una logica di sistema. Ecco perché la digitalizzazione è uno strumento imprescindibile.

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Non può esistere l’economia circolare senza circolazione diffusa delle tecnologie che la rendono possibile. Sono le soluzioni digitali ad abilitare quei processi di interconnessione che rendono possibile poi la circolarità. Altrimenti il rischio è di guardare alla sostenibilità come a una sorta di decrescita felice, che in una dimensione di sistema è una situazione inattuabile.

L’emergenza Covid-19 ci ha, in un certo senso, costretto a intraprendere la strada della trasformazione digitale.

È vero. Si parla spesso in questo periodo di Jump up, il fenomeno della cosiddetta digitalizzazione forzata, che ha generato due risultati evidenti. Innanzitutto, ci ha costretto a utilizzare degli strumenti nuovi. Purtroppo però – e questo è il secondo aspetto di questo fenomeno – non ci ha dato la consapevolezza per utilizzarli. Basti pensare che oggi si sente parlare addirittura di stress da Zoom.

Perché accade questo?

È un po’ come se il Covid ci avesse messo alla guida di una potentissima automobile senza spiegarci come funziona e senza darci la patente. Ora noi stiamo guidando questa fuoriserie, ma il rischio di schiantarci contro un muro è altissima. Il rischio vero è di convincerci di essere dei piloti, quando in realtà noi siamo alla guida un aggeggio che non sappiamo come si pilota.

Sta dicendo che stiamo utilizzando il digitale ma non sappiamo bene cosa farci?

Assolutamente. C’è stata un’accelerazione repentina, con milioni di persone che si sono messe online. Ma l’uso non è consapevolezza. E se oggi le istituzioni non lavorano sulla dimensione della consapevolezza, il rischio è che ci si schianti. Un rischio, ad oggi, molto concreto. Pensiamo al tracciamento. Io ho lavorato su un progetto di contact tracing alle Nazioni Unite che si basava su due requisiti di partenza: primo, che fosse efficace nel garantire la sicurezza sanitaria. Secondo: che garantisse anche gli altri diritti, ad esempio la privacy degli utenti. Sulla base di questi requisiti, si è organizzato un percorso che puntava alla realizzazione di una tecnologia sostenibile dal punto di vista sociale e sanitario.

L’esperienza dell’app Immuni in Italia è stata abbastanza diversa.

In Italia, non avendo idea di cosa sia la sostenibilità al di là dell’ambiente, la politica non ha espresso un punto, non ha indicato una direzione, ma ha chiesto ai tecnici di suggerire delle soluzioni. I tecnici, come prevedibile, hanno suggerito due soluzioni di stampo opposto. Risultato? Una polarizzazione che ha visto da una parte la privacy e dall’altra la salute pubblica. Questo si sarebbe potuto evitare se avessimo avuto una classe dirigente che, invece di affidarsi a dei tecnici per non avere responsabilità decisionali, avesse detto l’unica cosa che doveva dire: vogliamo che si orienti lo sviluppo della tecnologia in una direzione di sostenibilità, cioè vogliamo un servizio di contact tracing che sia efficace ma che, al contempo, garantisca anche i diritti dei cittadini.

Potremmo fare lo stesso esempio su come abbiamo gestito il telelavoro o la didattica a distanza?

Assolutamente. È innegabile che ci siano stati diversi problemi. È inutile che io pensi a un sistema di tracciamento se non sviluppo anche a un sistema di controllo e di test, e le tecnologie che avrebbero potuto supportare queste fasi sono ben dettagliate da Agenda 2030. E cosa vuol dire ripensare la didattica in un’ottica di sostenibilità? Da una parte guardare ai criteri di efficienza dell’azione formativa, dall’altra però guardare anche al contesto in cui è inserita l’attività didattica nella società. Con milioni di persone a casa, c’era la necessità di costruire un modello di didattica integrata, ma noi abbiamo preferito pensare ai banchi a rotelle.

Torniamo quindi alla definizione di quella famosa strategia.

Io sono convinto che nel momento in cui guardiamo al futuro, o guardiamo a un futuro sostenibile, oppure stiamo guardando a un futuro sbagliato, che rischia di farci molto male.  Ma guardare a un futuro sostenibile significa avere il coraggio di disegnare una società basata su principi nuovi. E questa deve essere una responsabilità politica. È necessario restituire dignità alla politica, trasformandola in qualcosa che sia in grado non soltanto di parlare di futuro, ma anche di realizzarlo. Se la direzione di questo futuro non è la sostenibilità, allora vuol dire che la nostra politica non ha capito nulla.

L’impressione è che spesso parlare di sostenibilità sia poco più di uno spot.

Fare political greenwashing va molto di moda. Io dubito che gran parte di quelli che parlano di sostenibilità abbia davvero contezza di come affrontare il problema. Lo vedo anche con interlocutori istituzionali, che troppo spesso riducono la sostenibilità a una sorta di ambientalismo mal riuscito. Quando invece ragionare di sostenibilità vuol dire pensare alle politiche pubbliche, ripensare i modelli urbani, ripensare i modelli di assistenza e sviluppo territoriale, ripensare le filiere.

E l’industria italiana a che punto è con la transizione digitale? Per utilizzare un gergo mutuato dalla politica, lei vede un atteggiamento più progressista o conservatore?

Noi in Italia viviamo, da una parte, nel mito della piccola e media impresa italiana, dall’altra in quella che possiamo definire la maledizione del nanismo. Dobbiamo uscire da questa visione bipolare e guardare alla trasformazione digitale valutando cosa sta facendo la grande industria e cosa stanno facendo le piccole e medie imprese. Trovo che una parte significativa della grande industria, penso alle grandi aziende industriali o dell’agrifood,  abbia colto quello che vuol dire ragionare in termini di trasformazione digitale.

I limiti semmai derivano dal fatto che viviamo in un contesto che rende il processo di trasformazione digitale molto più complesso di quanto non sia in altri paesi. Buona parte del nostro tessuto produttivo però è fatto di piccole e medie imprese: più passa il tempo, più queste pmi vedono aumentare il divario tra la possibilità di utilizzare le tecnologie come strumenti di supporto per la costruzione di modelli economici sostenibili e il rischio che le tecnologie diventino degli strumenti che le escludano. Perché il vero problema è che, così come la trasformazione digitale può diventare un’opportunità per le imprese, allo stesso modo rischia di diventare una minaccia.

Nei giorni scorsi, in vista degli acquisti di Natale, Matteo Salvini si è scagliato contro Amazon.

Ho sorriso molto di fronte a quel dibattito per cui la polarizzazione portava a vedere Amazon come il brutto mostro cattivo, piuttosto che il salvatore delle pmi. Perché, non tanto Amazon in sé, ma un marketplace come quello di Amazon è entrambe le cose nello stesso tempo, in funzione di come lo si sfrutta. Allora, la chiave è comprendere “come” le filiere si stanno ristrutturando. Non è pensabile che le pmi che fino ad oggi hanno lavorato in un certo modo, continuino a farlo in quel modo. Sarò brutale: facendo così quelle aziende chiuderanno. Per loro quindi la trasformazione digitale è sicuramente una disgrazia. Ma il punto è che per molte altre aziende, ipoteticamente molte di più, è un vantaggio. Il problema che dovremmo porci dunque è un altro: queste aziende che si avvantaggeranno della trasformazione digitale si trovano in Italia?

Anche i cittadini hanno un ruolo importante in questo cambiamento, ma sono pronti? L’indice Desi sembra dirci che il gap con gli altri Paesi è ormai incolmabile.

I pessimi risultati registrati dal nostro Paese nell’indice Desi sono figli di due grandi problemi: il digital divide strutturale e il digital divide culturale. Il secondo, a sua volta, è dipendente da un altro elemento. Le rilevazioni Ocse infatti ci dicono che siamo l’ultimo paese europeo quanto a competenze matematiche e il penultimo per quelle linguistiche. Quindi il problema è che noi non sappiamo leggere e far di conto. E visto che oggi tutto questo si fa anche attraverso i computer, per completare il quadro, non sappiamo usare i computer. Questo è causato dalla mancanza di infrastrutture e dalla mancanza di azioni istituzionali orientate a promuovere lo sviluppo della cultura e della cultura digitale. In sostanza, stiamo pagando gli ultimi 15-20 anni di completa assenza delle istituzioni rispetto a questo tema.

In definitiva, tutti gli attori in gioco, intendo istituzioni, imprese e cittadini, devono crescere e imparare a collaborare, per far sì che il digitale possa rappresentare davvero la leva per costruire un mondo migliore, più sostenibile.Guardare al mondo dalla prospettiva della sostenibilità è una sfida che coinvolge tutti. Quello che tutti noi possiamo e dobbiamo fare, come cittadini, come imprenditori e come istituzioni, è guardare alla tecnologia come uno strumento che attiva opportunità e abilita nuovi livelli sociali. Le tecnologie oggi non si limitano ad essere strumenti di sviluppo, ma arrivano a ridefinire il contesto, economico, ambientale e sociale, nel quale vengono adottate. Utilizzando lo strumento del digitale, dobbiamo muoverci per il perseguimento degli obiettivi di sostenibilità e, in funzione dei modelli sociali, sviluppare un sistema economico.

Come?

Noi potremmo fare una sorta di elenco della spesa di quello che bisognerebbe fare, ma in questo momento credo che la politica nazionale non sia in grado di rispondere alle nostre richieste. Ergo, la soluzione deve venire prima di tutto dai cittadini e dalle imprese che, svolgendo il loro ruolo di società civile attiva, possono fare corpo e, in un certo senso, salvarsi da soli. Bisogna riuscire a fare sistema intorno ai tanti esempi virtuosi che già esistono nel nostro Paese. Guardando a quello che sta accadendo in questo particolare periodo storico, io credo che aziende e cittadini possano fare moltissimo.

Una bella responsabilità.

Purtroppo, al momento la politica rappresenta un punto debole che non so quanto possa essere bypassato o arginato. Credo però che se si parte da una società migliore, può migliorare anche la politica, che è figlia della società. In ogni caso, ognuno di noi nei prossimi anni sarà chiamato a fare delle scelte, rispetto alla tecnologia, che impatteranno sul nostro futuro e determineranno il tipo di mondo che lasceremo alle generazioni future.

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