sabato, Gennaio 24, 2026

Passaporto Digitale di Prodotto: prospettive e ostacoli per il made in Italy

Trasparenza di filiera nei passaporti digitali di prodotto: sarà davvero possibile e le aziende sono pronte? Esperti di vari ambiti – istituzionale, aziendale, consulenza – hanno discusso di questo strumento che ambisce ad essere un cambio culturale nell’economia circolare. Ma che deve superare ancora delle barriere, soprattutto agli occhi delle piccole e medie imprese

Tiziano Rugi
Tiziano Rugi
Giornalista, collaboratore di EconomiaCircolare.com, si è occupato per anni di cronaca locale per il quotidiano Il Tirreno Ha collaborato con La Repubblica, l’agenzia stampa Adnkronos e la rivista musicale Il Mucchio Selvaggio. Attualmente scrive per il blog minima&moralia, dove si occupa di recensioni di libri. Ha collaborato con la casa editrice il Saggiatore e con Round Robin editrice, per la quale ha scritto il libro "Bergamo anno zero"

Il Digital Product Passport (DPP) è destinato a diventare uno degli strumenti più rilevanti della politica industriale europea dei prossimi anni. Ma sarà davvero un dispositivo capace di rafforzare la filiera manifatturiera e creare valore perché le aziende ne riconoscono le potenzialità, o lo vedono solo come un ulteriore onere burocratico per le imprese? 

La tavola rotonda “Circular Identity”, ospitata all’interno dell’evento Intelligenza Circolare promosso da ISIA Roma Design ed EconomiaCircolare.com lo scorso 2 ottobre, ha riunito rappresentanti istituzionali, centri di ricerca e industrie per affrontare questa domanda centrale: Raffaele Spallone, Dirigente Divisione Digitalizzazione delle Imprese e Analisi dei Settori Produttivi (Ministero delle Imprese e del Made in Italy), Roberto Merlo, Program Research Manager e Direttore Generale MICS – Made in Italy Circolare e Sostenibile, Giulia Caldon, Digital Product Passport Consultant & Business Developer EZ Lab Blockchain Solutions, Giulia Zilla, Policy Director Energy and Environment APPLiA.

Quello che è emerso, prima di tutto, è che il Passaporto Digitale di Prodotto non è solo un oggetto tecnico o digitale: è un passaggio culturale, che tocca la governance dei dati, la competitività industriale e il ruolo dell’Europa nei processi produttivi globali. E anche chi vogliono essere i consumatori responsabili del futuro e come potrà essere un alleato per contrastare i tentativi di greenwashing.

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Politica industriale e misurazione: la sfida della doppia transizione

A inquadrare la questione dal punto di vista istituzionale è stato Luca Restaino, dirigente del ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). Con l’introduzione della doppia transizione, digitale ed ecologica, il tema della misurazione degli impatti diventa ancora più rilevante. Si sta quindi lavorando a un ampliamento degli obiettivi: non solo risparmio energetico, come previsto nella Transizione 5.0, ma anche traguardi tipici dell’economia circolare.

“Resta aperta, però, la questione centrale: come misurare in modo oggettivo il raggiungimento degli obiettivi ambientali?”, si è domandato Restaino: “L’intenzione è certamente quella di incentivare la riduzione delle emissioni, dell’inquinamento, dei rifiuti, e di favorire processi coerenti con l’economia circolare. Ma la sfida consiste nel definire criteri misurabili e applicabili a un ventaglio molto ampio di processi produttivi”.

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Questo è ancora più complesso perché si parla di una misura trasversale, applicabile a una vasta platea di settori produttivi: nel Libro Verde, ad esempio, sono state individuate 19 filiere diverse. “Mappare tutti i processi aziendali è un compito enorme, e occorre considerare anche la dimensione d’impresa”, ha fatto notare il dirigente del MIMIT: “Un obiettivo che può essere realistico per una grande realtà industriale non può essere lo stesso imposto a una micro-impresa, a una farmacia di quartiere o a un piccolo produttore artigianale. Le grandi imprese sono già abituate a questo approccio, ma è importante – ha proseguito il ragionamento Restaino – che anche attraverso progetti di filiera si riesca a coinvolgere l’intero indotto, con le imprese più strutturate che facciano da traino a quelle più piccole, esattamente come è avvenuto nella transizione digitale”.

In questo percorso, un aiuto fondamentale arriva dagli strumenti della digitalizzazione: sistemi in grado di misurare i consumi energetici e idrici, piattaforme digitali integrate nei processi produttivi che consentono di raccogliere dati sugli scarti, sulla loro quantità e sul loro eventuale riutilizzo, sia all’interno della stessa azienda sia in logiche di simbiosi industriale, dove gli scarti diventano risorse per altri processi produttivi: “Ben vengano, quindi, strumenti come il passaporto digitale, che consentono una maggiore tracciabilità dei processi produttivi”.

L’obiettivo del ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha assicurato, è “premiare chi compie un passo in più, anche minimo, ma nella direzione della sostenibilità”, tenendo insieme il sostegno alla doppia transizione enza però appesantire eccessivamente gli adempimenti richiesti alle imprese: “Molte aziende guardano principalmente al beneficio economico, ma è importante evitare di introdurre troppi vincoli o rigidità: si rischierebbe di creare un incentivo che, pur rispondendo agli obiettivi teorici, risulterebbe di difficile attuazione, e dunque inefficace rispetto allo scopo per cui le risorse pubbliche vengono destinate”, ha avvertito.

Intelligenza circolare
Intelligenza circolare

L’industria chiede chiarezza sul Digital Product Passport: “Non si può progettare nel vuoto normativo”

Un tema particolarmente caro a molti settori produttivi, come è subito emerso con il successivo intervento alla tavola rotonda di Giulia Zilla, di APPLiA Italia, associazione delle imprese di elettrodomestici. Un settore abituato da anni a ecodesign ed etichette energetiche, due misure la cui forza ed efficacia, secondo Zilla, è stata il risultato di tre fattori: l’azione su un mercato unico, che ha garantito regole comuni alle imprese. Una sorveglianza efficace, essenziale per una competizione leale; e la misurabilità dei risultati, basata su dati oggettivi legati ai consumi energetici, che ha generato innovazione, dimostrando che senza dati non esiste né competitività né progresso tecnologico.

A preoccupare, adesso, invece è una certa vaghezza nel DPP dell’Unione Europea: “Lo dirò in modo forse provocatorio, ma questi tre punti fondamentali non li vedo nel passaporto digitale”, ha affermato Zilla. Ciò significa che, sebbene la Commissione abbia riflettuto sul tema, il nostro settore ancora non ne comprende l’obiettivo finale. Lo dico in altre parole: si parla di trasparenza, si parla di informazione, ma non si chiarisce quali informazioni, quale sia il bisogno del mercato, cosa dobbiamo sapere realmente su questi prodotti”.

Questo è il motivo principale per cui APPLiA è attualmente scettica nei confronti del passaporto digitale di prodotto: “Non ci sono ancora linee precise su quali informazioni dovrà contenere: probabilmente saranno inserite prodotto per prodotto nella legislazione secondaria. Quello che noi chiediamo è che ci sia consapevolezza di ciò che accade oggi sul mercato”, ha aggiunto la dirigente di APPLiA Italia.

“Il problema principale del Digital Product Passport – ha concluso Zilla – è la difficoltà di verificare la legittimità delle informazioni. Quando parliamo di materiale riciclato, si tratta di documentazioni: come garantiamo che siano supportate e verificabili? Come dicevo, misurare l’energia è molto più semplice che misurare il contenuto riciclato di un prodotto. È importante fare queste riflessioni prima di introdurre uno strumento, per evitare una concorrenza sleale, a danno di chi investe per essere conforme agli standard europei”.

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Altri temi sul tavolo: blockchain, filiera e proprietà del dato

Se questi sono i dubbi di un settore aziendale, a livello superiore e trasversale, sono da considerare anche le questioni tecnologiche. È stato il tema dell’intervento di Giulia Caldon, di Ez Lab: “La sfida più grande del passaporto digitale di prodotto è proprio quella dell’armonizzazione degli standard e delle operatività già presenti sul mercato e inserir in un quadro più ampio, quello del passaporto digitale di prodotto”, ha esordito. 

“Perché il passaporto digitale di prodotto non significa soltanto comunicare con il consumatore finale: non è una ‘vetrina’ rivolta a un utente che deve scegliere un prodotto più sostenibile rispetto a un altro”, ha chiarito. Se la circolarità dei materiali è l’obiettivo finale del passaporto digitale del prodotto, il DPP non riguarda soltanto i temi della sostenibilità e della digitalizzazione, ma investe dinamiche profonde del mercato. “Molte aziende si stanno già dotando di questo strumento per ottenere un valore economico”, ha fatto notare Caldon, elencando i benefici. 

Riassumendo: per i produttori di materiali riciclati, consente di attribuire valore alle materie prime seconde, certificandone la riduzione di CO₂ e superando la percezione di “scarto”. Per i fornitori, permette di condividere solo i dati necessari con i brand, tutelando la riservatezza dei processi grazie a registri digitali sicuri. I marchi, a loro volta, possono comunicare in modo credibile le proprie pratiche di sostenibilità, basandosi su informazioni verificabili. Infine, anche nel retail il passaporto digitale diventa strumento di tutela: grazie alla blockchain, ad esempio, è possibile contrastare la contraffazione e garantire l’autenticità dei prodotti.

I nodi da sciogliere legati al DPP, secondo Caldon, sono altri: “Ciò che è difficile è aprire un dialogo all’interno dei reparti aziendali. Il passaporto digitale coinvolge linguaggi diversi – ricerca e sviluppo per i materiali, marketing per la comunicazione, sostenibilità per le misurazioni – e già riunire queste funzioni attorno allo stesso tavolo è un valore. Prima ancora che la normativa imponga dati obbligatori, le aziende devono interrogarsi su quali informazioni generano realmente valore. Attivare il passaporto su alcune linee produttive diventa un termometro: rivela i punti di forza, mostra le aree da migliorare e orienta il percorso verso gli obiettivi futuri”, ha concluso il suo intervento.

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Il Digital Product Passport all’opera: i progetti di MICS

DPP

Tentativi di vedere il passaporto digitale di prodotto già in opera sono stati portati avanti negli ultimi tempi da vari think tank, centri ed enti di ricerca e università europee. Tra questi, anche MICS – Made in Italy Circolare e Sostenibile, fondazione finanziata con i fondi PNRR proprio per accompagnare le aziende in questo percorso verso l’economia circolare.

Roberto Merlo, program research manager e direttore generale MICS, ha definito il DPP come la “sintesi perfetta tra made in science e made in Italy”: un connubio tra la capacità artigianale e manifatturiera italiana e la solidità della ricerca scientifica. “Il passaporto digitale – ha detto Merlo – è al centro dell’intelligenza circolare: non è un vincolo normativo ma un sistema che unisce dati e materia, rendendo il ciclo produttivo più trasparente, tracciabile e intelligente per costruire così un percorso di crescita dell’economia aziendale”.

All’interno di MICS sono già in corso diversi progetti in questo ambito, come ECD Passport, sviluppato con l’Università della Basilicata e applicato al mondo dell’arredo e del design, o il progetto SEAM, dedicato al settore tessile e portato avanti da startup italiane. L’obiettivo è creare strumenti semplici, replicabili e interoperabili tra le diverse filiere, in modo che imprese, consumatori e istituzioni possano condividere un linguaggio comune della sostenibilità.

Anche nel contesto del Digital Product Passport, le nuove tecnologie come blockchain e intelligenza artificiale stanno già trovando applicazione nel monitoraggio delle filiere, come dimostra il progetto PLA.I.A. dell’Università di Napoli, centrato sulla tracciabilità e la certificazione dei processi produttivi. “Riuscire a mettere i dati in un oggetto ci permette di creare un sistema nervoso dell’economia in cui la la persona ne è il custode consapevole”, ha concluso Merlo.

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