venerdì, Maggio 27, 2022

Cosa cambia davvero con il PiTESAI, il Piano che fa ripartire le estrazioni di gas

Il ministero della Transizione Ecologica ha reso pubblico il Piano con il quale intende definire le aree idonee dove sarà possibile continuare a estrarre idrocarburi. Diminuiscono le zone interessate da nuove possibili attività di perforazione ma si continua a puntare sul gas. Nonostante il trend di ricerca in calo

Andrea Turco
Giornalista freelance. Ha collaborato per anni con diverse testate giornalistiche siciliane - I Quaderni de L’Ora, radio100passi, Palermo Repubblica, MeridioNews - e nazionali. Nel 2014 ha pubblicato il libro inchiesta “Fate il loro gioco, la Sicilia dell’azzardo” e nel 2018 l'ibrido narrativo “La città a sei zampe”, che racconta la chiusura della raffineria di Gela da parte dell’Eni. Si occupa prevalentemente di ambiente e temi sociali.

Il 13 febbraio il ministero della Transizione Ecologica ha pubblicato il PiTESAI, il Piano della transizione energetica sostenibile delle aree idonee, proprio all’indomani della manifestazione nazionale contro la scelta dell’Italia di puntare sul gas e nel mezzo dell’escalation tra Russia e Ucraina, che è anche una crisi energetica. Con la pubblicazione del Piano, approvato lo scorso 28 dicembre con un decreto ministeriale, si apre nuovamente la strada alle attività di ricerca ed estrazione di idrocarburi, anche perché è ormai decaduta da tempo la moratoria che dal 2019 aveva impedito “nuove trivellazioni”, per dirla col gergo più diffuso. Una notizia che fa il paio con un provvedimento atteso ormai da giorni come risposta al caro bollette, che dovrebbe produrre – almeno nelle intenzioni dichiarate – il raddoppio della quantità di gas estratto in territorio italiano, partendo dall’assunto (tutto da dimostrare) che il nuovo gas “italiano” costerebbe meno di quello acquistato da altri Paesi.

Dopo anni di attesa e più di un rinvio, il MiTe afferma di aver raggiunto “l’obiettivo di fornire regole certe agli operatori e di accompagnare la transizione del sistema energetico nazionale definendo le priorità sia in un’ottica di decarbonizzazione – in linea con gli accordi internazionali di tutela dell’ambiente e della biodiversità – che del fabbisogno energetico”.

Ma è davvero così? Per trovare la risposta avviano esaminato le 209 pagine del PiTESAI.

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Il primo risultato del Piano? Una mappa che non fa pensare a “emissioni zero”

Come ricorda lo stesso Piano, l’iter del PiTESAI è cominciato con “un complesso lavoro iniziale di mappatura, portata avanti insieme ad istituti di ricerca specializzati (Ispra, Rse), in seguito al quale il Ministero della Transizione Ecologica ha proposto il Piano che è stato così sottoposto a Valutazione Ambientale Strategica (VAS), processo che prevede una fase di consultazione interamente pubblica. Il 29 settembre 2021, in linea con l’impegno preso, il Piano è stato consegnato dal MiTE avviando così la fase di interlocuzione con la Conferenza Unificata che a dicembre 2021 si è pronunciata positivamente, proponendo il vincolo di valutazione di possibili attività connesse a permessi di ricerca limitandole esclusivamente al gas”.

Nel ripercorrere l’iter del provvedimento, il MiTE omette di ricordare che nella fase della consultazione pubblica erano arrivate decine di osservazioni critiche non solo dalle ong ambientaliste, come era facile prevedere, ma anche da parte di alcune Regioni, dell’Ente Acquedotto Pugliese (la più grande infrastruttura idrica del Paese), da decine di Comuni e un paio di enti parco. Suggerimenti che però sono rimasti sostanzialmente inascoltati.

Così nel nuovo Piano individua di fatto le aree in cui è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi. Le istanze di prospezione e ricerca potranno proseguire solo se riguardanti gas, solo se presentate a partire dall’1 gennaio 2010 e ricadenti in “aree potenzialmente idonee”. Ma a giudicare dalla mappa di queste aree (che trovate qui di seguito) non sembra di essere davanti a un piano compatibile con gli obiettivi di azzeramento netto delle emissioni climalteranti al 2050. Le regioni coinvolte sono 15, con ampie zone della Pianura Padana, dell’Adriatico (dove, stando ad alcuni esperti, il fenomeno della subsidenza avrebbe dovuto suggerire un’esclusione), dello Jonio e del mare a ovest della Sicilia.

 

La riduzione delle royalty

Nella fase di stesura del Piano, intanto, era già arrivata una modifica in corso d’opera: vale a dire una riduzione successiva all’aumento delle royalties, che la moratoria del 2019 (con la quale si fissava il termine per redigere il PiTESAI) aveva aumentato di 25 volte, adeguando i canoni agli standard europei. Con il Decreto Semplificazioni del luglio 2020,  infatti, importo a carico delle società è stato nuovamente ridotto. Più precisamente “al fine di garantire la prosecuzione in condizioni di economicità della gestione delle concessioni di coltivazione di idrocarburi, l’ammontare annuo complessivo del canone di superficie dovuto per tutte le concessioni in titolo al singolo concessionario non può superare il 3 per cento della valorizzazione della produzione da esse ottenuta nell’anno precedente”. Una formula un po’ arzigogolata che farà risparmiare però qualche milione di euro alle aziende energetiche.

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Meno estrazioni? Una tendenza già in atto

Che petrolio e gas estratti in Italia contribuiscano ben poco al mix energetico è fatto acclarato – o almeno dovrebbe. Il PiTESAI lo mette nero su bianco: “le produzioni nazionali di gas ed olio nel 2020 hanno contribuito rispettivamente per circa il 6,2% e circa il 11,3% al fabbisogno energetico nazionale”. Ci si sarebbe aspettati, dunque, una importante riduzione dell’utilizzo dei combustibili fossili – a fronte degli importanti impegni climatici assunti a livello internazionale. E invece il Piano si limita a prendere atto di una tendenza: riduce le zone dove si potrà estrarre (senza però indicare in maniera esplicita i divieti) ma non dà orizzonti temporali su quando chiudere le concessioni esistenti, né vieta esplicitamente la possibilità di proroghe per i nuovi permessi di ricerca.

“La produzione di idrocarburi nazionali – si legge nel PiTESAI – è concentrata solo in una ridotta percentuale delle concessioni attive. Si richiama infatti che gran parte della produzione complessiva di gas nazionale registrata nel 2020 è ascrivibile alle 17 concessioni più produttive che hanno realizzato complessivamente 3.566 milioni di m3, pari all’81% della produzione nazionale; circa il 9% delle concessioni attive fornisce oltre l’80% della produzione nazionale. La produzione complessiva di olio greggio dell’anno 2020 è principalmente ascrivibile alle 4 concessioni più produttive (circa il 2% delle concessioni vigenti) che hanno realizzato complessivamente 4.893 milioni di tonnellate, pari a oltre il 90% della produzione nazionale”.

Sono dati che confermano una tendenza più ampia. Secondo il ministero basta osservare “l’evoluzione complessiva del numero dei permessi di ricerca e delle concessioni di coltivazione vigenti nell’arco temporale degli ultimi 50 anni. Dalle stesse è evidente la contrazione connaturata delle attività di ricerca degli idrocarburi in Italia a partire dagli anni ’90, e il raggiungimento nell’ultimo decennio del cosiddetto plateau, con inizio alla discesa, per le conseguenti attività di coltivazione di idrocarburi avviate a seguito delle precedenti attività di ricerca svolte”. Al netto degli allarmismi, dunque, nel nostro Paese la diminuzione degli idrocarburi è già cominciata. Come si inserisce in questa tendenza il PiTESAI?

Dove si potrà estrarre?

Gli ultimi dati, relativi a giugno 2021, ci dicono che in Italia sono vigenti 248 titoli minerari:  63 permessi di ricerca di cui 20 in mare, 36 in terraferma e 6 in Sicilia; 185 concessioni di coltivazione di cui 61 in mare, 111 in terraferma e 13 in Sicilia. Con il nuovo Piano il MiTe ridisegna i confini delle nuove possibili estrazioni. Lo fa ribadendo che  “dopo l’adozione del PiTESAI sarà considerata ammissibile la presentazione di nuove istanze di permesso di prospezione e di ricerca nelle aree che riguarderanno solo la ricerca di gas, e non anche di petrolio”. Ma resta qualche contraddizione. Si legge ad esempio che col nuovo Piano “non saranno più interessate da attività di ricerca e coltivazione, per motivi legati al potenziale geominerario e alla storia esplorativa degli ultimi 30 anni, le Regioni Valle D’Aosta, Trentino Alto Adige, Liguria, Umbria, Toscana (quest’ultima ad eccezione dell’area relativa a due concessioni di coltivazione in essere) e Sardegna”. Ma si tratta di regioni dove la citata “storia esplorativa” ha reso noto che di gas non ce n’è. Insomma: non si tratta di un divieto ma di una semplice presa d’atto. Allo stesso tempo si dedicano molte pagine a delineare i “criteri ambientali”, rifacendosi anche alla disciplina europea del danno non significativo, per poi scrivere che “i criteri ambientali dovranno essere considerati, ove applicabile, dinamici e adattativi” e saranno oggetto di aggiornamenti.

E allora, dove si potrà estrarre? L’ambito del Piano comprende il 42,5% del territorio nazionale in terraferma e il 5% della superficie marina, con una diminuzione teorica rispetto al periodo pre-moratoria del 2019 del 50% a terra e dell’89% a mare. A ciò però va aggiunto che possono proseguire anche i procedimenti per istanze in “aree potenzialmente non idonee”, a patto che sia stato accertato un potenziale di riserve certe superiore a 150 milioni di metri cubi di gas. Si va di deduzione: si continuerà a estrarre dove si è sicuri che c’è molto gas. I giacimenti più copiosi, in questo senso, sono nel Mar Adriatico, in Basilicata e in Sicilia.

Cosa succede con la fine della sospensione delle estrazioni?

Come già osservato, per tre anni in Italia – il tempo necessario alla redazione del PiTESAI – sono state sospese tutte le attività di prospezione, esplorazione e ricerca di idrocarburi a terra e a mare, mentre le coltivazioni in essere hanno comunque proseguito. Con la pubblicazione del Piano, come indica la legge che quella moratoria ha sancito (la n°12 dell’11 febbraio 2019), “nelle aree in cui le attività di prospezione e di ricerca e di coltivazione risultino compatibili con le previsioni del Piano stesso, i titoli minerari sospesi riprendono efficacia“.

Nelle aree invece ritenute non idonee, entro 60 giorni dall’adozione del Piano stesso, il ministero dello Sviluppo Economico – ora il MiTe – avvia “i procedimenti per il rigetto delle istanze relative ai procedimenti sospesi concernenti il conferimento di nuovi permessi di prospezione o di ricerca e avvia i procedimenti di revoca, anche limitatamente ad aree parziali, dei permessi di prospezione e di ricerca in essere”. Vale lo stesso per quei procedimenti di rilascio delle concessioni per le coltivazioni di idrocarburi che non sono stati rilasciati entro l’adozione del PiTESAI.

In sostanza non si potrà cercare nuovo petrolio ma si potrà continuare a estrarlo nelle concessioni di coltivazioni già in atto. Mentre per il gas si potrà anche continuare a cercarlo, a patto che le richieste siano successive al 2010 (perché il Piano considera le richieste antedecenti non in linea con gli attuali standard ambientali). Ciò vale sia per le aree ritenute idonee sia per quelle potenzialmente non idonee, “purché in questo caso sia stato acertato un potenziale minerario esclusivamente di gas per un quantitativo di riserva certa superiore a 150 milioni di metri cubi, ritenuto orientativamente, dal punto di vista economico, di pubblico interesse, per la prosecuzione dell’iter istruttorio finalizzato allo sviluppo del giacimento”. Insomma: di fronte a grossi quantitativi di gas il PiTESAI è piuttosto permissivo.

La definizione dei criteri e il ritorno dell’analisi costi/benefici

Nella definizione delle aree potenzialmente idonee il MiTe ha individuato una serie di criteri ambientali, sociali ed economici. Nella relazione illustriva del PiTESAI si legge che ” i criteri ambientali sono stati definiti sulla base delle caratteristiche territoriali e ambientali  delle aree di studio individuate in base alla presenza di vincoli normativi, regimi di protezione e di tutela a vario titolo e di particolari sensibilità/vulnerabilità alle attività”, mentre “i criteri sociali ed economici sono stati invece individuati considerando: da un lato l’obiettivo del PNIEC (il Piano nazionale integrato energia e clima, ndr) di  prevedere ancora un utilizzo del gas nel medio periodo per la transizione energetica verso la decarbonizzazione al 2050″ e dall’altro la scelta di “valorizzare le concessioni in stato di produttività, rispetto a quelle che invece versano in situazioni di cronica improduttività, agendo tempestivamente sulle concessioni che non hanno mai prodotto per un periodo ampio e sulle concessioni diventate improduttive di fatto”.

Non tutto però è già deciso. Per alcune situazioni critiche il ministero rispolvera l’analisi costi-benefici “quale strumento di supporto alle decisioni, al fine di individuare caso per caso, sulla base  di dati aggiornati forniti dal concessionario e delle migliori stime disponibili del valore della produzione”. È il caso, ad esempio, delle “concessioni vigenti in terraferma che a scadenza del titolo minerario risulta di interesse pubblico prorogare in  virtù del loro impatto complessivo sostenibile in termini ambientali e socio-economici sul territorio, oppure per le quali dichiarare conclusa l’attività estrattiva e procedere con la dismissione degli impianti e il ripristino ambientale dei luoghi”.

Allo stesso tempo, per “la definizione delle aree potenzialmente idonee, ossia di quelle aree attualmente non interessate da attività upstrem ma da considerare potenzialmente destinabili a nuove attività, sono stati valutati come prevalenti i criteri ambientali”. A quelli già noti, e definiti come vincoli assoluti, ossia “vincoli normativi che già prevedono restrizioni di vario tipo per le attività upstream”, il Piano aggiunge “i vincoli aggiuntivi di esclusione, quali vincoli di salvaguardia, tutela e valorizzazione del patrimonio ambientale,  culturale, territoriale ed economico, che precludono di fatto le specifiche attività operative di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle aree interessate” e “i vincoli di attenzione/approfondimento  da considerare nelle successive fasi valutative sito-specifiche, quali elementi che non determinano a priori la  non idoneità dell’area, ma che per le loro caratteristiche ambientali dovranno essere adeguatamente considerati nelle successive fasi valutative sito-specifiche (tra cui le VINCA e le VIA del progetto nel sito specifico) che si  renderanno necessarie prima di approvare l’effettuazione delle specifiche attività di prospezione, ricerca e  coltivazione degli idrocarburi”.

Un’ulteriore aggiunta che potrà apparire, a seconda dei punti di vista, un’ulteriore forma di tutela delle aree o un altro tassello burocratico. Il ministero specifica però che “tali vincoli individuati per l’elaborazione del PiTESAI saranno considerati, ove applicabile, dinamici e adattativi“. Una formula che lascia (troppo?) spazio alle interpretazioni.

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