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mercoledì, Settembre 22, 2021

Benvenuti al Plastic Bag Store, dove anche anche il pane è di plastica

Intervista all’artista americana Robin Frohardt che, con il suo The Plastic Bag Store, installazione partita da New York e ora a Los Angeles dopo essere passata dall’Australia,  riflette sul ruolo della plastica nelle società consumiste

Maurita Cardone
Giornalista freelance, pr e organizzatrice culturale, ha lavorato per diverse testate tra cui Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia. Abruzzese trapiantata a New York dove è stata vicedirettore di una testata italiana online, attualmente è corrispondente dagli USA per Artribune oltre a collaborare con diversi media italiani e non. Si occupa di temi sociali e culturali con particolare attenzione alle intersezioni tra arte e attivismo.

C’è un negozio in America, un classico grocery store, un alimentari di quelli che si incontrano in tutte le città statunitensi, con arance che scintillano dalle cassette della frutta, bibite coloratissime, scatole di cereali in fila sugli scaffali, affettati e insalata di cavolo nel reparto gastronomia e riviste di gossip e cucina accanto alla cassa. Tutto normale, per un attimo. Ma le arance scintillano un po’ troppo, il rosso di quella bistecca è sospetto, il pane sembra di gomma e la marca di quel gelato è… Bag & Jerry? Questo non è uno dei tanti anonimi grocery store americani, questo ne è la copia in plastica. Qui tutto è di plastica. Dalle carote alle salsicce, dalle torte al sushi, tutto è fatto di sacchetti per la spesa, bottiglie e tappi. The Plastic Bag Store è un’installazione e performance dell’artista Robin Frohardt che il 30 giugno ha aperto le porte a Los Angeles dove resterà fino all’11 luglio.

Lo scorso autunno era in un angolo di Times Square, a New York, dove avrebbe dovuto aprire, in una prima versione che includeva uno spettacolo di marionette dal vivo, il 18 marzo 2020. A installazione già pronta, dopo la prova generale, aveva dovuto chiudere per poi riaprire a ottobre. Nel frattempo lo spettacolo era diventato un film, commissionato con le restrizioni Covid in mente, dal Center for the Art of Performance della UCLA che oggi ha contribuito a portare l’intera installazione a Los Angeles.

La trasformazione da spettacolo dal vivo a progetto cinematografico ha reso più economico far girare l’installazione che a febbraio è già stata in Australia e altre tappe verranno annunciate nei prossimi mesi. Per Frohardt è un sogno che si avvera perché l’artista di base a Brooklyn a questo progetto ci stava pensando da quasi dieci anni.

Ce lo racconta in questa intervista in cui ci spiega l’idea dietro il suo lavoro, parla del suo rapporto con i rifiuti e ci dice che ci vuole un po’ di umorismo per mettere le cose in prospettiva.

Raccontaci come nasce l’idea del Plastic Bag Store. 

L’idea mi è venuta anni fa osservando come al supermercato ti imbustano qualsiasi cosa, spesso con doppia busta: una busta, all’interno di un’altra busta, contiene cose già impacchettate in scatole con all’interno altre buste. È talmente sciocco che ho pensato che sarebbe stato divertente rendere l’idea in modo ancora più ridicolo, creando un alimentari che vendesse solo imballaggi. Via via che pensavo al progetto e iniziavo a realizzare i prodotti per il negozio, un po’ alla volta mi sono interessata al problema dell’inquinamento da plastica.  Ho iniziato a leggere e ho scoperto che tutta la plastica che sia mai stata prodotta dall’uomo esiste ancora in qualche forma su questa terra, perché non si biodegrada, ma si fotodegrada e basta. È una cosa che il cervello fa fatica a processare: l’idea che il contenitore in cui conservavi il caffé nel 1997 è ancora da qualche parte là fuori è tragica ma anche interessante da un punto di vista narrativo. È affascinante pensare che gli oggetti che usiamo oggi resteranno in circolazione e qualcuno potrebbe trovarli in futuro, senza avere idea di cosa fossero e come li usassimo. Così ho iniziato a lavorare con le marionette per sviluppare una narrazione e l’alimentari di plastica è diventato una specie di teatro di marionette immersivo, in cui raccontiamo una storia piuttosto elaborata che si svolge nell’antichità, nel presente e nel futuro e che è un po’ sulla plastica come artefatto, ma anche sull’essere parte della lunga storia umana. Di certo non voglio fare la predica a nessuno, ma offrire un contesto, mettere le cose in prospettiva, dire che facciamo parte di un pianeta, sulla vasta scala del tempo.

L’apertura del Plastic Bag Store doveva inizialmente avvenire a marzo 2020, ma poi c’è stata la pandemia…

Abbiamo dovuto chiudere subito dopo la prova generale, ma per fortuna il proprietario dello spazio ci ha consentito di restare e siamo stati lì per tutto il lockdown: è stato strano ritrovarci con l’installazione nella Times Square della pandemia, mentre lavoravamo a una storia in cui un personaggio dell’era post-atomica trova tracce di un negozio di alimentari del passato. Nel frattempo avevamo pensato di trasformare lo spettacolo in un film, senza sapere se saremmo mai riusciti a mostrarlo davanti a un pubblico. Ma poi in autunno i contagi erano in calo e abbiamo deciso di mostrare il film in un modo simile a quello in cui era stato inizialmente concepito lo spettacolo, usando lo spazio in modo immersivo.

Avevi già in mente Times Square quando hai concepito l’idea o la scelta della location è venuta dopo?

L’idea iniziale risale a parecchio tempo fa, forse era il 2012. E da subito avevo pensato a Time Square, un posto con cui tutti i newyorchesi hanno un rapporto di amore/odio, anzi, forse odio e basta. Anche se, dopo averci portato il Plastic Bag Store, ora mi piace di più [ride]. Volevo che fosse in un postaccio perché il Plastic Bag Store è una cosa disgustosa, volevo che si mimetizzasse, che i turisti ci incappassero per caso. Ma al tempo non avevo né le risorse né le connessioni per realizzare una cosa del genere a Times Square. Negli anni ho cercato di farlo succedere; ma a un certo punto lo avrei fatto dovunque. Poi però sono stata contatta dalla Times Square Arts e… è stato perfetto!

The Plastic Bag Store avrebbe dovuto aprire nello stesso momento in cui era previsto che a New York City entrasse in vigore il divieto di utilizzo delle buste di plastica. È stata una coincidenza?

In parte sì, avevamo intenzione comunque di aprire l’installazione in primavera. Ma sapevamo che presto sarebbe entrato in vigore questo divieto e così poi abbiamo fatto in modo di aprire nella stessa settimana.

Da dove arriva il materiale? Come te lo sei procurato?

Sono sempre in cerca, quindi trovo sempre cose, poi ho avuto amici che conservavano alcune cose per me e ho raccolto altro materiale nel mio palazzo. E poi c’è un centro di riciclaggio di fronte al mio studio dove la gente porta sacchi di bottiglie. Con loro ho fatto accordi per alcune cose specifiche: a un certo punto per esempio mi servivano bottiglioni da due litri e cercarli nella spazzatura uno ad uno sarebbe stato un po’ lungo… [ride]

Robin Frohardt, The Plastic Bag Store (Photos by Maria Baranova-Suzuki)

In passato hai lavorato molto con il cartone e ora hai fatto tutto in plastica. Due materiali diversi, ma l’approccio è simile?

Per anni ho lavorato solo in cartone, facendo installazioni e film. Ho sempre amato le limitazioni imposte dal materiale: mi interessava vedere fino a che punto si poteva arrivare con solo cartone e colla a caldo, cosa se ne poteva tirare fuori. È una cosa che ho sempre trovato molto liberatoria. Al contrario, l’idea che si possa fare qualsiasi cosa con qualsiasi cosa la trovo un po’ paralizzante. Per me le restrizioni sui materiali sono stimolanti. Quindi la sfida di realizzare cose da sacchetti e altri rifiuti in plastica che andavo via via accumulando mi entusiasmava. A livello artistico e artigianale è stato un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione.

Nei tuoi lavori usi spesso materiale di scarto e i rifiuti entrano in diversi modi nel tuo lavoro anche a livello contenutistico. Da dove viene questo interesse o questa fascinazione?

Viene dal fatto che fossi un’artista povera e usavo tutto ciò che potevo procurarmi gratuitamente. L’ho scoperto a San Francisco: facevo installazioni con un gruppo chiamato il The Cardboard Institute of Technology. Ci siamo accorti che potevamo raccogliere scatoloni di cartone dalla spazzatura, farci la nostra installazione e una volta finita, ripiegare i cartoni e portarli al centro di riciclaggio dove ce li pagavano. Poi credo di essere sempre stata interessata ai detriti. Sono cresciuta in un posto dove c’erano un sacco di centri commerciali, si comprava tanto e si faceva tanta spazzatura. E poi anche vivere a New York City significa essere sempre circondati da spazzatura. Se inizi a farci caso ti accorgi che è ovunque.

Robin Frohardt, The Plastic Bag Store (Photos by Maria Baranova-Suzuki)

Quindi consideri i rifiuti una risorsa…

Decisamente sì e sono anche una cosa a cui ho sempre accesso. Non saprei immaginare di fare i lavori che faccio con materiali diversi, soprattutto perché tendo a creare cose che sono… tanta roba. Non so di quale materiale che non fosse totalmente gratuito potrei mai fare un intero negozio di alimentari… [ride]

In un tuo precedente lavoro i rifiuti tornano nella forma di un Dumpster Monster, il mostro del cassonetto. Chi è?

È un personaggio che inizialmente appariva nel sogno del protagonista del mio lavoro The Pigeoning, ma lì era molto piccolo, era una marionetta. Ma poi mi è venuta voglia di farne uno in scala reale: è un grosso pupazzo gonfiabile che vive dentro un cassonetto e si gonfia ed esplode dal cassonetto e bisogna prenderlo a bastonate per rimetterlo dentro. [ride] Lo stiamo portando in tour con il Plastic Bag Store, lo mettiamo in strada di fronte al negozio.

Robin Frohardt, The Plastic Bag Store (Photos by Maria Baranova-Suzuki)

Prima dicevi che non vuoi fare la predica a nessuno, ma Plastic Bag Store e altri tuoi lavori sembrano avere un messaggio.

È sempre complicato fare un lavoro che parla di qualcosa, perché non credo sia compito mio dire alla gente cosa fare, che decisioni prendere. Di sicuro non voglio far sentire in colpa nessuno. La plastica è così radicata nelle nostre vite che è incredibilmente impegnativo essere plastic free o anche solo limitarne il consumo. Ed è anche un privilegio: ci sono tutti questi prodotti riutilizzabili e in materiali alternativi alla plastica. Sono adorabili, ma spesso costosi. Spesso l’opzione più economica è l’opzione usa e getta. Spero che questo cambi in futuro, ma per ora è così. Quindi non ho intenzione di puntare il dito. In parte è inevitabile che la gente si senta un po’ a disagio nel Plastic Bag Store, ma voglio anche intrattenerla. Quando veniamo bombardati di immagini tragiche di tutte le cose orribili che stanno accadendo come l’inquinamento da plastica, la perdita di fauna selvatica, gli oceani, tendiamo a distogliere lo sguardo, perché è troppo, ci sentiamo impotenti. Il mio è un modo indiretto di affrontare il discorso attraverso l’umorismo, è una sorta di presa in giro di noi stessi che spero produca un maggiore coinvolgimento. Non sono nella posizione di pretendere purezza: per esempio noi facciamo del nostro meglio per rendere la produzione di The Plastic Bag Store il più ecologica possibile, ma prendiamo aerei per andare da un posto all’altro, trasportiamo parecchio materiale, insomma non siamo certo senza peccato.

Robin Frohardt, The Plastic Bag Store (Photos by Maria Baranova-Suzuki)

In che modo pensi che l’arte possa contribuire alla conversazione sul cambiamento di sistema?

Per cambiare le menti prima devi cambiare i cuori, la gente ha bisogno di sentire le cose prima di razionalizzarle in pensiero. Ed è qui che l’arte può entrare in gioco: toccare gli animi, entrare in connessione con le persone a livello emotivo, visivo, spirituale, qualunque sia il livello da cui poi si arriva alle idee. L’usa e getta e tutta questa plastica monouso sembra siano sempre stati parte della nostra vita, ma in realtà sono cose molto recenti. Certamente riusciremo a transitare verso un modello diverso, ma deve avvenire un cambiamento culturale che renda il passaggio naturale, che renda queste cose fuori moda e culturalmente indesiderabili, come fumare al ristorante… [ride] Se la gente non comprerà più queste cose, smetteranno di venderle. Detto questo, io sono solo un’artista. Tutto quel che possiamo fare è alimentare la fiamma della divulgazione pubblica, continuare ad aggiungere materiale all’idea e pezzi alla conversazione.

Dicevi che la plastica monouso è una cosa recente, ma nel film che è parte dell’installazione costruisci la buffa storia di un personaggio dell’antichità che inventa il business dell’acqua in vaso. Come mai hai voluto ambientare questa cosa nel passato?

Solo perché, messa in un altro contesto temporale, appare totalmente ridicola. Creare dei vasi usa e getta per contenere acqua che poi viene trasportata su navi attraverso i mari è così sciocco quando lo racconti in forma di favola ambientata nell’antichità, ma poi pensi: oh, è esattamente quello che facciamo! [ride]

Robin Frohardt, The Plastic Bag Store (Photos by Maria Baranova-Suzuki)

Cosa speri che il pubblico porti con sé del Plastic Bag Store?

Beh, spero niente perché non è in vendita [ride]. Che la gente capisca che la plastica è male sarebbe la risposta ovvia, ma vorrei andare un po’ oltre. Si tratta di capire il contesto in cui siamo, comprendere dove siamo nel percorso della storia umana ed essere consapevoli della longevità di alcune delle decisioni che prendiamo oggi. E poi magari la prossima volta che entri in un supermercato ti sembrerà di essere nel Plastic Bag Store e forse questo produrrà un cambiamento nella tua mente.

Se tra mille anni qualcuno dovesse trovare il Plastic Bag Store cosa penserebbe?

Spero che non succeda. Spero che avrò riciclato ogni singolo pezzo dell’installazione e lo avrò trasformato in qualcosa di irriconoscibile. O magari sarà in un museo, ma non in un museo di indecifrabili reliquie come quello che i visitatori attraversano nel Plastic Bag Store, un museo d’arte! [ride]

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